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 2026  febbraio 12 Giovedì calendario

Santo Versace: "La mia nuova vita per i fragili del mondo Vorrei fare il ministro della Cultura"

Una vita dura vent’anni, poi si rinasce, si cambia. Pensa così Santo Versace, ottantuno anni e due mesi, che la sua quarta vita l’ha appena cominciata, e la vuole dedicare “ai fragili, a tutti coloro che soffrono”, dice mentre firma carte, prende appunti, fa schemi, nel suo studio romano, quartier generale della Fondazione che porta il suo nome e che, insieme alla moglie Francesca De Stefano, avvocatessa, ha istituito nel 2021.
SV ha sempre un foglio sotto mano e una penna tra le dita. È un uomo di numeri, prima di tutto. Quando chiesero a Giorgio Armani cosa invidiasse a Gianni Versace, rispose: «Suo fratello Santo».
Perché fu lui a capire il momento giusto di aprire la Gianni Versace Spa, nel 1978, e fu lui a occuparsi della gestione pratica dell’impero del signore dello stilismo, a difenderlo dopo il suo assassinio, il 15 luglio 1997, a Miami, per mano di Andrew Cunanan, che si suicidò poco dopo. Ora, Versace è una maison in mano ad altri. Nel 2018 è entrata a far parte del gruppo Kors e l’anno scorso è tornata italiana, nel gruppo Prada, con la direzione creativa di Dario Vitale, che ha raccolto il testimone da Donatella Versace. «Le proprietà straniere non mettono a rischio il Made in Italy, anzi. Il 70 per cento di Chanel è prodotto in Italia. Vuitton ha comprato fabbriche nella valle del Brenta, raddoppiando lo stabilimento. Bottega Veneta è di proprietà estera ma l’azienda è italiana: hanno moltiplicato per 20 il fatturato e tutti gli addetti. L’importante è il marchio, è chi produce, molto di più di chi possiede», dice.
In ogni sua età e ruolo, SV ha fatto quadrare i conti. Da commercialista e da filantropo, da politico (per i socialisti, e per Fare per Fermare il Declino, passando per il Pdl, che lasciò dicendo: «è un partito in cui non hanno bisogno di persone che lavorano, ma a me piace lavorare») e da amministratore delegato, da cestista, tutti mestieri che ha unito per fare la sua parte affinché non accada quello che scrisse Corrado Alvaro: «La peggiore disperazione per una società è che si insinui il dubbio che vivere rettamente sia inutile».
In un libro di qualche anno fa, Fratelli (Rizzoli) ha scritto che le sarebbe piaciuto diventare ministro. Le è riuscito tutto ma non questo.
«Non è detta l’ultima parola. Chissà! Scherzo. La politica non mi importa più tanto, almeno non questa: è diventata un mestiere, invece dovrebbe essere la religione del bene comune».
E lei la pratica?
«Io seguo l’insegnamento di Paolo VI: per lui, la politica è la più alta forma di carità».
Esemplifichi.
«Sono un imprenditore: voglio costruire una rete di fondazioni virtuose, perché gli investimenti nel sociale si auto-alimentano, creano un ritorno. Alle persone che si vanno ad aiutare, si deve insegnare un mestiere, renderle autonome. Anche perché questo ha un doppio effetto: li invoglia ad aiutare gli altri. Mi creda, l’ho visto: chi è stato aiutato e non semplicemente soccorso è portato a fare altrettanto con altri. Più di 30 anni fa, ho creato Alta Gamma, un sistema che metteva insieme le grandi aziende italiane, e che funziona ancora bene. Intendo fare lo stesso con la Fondazione Santo Versace».
Esemplifichi ancora.
«Domani all’Auditorium Parco della Musica di Roma ci sarà il concerto “Un viaggio di ritorno”, con l’Orchestra del Mare, che usa strumenti realizzati con le barche dei migranti dal Laboratorio di Liuteria e Falegnameria della Casa di Reclusione Milano, un progetto unico al mondo, che ha debuttato alla Scala nel 2024 ed è arrivato in molte città italiane. Il ricavato della serata di domani sarà interamente devoluto al primo progetto della Fondazione Santo Versace: “Il miracolo della vita – Tabasamu la Mama”, in Kenya, per aiutare le giovani madri in stato di fragilità. È l’inizio dell’intelaiatura di una piattaforma di solidarietà».
Ci sono anche in Italia i fragili del mondo, no?
«Novantamila donne ridotte in schiavitù, fatte arrivare dall’Est Europa e dall’Africa con la promessa di un lavoro e poi obbligate a prostituirsi. Ha letto Donne crocifisse? Lo legga, ha la prefazione di Papa Francesco. Poi, ci sono i ragazzi in carcere. Le madri in carcere. I lavoratori pagati 2 euro l’ora».
