Sette, 12 febbraio 2026
Intervista a Gisèle Pelicot
Sta vincendo la sua guerra, Gisèle Pelicot. La incontriamo negli uffici dell’agente letteraria, a Parigi, divertita dalla presenza del fotografo, incuriosita dalle attrezzature, felice di presentare Jean-Loup, il suo premuroso compagno, che aspetterà la fine dell’intervista leggendo il giornale in un’altra stanza.
Una guerra contro il dolore iniziata da bambina, quando il letto della madre malata di tumore stava in cucina, per rendere più facile l’assistenza.
La battaglia più dura è arrivata per colpa di Dominique Pelicot, per cinquant’anni il suo marito adorato. Dominique – «il signor Pelicot», lo chiama adesso – drogava Gisèle fino a farle perdere i sensi e invitava nella loro casa a Mazan, nel Sud della Francia, gli sconosciuti reclutati su Internet affinché stuprassero Gisèle davanti a lui e alla videocamera. «Il signor Pelicot» l’avrebbe fatta franca, se un giorno un agente della sicurezza di un supermercato non avesse notato quell’anziano signore che cercava di filmare sotto la gonna delle clienti, e se la polizia non avesse deciso di analizzare il suo computer, trovando centinaia di video con gli orrori catalogati con cura. Il processo per quei crimini, dal 2 settembre al 19 dicembre 2024, ha avuto una risonanza mondiale anche perché Gisèle Pelicot ha voluto che le udienze fossero aperte al pubblico e ai media. Gli avvocati della difesa hanno provato a destabilizzarla, a insultarla, Gisèle ha dovuto vedere i video in cui veniva stuprata e allora ha voluto che tutti li vedessero. Gli imputati sono stati condannati (da tre a 20 anni di carcere, nel caso dell’ex marito) e Gisèle è diventata un’eroina.
Ora racconta la sua storia nel libro Un inno alla vita che sta per uscire in tutto il mondo, pubblicato in Italia da Rizzoli. «È una saga famigliare attraverso tre generazioni di donne. Mia nonna, mia madre e me, attraverso i dolori e soprattutto la gioia di vivere che mi hanno trasmesso. La gioia di vivere fa parte del mio Dna, forse proprio come reazione ai drammi famigliari. Mio padre aveva sette anni quando ha perduto sua madre. Io ne avevo nove quando ho perduto la mia».
Che cosa si ricorda della morte di sua madre?
«Mio padre devastato dal dolore che le chiude gli occhi. Ricordo di avere provato a scuoterla, a svegliarla, perché a nove anni non si comprende la realtà della morte. Poi a lungo ho avuto paura di addormentarmi, mi dicevo “se mi addormento anche io posso morire”. Oggi se penso ai dieci anni in cui sono stata violentata dopo essere stata drogata, priva di sensi come in un’anestesia generale, penso che avrei potuto morire mille volte. Ma ho 73 anni, e sono ancora qui».
Leggendo le pagine che lei dedica a sua madre, e poi agli sforzi per superare il dolore della perdita, sembra che la sua forza d’animo derivi da una specie di obbligo nei confronti della mamma perduta, una promessa di riuscire a farcela, nonostante tutto.
«È così. La malattia di mia madre è cominciata quando aveva 28 anni, è morta a 35. Aveva un tumore alla testa, alla nuca. Quando ho cominciato a essere drogata dal signor Pelicot, quando mi sentivo assente, pensavo di avere la stessa malattia di mia madre. Lei ha sofferto enormemente nella sua vita, ma mi ricordo di averla sempre vista sorridere, cercava comunque di scherzare. Quando è tornata a casa dall’ospedale, così dimagrita per la malattia, pelle e ossa, si è messa delle arance nel reggiseno ed è scoppiata a ridere con sua sorella, come una bambina. Nella mia famiglia c’è sempre stata tanta sofferenza, e anche tanta voglia di combatterla».
Qual è stato il momento peggiore della storia con il suo ormai ex marito?
«Quando ho scoperto quello che aveva fatto, il 2 novembre 2020. Fino a quel momento non sapevo nulla, non avevo ricordi. Quel giorno ho scoperto a che cosa fossi stata sottoposta, per anni, e ho dovuto telefonare ai miei figli per spiegare che cosa il signor Pelicot, loro padre, aveva fatto. Credo che non potrei rivivere quella giornata, è stato terribile».
Il suo libro è la storia di un crimine unico, eccezionale, eppure parla a tutti perché descrive molto bene l’impossibilità di conoscere davvero un essere umano, fino in fondo. Lei non ha mai sospettato di nulla?
