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 2026  febbraio 12 Giovedì calendario

Il vero significato delle maschere di Carnevale spiegato da Franco Cardini

Ormai la faccenda del Carnevale, come quella del Presepio, è puntuale oggetto di polemiche stagionali che stanno divenendo noiose per la loro monotona ripetizione di luoghi comuni. Comunque, in questi giorni parecchi media europei ed americani hanno “riscoperto” un aspetto del problema ch’era stato un po’ messo da parte. La somiglianza (e le differenze) tra il Carnevale e lo Halloween. E qui forse vale la pena di esser chiari, perché non si tratta solo (o non si tratta affatto) di “mascherate”. Come non tutti purtroppo sanno, ma tutti dovrebbero sapere, quelle che con molta imprecisione si potrebbero qua-lificare come “feste folkloriche”, magari dedicate soprattutto ai bambini, hanno origini e significati del tutto diversi fra loro ma la caratteristica di essere “feste mascherate” e di possedere entrambe – la prima almeno in parte, la seconda in modo più diretto – caratteristiche “paurose” o addirittura “orrificanti”, sia pure volte al burlesco. Il comune elemento della “maschera” (intesa proprio in senso tecnico, cioè come copertura del volto di chi la indossa tale da conferirgli aspetto ridicolo o spaventevole) ha un rapporto preciso con l’Aldilà: è larva, cioè volto funereo di solito in rapporto con il culto degli antenati ma connesso altresì con un aspetto magico: la parola masca o mascha, d’origine longobarda, viene ancora usata in certi dialetti settentrionali con il significato di “strega”: il che ci riporta a un qualche significato funereo, all’idea diffusa in molte culture secondo al quale vi sono certi spiriti malevoli di defunti che tendono a comparire soprattutto di notte. Anche la morte, personificata, ha una sua maschera. Ci si chiederà che cosa ci sia di ridicolo o di divertente in tutto questo. Il fatto è che, antropologicamente parlando, lo scherzo è sovente parte dei rituali funebri: ed è tipico proprio della nostra società desacralizzata il luogo comune secondo il quale, durante il funerale, ci si raccontano delle barzellette. Ricordatevi quel famoso verso di una vecchia canzone di Renato Zero: «Ridi, buffone, per scaramanzia / così la morte va via».

Tra le probabili origini etimologiche della parola Carnevale c’è quella di carni vale, breve frase latina che significa più o meno “(dire) addio alla carne”, con allusione al fatto che nell’anno liturgico cristiano al Carnevale si dedicava la settimana precedente il Mercoledì di Quaresima. L’ultimo giorno di Carnevale è appunto il “Martedì Grasso”, a partire dall’indomani del quale, Mercoledì delle Ceneri, si entra in un periodo dedicato al digiuno o quanto meno all’astinenza dai cibi carnei. Insomma, in età cristiana i giochi di Carnevale erano un modo per prepararsi ai successivi quaranta giorni di penitenza in preparazione alla Pasqua: la Quaresima. E in qualche modo riprendevano anche tradizioni differenti e ancora più antiche, come il Purim ebraico.

