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 2026  febbraio 12 Giovedì calendario

Piero Pelù: “Non mi fermo, sono un combattente e non una rockstar”

Il 10 febbraio ha compiuto 64 anni ma per Piero Pelù il tempo è solo uno spazio di riflessione. Gli ultimi due anni sono stati pieni di eventi personali e professionali: un incidente in sala di registrazione gli ha provocato uno shock acustico e una forma di acufene molto potente. A questo episodio ha dedicato il doc Rumore dentro, presentato a Venezia nello scorso settembre. Poche settimane fa ha perso suo padre, a cui era molto legato, e intanto sta organizzando a Firenze la seconda edizione del Concerto per la Palestina, un tema che gli sta particolarmente a cuore. «Ho la bandiera della Palestina e quella della pace fuori dalla finestra», racconta.
C’è già un cast per questo nuovo evento?
«Intanto posso dire che sarà uno spettacolo con musica e speech. Hanno già aderito i Tre Allegri Ragazzi Morti, Willie Peyote e Enzo Iacchetti, che sarà protagonista di uno speech. Ovviamente il cast è in via di definizione. Lo scorso anno abbiamo raccolto 83mila euro, devoluti interamente a Medici senza frontiere. Non è una gran cifra, ma facciamo quello che possiamo. Tutti gli artisti vengono a titolo gratuito, non abbiamo chiesto nessun finanziamento».
La narrazione di una parte della politica dice che manifestare per la Palestina significare essere collusi con Hamas.
“Vorrei dire che secondo l’università di Harvard in Palestina ci sono stati finora 250.000 morti: non a caso Trump ha intentato una causa da 1 miliardo di dollari a Harvard. Importante è ribadire che siamo una manifestazione pacifica, artistica, che rifiuta la violenza, che non siamo assolutamente antisemiti e che siamo contro il terrorismo. Come musicisti possiamo aiutare chi sa aiutare, come Medici senza frontiere o Emergency. La finta tregua di Trump ha cambiato la narrazione e per questo dobbiamo stare attenti a tutto quello che succede”.
Più di 25 anni fa lei, Jovanotti e Ligabue avete inciso Il mio nome è mai più. Avete pensato di riunirvi?
“Abbiamo ripubblicato il disco l’anno scorso, ma non c’è stato quell’input di riunirci. Quella sintonia di 25 anni fa oggi si è un po’ ridisegnata e lo dico nella massima serenità. Con i fondi raccolti con quel disco costruimmo tre ospedali: quello in Afghanistan è ancora attivo. Per il resto, sono sempre un pacifista convinto, non solo di circostanza. Sono contro le armi, il 5% per il riarmo dei singoli Paesi è un autogol clamoroso. Qualsiasi arma viene prodotta per essere usata, e un’arma uccide”.
Tempo fa ha rivelato di aver scritto una canzone che si intitola Siamo tutti figli di Silvio, mai pubblicata. Questa eredità si lega anche al fatto che molti artisti fanno fatica a schierarsi?
“Quella canzone parla di questo filo nero che unisce la storia dell’Italia dalla P2 a Arcore al G8 e quello che vediamo oggi, questo bombardamento ininterrotto della Costituzione. Non solo quelli più giovani non parlano, purtroppo qualcuno si preoccupa più delle prevendite che delle vite delle persone vicino a noi”.
Qualche tempo fa ha detto “sono un rocker, non una rockstar”. Non ci si è mai sentito?
“In certi momenti ho rischiato, nella fase dei tanti milioni di copie vendute. Quel successo poi è stata anche una delle ragioni per cui i Litfiba sono scoppiati. Il grande successo cambia la vita a tutti, altera la percezione del mondo. Io voglio continuare a camminare per strada senza guardie del corpo e limousine”.
Alla fine i Litfiba si riuniscono per i 40 anni di 17 Re, un album molto importante per il rock italiano. Un paio d’anni fa aveva dichiarato di essere caduto in depressione anche per la fine della band. Cos’è successo nel frattempo?
“È stata la musica che ha deciso questa cosa. Il quarantennale di 17 Re, un disco fatto con una libertà artistica paurosa, che faceva parte di una trilogia dedicata alle vittime del potere e quindi attualissima. Perché far finta di nulla? Sarebbe stata un’occasione sprecata. Tornare insieme è una necessità. Il tour lo stiamo allestendo, tra l’altro alcune canzoni non le abbiamo mai suonate dal vivo”.
A che punto è con l’acufene? È un evento che cambia la vita e che l’ha colpito nel profondo. Si è mai confrontato con Caparezza, che ha affrontato lo stesso problema?
“Con Michele ci siamo sentiti spesso, anche con Francesco Bianconi dei Baustelle che ha subito uno shock acustico in strada. È una malattia che non viene riconosciuta. Ma se Spotify invece di investire sui droni da guerra investisse sulla ricerca sugli acufeni, visto che i ragazzi si sfondano le orecchie con la musica compressa del loro sistema? Eppure è un problema socialmente importante. Chi ha gli acufeni forti si isola dal mondo, non si dorme, si arriva alla depressione. Ne soffrono 800 milioni di persone nel mondo”.
Come ha risolto per la musica e per la vita quotidiana?
“Uso i tappi anche per uscire di casa: se qualcuno mi riconosce e suona il clacson per salutarmi è un dramma. Ormai ho imparato a somatizzare. Mi sono dovuto reinventare tutto un sistema di compressori che mi porto in giro che mi comprimono le frequenze cruciali. All’inizio mi chiedevo chi ero e cosa potevo ancora fare, poi quando sono tornato a vedere la gente che poga davanti al palco ho deciso di andare avanti”.

