La Stampa, 12 febbraio 2026
Nerio Nesi, Il lascito del cuore
«Cara Zelinda, se vuoi, stasera possiamo vederci quando vai dalla tua amica, con cui hai parlato oggi. Scrivi tu l’ora ed il luogo. Va bene? Ti bacio e ti saluto». Primavera 1946, Bologna. L’iniziale del nome, seguita da un amichevole «Tuo», è quella di Nerio Nesi, appena ventenne, l’uomo che poi attraverserà la storia d’Italia congedandosi nel 2024 da protagonista, a 98 anni. Direttore finanziario della Olivetti, politico di sinistra, presidente della Bnl (lo chiamavano “il banchiere rosso"), ministro dei Lavori pubblici, ha guidato la fondazione che valorizza ancora oggi la figura di Cavour, di cui ammirava la dedizione assoluta alla causa dello Stato e la capacità di coniugare rigore istituzionale e determinazione politica, anche spregiudicata se necessario.
La delicata corrispondenza privata del giovane Nesi con la staffetta Zelinda Resca, detta Lulù – che al suo invito risponde «Aspettami alle 8,45 al passaggio a livello. Baci» – fa parte dell’archivio donato dalla moglie Patrizia Presbitero Nesi alla Fondazione Salvemini (sabato la presentazione al Polo del’900 di Torino): 568 fascicoli, per 15 metri lineari di materiali, documenti autografi, appunti inediti, ma soprattutto lettere. Scriveva tantissimo Nesi, quasi sempre a mano, ed oggi quegli scritti restituiscono il suo lato più umano, anche intimo, quel retroscena altrimenti sempre protetto da un’innata, e a volte ruvida, riservatezza. Ci sono carteggi e pensieri per Bobbio, Scalfaro, Montanelli, Prodi, Bertinotti, Rossanda. «Abbiamo ordinato le carte prodotte dal 1943 al 2024» spiega l’archivista Benedetta Gigli che ha lavorato sul riordino, concettuale e fisico di questo materiale, per sette mesi. La parte più complessa? «Salvare i testi che Nesi aveva conservato in fogli crystal sui quali l’inchiostro, specie dopo molti anni, tende a incollarsi». I fascicoli raccontano la sua vita, ma soprattutto la sua attività istituzionale. Gran parte dell’archivio, infatti, riguarda gli anni da banchiere, dalla vicepresidenza della Cassa di risparmio di Torino fino alla presidenza della Banca nazionale del lavoro, incarico che ricoprì dal 1978 al 1989: «In quel periodo maturò in lui un’idea – ricorda Marco Brunazzi, presidente della Fondazione Salvemini – unificare Bnl e Ina per creare il primo grande polo bancario-assicurativo che potesse sostenere anche il sistema previdenziale. Non riuscì a realizzare il progetto, e per lui fu una sconfitta». Nesi si immedesimava profondamente con la funzione pubblica, in questo rassomigliava a «un liberale ottocentesco, ma accanto a serietà, severità e senso di abnegazione, nutriva una profonda e radicale passione politica». Un carattere tipicamente sabaudo, conferma Brunazzi che lo conobbe bene: «Sì, lo era, nonostante fosse nato a Bologna». Un aneddoto corrobora questo mix di intransigenza, rispetto eppure ardore e calore: «Durante una manifestazione della prima Lega Nord, quella degli slogan grevi contro l’unità nazionale, un funzionario di polizia gli suggerì di togliere dal suo studio torinese il tricolore per evitare problemi durante il passaggio del corteo. Nesi andò su tutte le furie, lo apostrofò: “Si vergogni, non tolgo proprio nulla"! Era profondamente legato all’Italia». Tra i suoi libri ce n’è uno che più di altri, e già nel titolo, è un manifesto di intenti e rivela un metodo, di vita innanzitutto: Al servizio del mio Paese (Aragno editore).
Solido, tanto che, come raccontò lui stesso, nel governo Amato gli fu affidato il ministero dei Lavori pubblici considerato «il più chiacchierato. Mi chiamò il presidente Ciampi e mi disse: “Vorrei se ne occupasse lei, che è incorruttibile"». In politica fu a suo modo radicale, attivo, militante. Partecipò alla Resistenza (aiutò poi Zelinda a uscire dal carcere, come testimoniano le lettere che scrissero la mamma e la sorella della staffetta), profondamente cattolico, la sua prima esperienza politica fu con la Democrazia cristiana. Memorabile, e ormai ammantata di leggenda, la cacciata dal partito per via di una missione che Nesi compì in Urss nel 1946 con il Fronte della Gioventù e l’amico Enrico Berlinguer, che mesi dopo gli scriverà: «Mi ritornano alla mente tante scene e tante scenette della nostra simpatica “banda"». Un rapporto intenso di stima reciproca, il loro (diceva Nesi: «Berlinguer mi contattò: “Nerio, ho capito che tu ami profondamente l’Italia, io la amo come te, facciamo di questo nostro Paese il più bello del mondo"») di cui si conservano ampie tracce nel nuovo archivio di Fondazione Salvemini. Come questa lettera, una delle poche battute a macchina e datata 14 gennaio 1946: «Caro Enrico, questa mattina, come saprai, è iniziato il XIII Congresso della Federazione Giovanile Repubblicana, in una aula dell’Università. La preparazione e la organizzazione sono state pessime: i delegati non hanno avuto acconti di nessun genere, sicché per rimanere a Bologna tre giorni spenderanno ciascuno diverse migliaia di lire...». C’è in questo piccato incipit, già l’embrione di quel pragmatismo che mai lo abbandonerà.
Eppure Nesi non aderì al Pci, ma al Psi, nel 1960, l’anno in cui morì Adriano Olivetti, al fianco del quale aveva lavorato. «Quell’esperienza influenzò profondamente la sua formazione politica – dice Caterina Simiand, direttrice della Fondazione Salvemini – Nesi si occupava soprattutto degli aspetti finanziari alla Olivetti, ma maturò una forte sensibilità verso i temi del lavoro e delle riforme». Si avvicinò alla corrente più di sinistra del partito, quella di Riccardo Lombardi, impegnata sulle cosiddette “riforme di struttura” e sul rafforzamento del ruolo dei lavoratori nelle fabbriche (successivamente, assieme a Bobbio, entrò in contatto anche con i socialisti spagnoli che lavorano in clandestinità per la fine del franchismo). Anche in questo caso la richiesta di iscrizione al Psi fu formale: fedele al suo stile, alla sede torinese del partito Nerio Nesi scrisse una lettera.