la Repubblica, 12 febbraio 2026
Le banche centrali con Macron: “Alla Ue servono gli eurobond”
È una triangolazione difficile, perché la posta in gioco è la leadership europea. Le “coppie di potere” del continente ormai si muovono a geometrie variabili. Germania e Italia continuano a sfruttare una sinergia pragmatica che funziona da mesi. Friedrich Merz e Giorgia Meloni guidano oggi un pre-vertice nel castello di Alden Biesen, vicino Maastricht, insieme ad altri partner europei, per cementare la spinta a una maggiore competitività in vista del Consiglio a 27. Al pre-vertice ci sarà Emmanuel Macron, ma molto probabilmente non Pedro Sánchez. L’iniziativa di Merz e Meloni è stata preceduta dal paper redatto da Italia, Germania e Belgio, con posizioni critiche verso il Green Deal e gli «eccessivi oneri burocratici».
La Francia, irritata per la mossa Meloni-Merz, prova a incunearsi con una proposta che crea frizioni proprio tra Roma e Berlino. Emmanuel Macron agita il drappo rosso per i tedeschi, gli eurobond. Il debito comune, ha ribadito ieri, è «l’unico modo per restare competitivi con Stati Uniti e Cina. Da soli, gli Stati nazionali europei sono destinati a soccombere», ha insistito il presidente francese alla vigilia del summit informale dedicato alla competitività dell’Ue. «Per le spese orientate al futuro dobbiamo creare una capacità comune di fare debito, dunque per la difesa, le tecnologie verdi, l’intelligenza artificiale e i computer quantistici».
L’Italia, da sempre favorevole al debito comune, tace. Da Berlino, un funzionario governativo sibila in un briefing con i giornalisti che «il problema non è il debito ma la mancanza di produttività». Poi arriva la sorpresa. Il governatore della Bundesbank, Joachim Nagel, entra a gamba tesa nella discussione e appoggia la proposta degli eurobond. «Per rendere l’Europa più attraente occorre attirare investitori dall’esterno. Un mercato più liquido, quando si parla di asset europei sicuri, sarebbe in grado di farlo». In altre parole, per rafforzare l’euro, il mercato europeo e il futuro del continente servono strumenti comuni di debito.
L’uscita non è casuale. La richiesta di eurobond compare anche in un documento inviato da Christine Lagarde ai leader europei in vista del Consiglio europeo, anticipato da Repubblica, dove si parla di «asset sicuri» che aiuterebbero anche i Paesi membri a mantenere «politiche dei conti pubblici prudenti». Che la Bce sostenga il debito comune non è una novità, lo hanno ripetuto sia Lagarde sia il suo predecessore Mario Draghi. La notizia, semmai, è che a sostenerlo sia anche un “falco”, un tedesco come Nagel a capo della rigorista Bundesbank.
In realtà, il tabù tedesco degli eurobond è caduto da tempo. A dicembre il Consiglio europeo ha approvato 90 miliardi di euro di finanziamenti all’Ucraina che saranno pagati con debito comune. E la Germania stessa, l’anno scorso, si è concessa una deroga al freno al debito iscritto in Costituzione per stanziare oltre mille miliardi di euro su difesa e infrastrutture. Ma nell’anno in cui Merz affronta elezioni regionali cruciali, con il rischio di una valanga di voti per l’ultradestra AfD, il cancelliere deve mantenere una parvenza di rigore. Per questo, meno si parla di eurobond, meglio è.
Nel vertice informale a 27 sulla competitività, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen vuole spingere su «cooperazioni rafforzate» e su una tabella di marcia congiunta per il mercato unico fino al 2028. L’intenzione è arrivare a una roadmap da approvare al Consiglio europeo del 19 marzo. Anche per questo, l’incontro di oggi non prevede conclusioni. È un seminario politico che prepara il vertice del mese prossimo, mettendo al centro le relazioni di Mario Draghi, stamattina, e di Enrico Letta, nel pomeriggio. La tabella di marcia, secondo von der Leyen, includerà l’impegno ad adottare rapidamente alcune proposte chiave con le prime verifiche che dovrebbero arrivare in un altro Consiglio europeo informale a Cipro, ad aprile. La presidente della Commissione ha anche sottolineato che «oggi le tasse a carico dell’industria sull’elettricità sono 15 volte più alte di quelle sul gas: è sbagliato e stiamo lavorando con i governi per ridurre questi oneri fiscali e abbassare i prezzi dell’energia».