Tra le varie forme di successo della “festa” del Carnevale nei suoi aspetti più diffusi e veramente popolari da una parte, nel suo risvolto dark e se si vuole addirittura demoniaco (o quanto meno evocatorio) dall’altra, è importante che esso si sia impiantato in varie versioni della cultura afroamericana, quella del mondo degli schiavi oggetto tra Cinque e Ottocento di un traffico tanto lucroso quanto infame. Varie forme di sincretismo religioso dal sud degli Stati uniti d’America la mondo caraibico sino all’area atlantica della Mesoamerica e soprattutto al Brasile, dove ha assunto aspetti artistici con elementi notevoli anche sotto il profilo estetico – molti ricorderanno un prestigioso film, Orfeo negro – e dove ad esempio molte “scuole” di samba, non solo a Rio de Janeiro, sono collegate con culti sincretici cristiano-pagani (e addirittura cristianosatanisti) e con credenze a carattere spiritico. Ma il legame tra esperienze del genere e Halloween, più volte proposto e tentato, si è sempre rivelato inconsistente. La questione è un’altra: ed è squisitamente storica. Lo Halloween ha ripreso a partire da alcuni centri soprattutto rurali presbiteriani del New England le desuete forme carnevalesche (in tutto il mondo cristiano-riformato fermamente condannate e represse), per celebrarle però non già verso la fine dell’inverno (il Carnevale è una “festa mobile”, di origine lunare come la Pasqua). Ma, se il Carnevale ha origini probabilmente grecoromane e forse misteriche cristianizzate, la parola inglese Halloween ci riconduce a un’espressione arcaica d’origine anglosassone per celebrare invece una festa di metà autunno, Ognissanti. L’eti-mo anglico, quindi germanico, non deve ingannarci. La festa di Ognissanti è stata “inventata” probabilmente tra X e XI secolo dai monaci benedettini dell’abbazia borgognona di Cluny (i “cluniacensi”), i quali – impiantati in un mondo celtico da non molto convertito al cristianesimo – intendevano sradicare una festa folklorica tipica di quei luoghi e di quelle genti. Il Samain d’inizio novembre richiamava al tempo delle semine e al culto degli antenati (ed eccoci ancora una volta ai morti). Insomma, l’accostamento non è né antropologicamente né filologicamente insostenibile. I monaci cluniacensi proposero ai loro fedeli ancora un pochino impregnati di usanze pagane di non celebrare più – con intento magico di propiziazione di un buon futuro anno agricolo – i contadini loro antenati, bensì di dedicare due giorni di preghiera all’inizio di novembre a tutti i santi (“Ognissanti”, appunto); e il 2 novembre ai defunti che magari santi non erano, ma che proprio per questo avevano bisogno di preghiere. La Feria omnium sanctorum, la festa di Ognissanti, in area anglogermanica venne chiamata Halloween.

Ma in questa faccenda la cultura anglogermanica che cosa c’entra? E poi, tutti sanno che Halloween ci viene dall’America settentrionale. Lo spostamento geoetologico è presto spiegato. Con la Riforma protestante il culto dei santi venne abolito nei Paesi “riformati”: tra essi l’Inghilterra e la Scozia, da dove a partire dal Cinque-Seicento partirono numerosi i pellegrini presbiteriani, cioè calvinisti i quali non intendevano ottemperare alla disciplina anglicana: insomma i “puritani”. Tra loro, molti erano gli agricoltori abituati a celebrare la festa di Ognissanti, ma non immemori dell’antico Samain celtico magari “demonizzato”, con gli spiriti dei morti che assumevano valenza diabolica (il New England è celebre area di credenze stregoniche: avete presente il processo alle streghe di Salem del XVII secolo e Il Crogiolo di Henry Miller?). Ebbene, la Chiesa presbiteriana aveva in orrore il culto dei santi e vietava di celebrarlo: ma i contadini angloscozzesi immigrati a quel punto non fecero altro che tornare alla loro antica festa pagana decristianizzata: lo Halloween, con i suoi “dolcetti o scherzetti” e le sue zucche svuotate e ridotte a sferici teschi traslucidi che brillano nelle notti dell’autunno americano con le loro brave candele all’interno. Ovviamente, americanofilia e cinema hanno fatto in modo che, mentre il nostro Carnevale langue perfino a Viareggio e a Venezia – e se ne sono comunque perdute le origini cristiane e prepenitenziali –, lo Halloween stregonico e diabolico d’origine newenglander impazzi. E i nostri cimiteri, svuotati all’inizio di novembre di giorno perché noialtri postcristiani ce ne freghiamo della memoria dei nostri morti e non la insegniamo più ai nostri ragazzi, si riempiono talvolta di notte perché la macabra profanazione di tombe rientra nelle squallide americanate necromantiche d’Oltreoceano. Il servilismo nei confronti degli States ha parecchi volti, e pure il culto delle zucche vuote ha il suo posto: si comincia con quelle di Halloween e si finisce con Trump.