Ha perso da poco suo padre. Che rapporto aveva con lui?
“Mio padre è il mio mito, soprattutto col tempo ho imparato a apprezzare tutti gli sforzi che ha fatto per la famiglia. Suo padre era molto fascista, un suo fratello era stato ammazzato dagli anarchici, mio padre ha vissuto un’adolescenza difficile. Lui si è messo a studiare, nessuno nella famiglia era laureato, è stato uno dei primi ortopedici a usare il cobalto. Nonostante le radiazioni, ha fatto una vita pazzesca”.
L’hanno appoggiata quando ha deciso di vivere di musica?
“All’inizio a casa nessuno era contento, mi hanno contrastato in ogni modo, però mio padre quando vincemmo il Festival Rock a Bologna fu il primo a cedere. Il fatto di avere avuto all’inizio la famiglia contro mi ha spronato a fare benissimo le cose, non ho avuto genitori che mi dicevano che ero un fenomeno come accade oggi. Essere sempre in trincea mi ha fatto studiare tantissimo, ancora oggi. Prima di parlare cerco di essere informato”.
Pensare che un discografico consigliò ai Litfiba di cambiare cantante.
“Furono due in realtà. Però va bene, non erano critiche costruttive ma mi hanno spronato. Ma poi la mia modalità di approcciare l’italiano era talmente diversa da tutto che poteva farmi sembrare un marziano. Fa ridere pensare che il nostro primo disco in Francia, abbastanza snobbato dai discografici italiani, divenne un successo clamoroso. Alla lunga rifarei tutto. Io adoro gli sterrati, non le autostrade”.
Il furto della borsetta a Sanremo è diventato un cult per il Fantasanremo. Come andò?
“Sono andato al festival per entrare nella storia del Fantasanremo. La borsetta è stato un momento estemporaneo, nella terza parte della canzone scendevo in platea e farlo con un pubblico un po’ ingessato era ancora più fico. Poi ho visto quella bella signora con il posto vuoto accanto e con la borsetta piena di Swarovski appoggiata sulla poltrona vicina e non ho resistito, è venuto fuori il ragazzaccio. La borsetta poi l’ho restituita ma ho visto la faccia verde di Amadeus dietro il sipario e ho capito di averla fatta grossa”.