la Repubblica, 12 febbraio 2026
Heraskevych: “Il mio casco ricorderà i morti ucraini. La squalifica? Non ho paura”
Solo quel casco, non ci sono alternative. Da Kiev Vladyslav Heraskevych ne ha portato solo uno, quello con le foto dei 24 atleti ucraini morti, perché in quell’unico modo vuole rappresentarsi alle Olimpiadi. Il Cio glielo ha proibito in nome del divieto di “propaganda politica, religiosa o razziale”, proponendogli di indossare una fascia nera al braccio per evitare la squalifica: la risposta è stata un secco no. «Mi sono allenato per tutta la vita per il sogno che avevo fin da bambino», racconta appena finito il quinto allenamento in cui ha segnato il miglior tempo nello Sliding Center di Cortina, «ma in tempo di guerra su vasta scala una medaglia non vale nulla rispetto alla vita delle persone. E alla memoria di questi atleti». Sul suo casco grigio ha portato alle Olimpiadi atleti che non ci sono mai arrivati, perdendo la vita tra Bakhmut e Kharkiv. «Lui è Yevhen Malyshev, era un biathleta, aveva 19 anni quando è stato ucciso» dice, mentre scorre col suo dito guantato una mappa del dolore che porterà oggi in gara nella prima manche dello skeleton.
Heraskevych, ha vinto: tutto il mondo parla di lei e dei morti ucraini. Sta pensando che potrebbe bastare, rinunciando al casco senza finire squalificato?
«Non è mai stato un mio obiettivo creare questo conflitto, voglio far parte della famiglia del movimento olimpico. Ma ora tutto questo è diventato uno scandalo, un gran pasticcio. E se si vuole dare la colpa a qualcuno, forse sarebbe meglio incolpare per primi se stessi. Sin dall’inizio io ho voluto portare loro, gli atleti morti, in gara insieme a me, in modo che possano partecipare alle Olimpiadi».
Quindi si espone alla squalifica?
«Non tradirò gli atleti che hanno sacrificato le loro vite: grazie a questo sacrificio posso essere qui adesso, alle Olimpiadi».
Ha avuto già qualche avvisaglia nei controlli affrontati finora?
«L’ultimo check dimostra che ho rispettato integralmente tutte le regole tecniche. Tante nazionali si stanno schierando con noi, e non vedono nessuna violazione. Aspetto di vedere come si muoverà il Cio».
Il Cio dice che ci sono 130 conflitti nel mondo, e non si possono rappresentare tutti alle Olimpiadi.
«Non voglio sminuire gli altri conflitti, però possiamo misurarli in base alle vittime e alla distruzione. E non ce n’è nessun altro che si avvicini a quello che stiamo vivendo in Ucraina. Sono quattro anni di guerra, quasi un’altra Seconda Guerra Mondiale. Questo atteggiamento è superficiale e rozzo nei confronti degli ucraini».
Non si fida della vicinanza che le ha espresso il Cio?
«È difficile crederci, quando un paio di giorni fa hanno permesso a un atleta di gareggiare con la bandiera russa sul casco (lo snowboarder azzurro Roland Fischnaller ha impresso le bandiere dei Paesi in cui ha partecipato ai Giochi, Sochi 2014 compresa, ndr)».
Cosa pensa dell’ammissione a Milano Cortina di alcuni atleti e russi come “neutrali”?
«Non sono d’accordo. Non c’è nulla nei criteri utilizzati dal Cio riguardo ai territori occupati, ed è un grosso problema. Molti atleti russi si stavano preparando per le gare in Crimea, in un territorio occupato. È una violazione della legge ucraina, ma anche della Carta Olimpica. E nonostante ciò, questi atleti sono ancora considerati neutrali».
E se al via della prima manche le intimassero di togliere il casco?
«Difficile gareggiare senza. Non ho tempo per adattarne un altro, il mio sport è questione di centesimi. E soprattutto, il mio casco non viola nessuna regola».
Zelenskyy l’ha ringraziata dicendo che lei ha ricordato cos’è la Russia moderna: gli ha parlato?
«Non personalmente, ma so che mi sta sostenendo».
Chi erano gli atleti che porta sul casco?
«Ognuno aveva una grande storia, e tra loro c’erano molti ragazzini. Non hanno potuto nemmeno avere un assaggio della vita, ed è triste».
Ne conosceva personalmente qualcuno?
«Tanti. Lui (lo indica sul casco, ndr) si chiamava Dmytro Sharpar, era un pattinatore di figura che ha partecipato alle Olimpiadi giovanili 2016 ed è morto vicino a Bakhmut. Col pugile Pavlo Ischenko ho consegnato rifornimenti nel 2022 nella regione di Kiev».
La sua famiglia è coinvolta nella guerra?
«Ho parenti che combattono in prima linea, e anche alcuni amici. Nel 2022 abbiamo avviato una fondazione di beneficenza che ha consegnato rifornimenti, dato sostegno ad alcuni battaglioni».
Com’è la situazione nella sua Kiev?
«Terribile. Venti sottozero per strada, niente acqua, niente elettricità. Questo casco è stato dipinto da un’artista in quell’ambiente, senza acqua né corrente, ed è molto difficile decorare alla luce del sole. Ma quel che mi ispira è vedere in questo incubo come le persone continuino a trovare un po’ di felicità. Credo anche che gli ucraini abbiano provato sollievo vedendo la cerimonia di apertura dei Giochi, quando la nostra squadra è stata accolta da un’enorme ovazione la gente era felice. Dobbiamo dar loro un po’ di speranza, tutti insieme: l’intera comunità internazionale».