corriere.it, 12 febbraio 2026
In Italia metà dei lupi ha nel Dna i geni del cane. Lo studio su 700 esemplari recuperati morti
L’ibridazione tra i lupo e il cane in Italia ha raggiunto livelli molto alti e tali da mettere a rischio l’integrità genetica della popolazione. Secondo uno studio firmato da esperti degli istituti zooprofilattici sperimentali di Lazio e Toscana e di Umbria e Marche e dell’Università La Sapienza di Roma – pubblicato sulla rivista Biological Conservation – quasi la metà degli esemplari del territorio nazionale potrebbe presentare tracce di introgressione canina. Il dato è stato rilevato dall’analisi del Dna di un campione di 774 animali recuperati morti (di cui 748 tra 2020 e 2024 più 26 tra 1993 e 2003), da cui emerge che l’ibridazione è presente nel 46,7% degli individui esaminati.
Come precisano gli stessi autori, si tratta di un campione importante ma non necessariamente rappresentativo dell’attuale popolazione di lupi stimata in Italia, che è di circa 3.500 esemplari. I recuperi di carcasse, fanno notare gli estensori del rapporto, sono «opportunistici» e il luogo di ritrovamento non coincide necessariamente con l’area dove si è verificata l’ibridazione. Si tratta in ogni caso di una analisi su un numero elevato di campioni reali, gestiti dagli Istituti zooprofilattici, vale a dire da enti istituzionali, e quindi il risultato va tenuto in seria considerazione.
Dentro al dato generale si possono individuare alcune suddivisioni degli esemplari analizzati: il 29,5% sono classificati come ibridi «recenti» (prime generazioni e primi reincroci) e il 17,2% come introgressi (ovvero reincroci più vecchi, con tracce più diluite ma comunque presenti). La presenza di alcuni ibridi di prima generazione nel campione 2020-2024 viene inoltre letta come segnale che l’ibridazione non è solo un’eredità del passato, ma sta ancora avvenendo.
Secondo le stime riportate, molti casi di ibridazione potrebbero essersi verificati tra 9 e 16 anni prima del periodo di campionamento, ma alcuni casi indicano continuità del processo. Un altro punto chiave riguarda la geografia: gli individui ibridi e introgressi risultano diffusi lungo la penisola, con percentuali di ibridi recenti più alte in alcune regioni occidentali (come Toscana, Lazio, Campania, Calabria) rispetto a varie aree orientali.
Lo studio ricorda come fenomeni di ibridazione tra lupo e cane (Wdh nell’acronimo internazionale) siano stati registrati anche in studi effettuati in altre nazioni e come questa tendenza riguardi ormai tutte le nove popolazioni europee di lupi esistenti. Ma non sembrano essere ancora state riscontrate percentuali di ibridazione analoghe a quelle documentate nella ricerca italiana. Nella maggior parte dei casi l’accoppiamento avviene tra un lupo femmina e un cane maschio, anche se non sono mancati casi in cui si sia verificato il viceversa, seppure in percentuali più ridotte.
Sul fronte delle cause, la cornice sembra essere piuttosto esplicita: l’ibridazione lupo-cane è descritta come ibridazione introgressiva antropogenica, alimentata da alta disponibilità di cani e da contesti ecologici e sociali dove l’incontro tra lupi e cani diventa più probabile. Il tema è insomma quello dei cani vaganti o rinselvatichiti, che portano la questione del randagismo in stretta correlazione con l’aumento degli esemplari di lupo stimati sul territorio nazionale. Ma questo aspetto solleva appunto il dubbio come debbano essere valutati i numeri sulla popolazione stimata: quanti di quei 3.500 esemplari sono veramente lupi e non incroci? In ogni caso gli studiosi mettono in guardia sul fatto che senza una gestione efficace del problema nel suo complesso, il rischio è quello del «genetic swamping», cioè una progressiva «diluizione» del lupo fino a una mescolanza completa che renderebbe ingestibile la conservazione della linea selvatica.
Il paper sottolinea anche il fattore tempo: l’Italia viene presentata come un caso-scuola di cosa può accadere quando la gestione resta frammentaria o tardiva. Gli autori – Rita Lorenzini, M. Aleandri, Antonella Pizzarelli, Lorenzo Attili, Massimo Biagetti, Carla Sebastiani e Paolo Ciucci – insistono sul fatto che l’integrità genetica debba entrare stabilmente nelle valutazioni sullo stato di conservazione del lupo, tanto più in un contesto europeo dove il quadro di protezione è oggetto di discussione e revisione.
Il declassamento dello status di tutela del lupo, già deciso a livello europeo e ora consegnato agli Stati membri dell’Ue per l’eventuale allineamento (senza il quale il lupo resta una specie «rigorosamente protetta»), partiva proprio dal presupposto che dopo decenni di declino le popolazioni sono tornate a crescere e oggi la specie non è più in pericolo. Ma se nel numero di esemplari conteggiati figurano anche gli ibridi, allora i numeri cambiano. E di conseguenza potrebbe dover cambiare l’intero ragionamento su cui si sta giocando la partita della conservazione del Canis Lupus.