Poi ci sono quelli in cassa integrazione, spesso perché le aziende italiane delocalizzano. Altro che Made in Italy.
«Il discorso è più complesso. Ci sono lavori che si esauriscono. Allora, agli operai che perdono il posto, oltre a due anni di stipendio, dobbiamo garantire una formazione. L’Italia spende 4 miliardi per la politica attiva sul lavoro e 30 miliardi per quella passiva, cioè per pagare i cassaintegrati. Pietro Ichino non smette di sottolinearlo: ci sono tanti disoccupati perché non c’è incontro tra domanda e offerta, non perché non ci sia lavoro. Le risorse umane vanno riqualificate e formate continuamente».
Possiamo permettercelo?
«Eccome. L’Italia è un Paese ricchissimo. Persino troppo ricco. Come tutto l’Occidente. Quello che ci rovina, da sempre, sono i privilegi. Il bonus 110 per cento è andato a chi aveva palazzi e castelli, per ristrutturarli, con i soldi dei contribuenti, creando un buco nel bilancio dello Stato di circa 300 miliardi».
Eppure lei dice che l’Italia è il più bel posto del mondo.
«Lo è. Da nessuna parte si vive come da noi. Siamo eccezionali, geniali. Franco Modigliani, nobel all’Economia, diceva che se fossimo ben amministrati, saremmo un paradiso».
Per la sua Calabria ha idee?
«Stiamo creando una realtà che va dalla costa ionica a quella tirrenica, la striscia più stretta della Calabria. Si chiama Armonic innovation Group: un polo di innovazione per attrarre e trattenere talenti, che abbia l’uomo al centro, non il profitto, e rispetti l’ambiente. Una Silicon Valley italiana, però a lieto fine, collegata con le università del territorio».
Ma dal sud scappano tutti.
«Non è un buon motivo per non investire. E per non combattere affinché trionfino lo stato di diritto e la legalità».
Giusto. Quasi merita il ministero del Made in Italy.
«No, vorrei il ministero più importante di tutti».
Interni?
«Macché. Cultura».
Mi dica il suo piano.
«Primo, rendere i nostri musei famosi in tutto il mondo. Tutte le opere d’arte che abbiamo vanno essere esposte. Non c’è spazio? Ci prendiamo il Quirinale. Spostiamo la presidenza della Repubblica altrove: è inutile per una sola persona mantenere quella enorme struttura. Il Parlamento anche lo sposterei: all’Eur. Tutti i ministeri li metterei in periferia, in palazzi moderni ed efficienti».
Per i ragazzi cosa farebbe?
«Un governo di dieci anni di sole donne. E vede come sistemano tutto».
Dalla Gianni Versace qualcuno è stato mai licenziato?
«Non so, sono fuori dal 2018».
Tornerebbe?
«Se mi chiamassero, valuterei».
Ha scritto che sua sorella Donatella la cancella.
«Ora va meglio. C’è stata una fase in cui, forse, avermi visto come un padre, ha creato tra noi il conflitto che si crea tra genitori e figli».
Con Gianni che rapporto aveva?
«Era l’assistente e la sorella minore di un genio».
Quando ha lasciato la Versace, non ha temuto che a Gianni sarebbe spiaciuto?
«No. Sono felice della mia vita e lui era felice se io lo ero. La moda ha smesso di essere amore ed è diventata lavoro, per me, il giorno che è stato assassinato. Ho continuato fintanto che ho salvato il patrimonio e protetto l’azienda: è stato più difficile mantenerla dopo il 15 luglio che costruirla, perché costruirla, avendo accanto un genio, è stato naturale. Dopo la morte di Gianni ci davano per falliti».
Perché?
«Eravamo due cose imperdonabili: ricchi e calabresi, ma soprattutto calabresi. Fossimo stati di Biella come gli Zegna, nessuno si sarebbe permesso di insinuare che fossimo collegati alla ’ndrangheta. Quando andai in tv da Gad Lerner e mostrai i bilanci, rimasero tutti a bocca aperta. Tanti mi chiesero scusa. Tra ’97 e ’93 avevamo dato allo Stato 250 miliardi di vecchie lire di imposte. Coi bilanci sempre in attivo».
Gianni, come lei, era dedito agli altri?
«"Convivio”, all’inizio degli anni ’90, fu una sua idea. Mise la faccia per raccogliere soldi per la lotta all’Aids, portò con se i grandi nomi della moda del tempo: Ferrè, Armani, Valentino».
Dice che suo fratello ha inventato le supermodel: non più “appendini” ma “muse”. Che però hanno ispirato canoni inarrivabili.
«Gianni era un sarto, diceva che i vestiti erano finiti quando camminavano sul corpo delle persone. Non stabiliva canoni».