«No, perché mio marito apparentemente era perfetto. Così mi sembrava. Quando il 2 novembre 2020 mi chiamano in commissariato, e il vicebrigadiere Laurent Perret prima di farmi vedere per la prima volta quelle foto spaventose mi chiede “come definirebbe suo marito?”, io rispondo “un uomo gentile, generoso, pieno di attenzioni, che non mi ha mai riservato una brutta sorpresa”. Il povero agente non sapeva come dirmelo. Poi in tribunale ha raccontato che non ci dormiva la notte, non trovava un modo accettabile per darmi la notizia, aveva paura di distruggermi la vita. Nella disgrazia, ho avuto la fortuna di incontrare brave persone. Quella guardia del supermercato di Carpentras, Thibault, che ha visto il signor Pelicot filmare le donne sotto le gonne e lo ha denunciato. Quando ci siamo rivisti al processo di appello ci siamo abbracciati in lacrime. E il vicebrigadiere Perret, che avrebbe potuto dire “è un vecchio signore, lasciamolo andare a casa”, e invece ha voluto controllare il computer del signor Pelicot. Con quello scrupolo mi ha salvata».
Perché ha deciso di scrivere questo libro?
«All’inizio non ci pensavo proprio, poi quando sono arrivate le proposte mi sono detta che la mia storia sarebbe potuta servire alle altre donne, non solo alle vittime di violenze. Il cuore del libro sta nel titolo, Un inno alla vita. Credo di essere la dimostrazione che non siamo mai preparati a quello che ci può riservare l’esistenza, ma ci si può sempre rialzare. Spero che il peggio sia dietro di me e che ormai io possa vivere gli anni che mi restano con un po’ di pace, di serenità».
Lei come ha fatto a rialzarsi? Dove ha trovato la forza?
«La svolta è stata quando ho deciso di oppormi al processo a porte chiuse. Quella è stata la decisione più importante della mia vita».
E come è arrivata prenderla?
«Mi sono detta che tutti dovevano sapere. Non per me, ma per tutte quelle donne che subiscono abusi e tuttavia neanche provano a denunciare, perché è difficile fornire le prove delle violenze. Io non ho neanche avuto bisogno di cercarle le prove, me le hanno portate. Me le hanno fatte vedere, il 2 novembre, al commissariato di Carpentras. Così, quando ho visto tutte quelle donne che venivano al processo di Avignone, che mi incoraggiavano, ho pensato che sarebbe stato utile per loro, per tutte».
Del suo processo si è parlato in tutto il mondo, grazie al suo coraggio.
«Una storia destinata a tre righe nella cronaca locale è diventata un caso planetario. Il giorno dopo la mia decisione, ho visto arrivare la stampa internazionale. All’inizio mi sono sentita un po’ travolta, ma ho pensato che in questo modo, almeno, quell’orrore sarebbe servito a qualcosa. E non ero certo io a dovermi vergognare».
È stata una scelta difficile?
«Mi ci è voluto molto tempo per maturarla. Mia figlia me ne aveva parlato all’inizio, mi disse “mamma devi testimoniare a porte aperte, perché tutti sappiano”, ma io non ero pronta. Significava fare vedere quelle foto, quei video, al mondo. Ho preso la decisione camminando, camminare per me è una terapia, un modo per maturare le mie riflessioni. Ho capito che se avessi testimoniato a porte chiuse, avrei fatto un regalo ai miei violentatori. Allora ne ho parlato al mio compagno, Jean-Loup»
Che cosa le ha detto il suo compagno?
«Che mi sarebbe stato accanto, qualsiasi decisione avrei preso. Ho chiamato subito gli avvocati, che erano sorpresi: “Gisèle, ci pensi bene per una settimana”. Li ho richiamati il giorno dopo: “La mia decisione è presa, non tornerò indietro”. A quel punto però c’è stato l’altro momento più difficile».
Quale?
«I miei avvocati mi hanno spiegato che avrei dovuto vedere i video, non solo le foto che mi avevano mostrato in commissariato. Non è stato facile».
Come ha affrontato lo choc?
«Ho preso le distanze da quella donna incosciente, che veniva violentata da tutti quegli uomini che invece erano ben coscienti di quel che stavano facendo. Quando vedevo le immagini avevo la sensazione che quella donna non fossi io».
È una reazione, il distacco da sé stessi, abbastanza comune nelle persone che hanno subito un grosso trauma.
«Forse ho questa capacità, che mi ha molto aiutato a reagire. Non ho ricordi diretti di quegli orrori perché ero incosciente, ma le foto che ho visto al commissariato e i video che ho poi visto al processo sono impressi per sempre nella mia mente. Quindi ho provato e provo indignazione, certamente. Il sentimento di essere stata tradita, senza dubbio. Ma odio e collera li tengo a bada. Mi sono detta, e adesso che cosa faccio di tutto questo fango? Ho deciso di fuggire dal buio e di andare verso la luce, la gioia di vivere. Credo che chi leggerà il libro riuscirà a capire».
Che cosa pensa adesso dei 50 anni che ha vissuto accanto al signor Pelicot?
«Ho bisogno di pensare che non siano stati totalmente, esclusivamente, una menzogna. Tutti lo adoravano, gli amici dicevano che eravamo una bella coppia, anzi una coppia modello. A pensarci adesso, è una follia. Come è possibile che non ci siamo resi conto di nulla? Anche i nostri figli hanno sempre pensato di avere un padre meraviglioso».
A questo proposito, forse una parte di spiegazione si trova in quel che lei racconta nel libro, quella specie di patto che avevate stretto tra voi all’inizio, quando vi siete conosciuti: un’alleanza di ferro contro i lutti e la sofferenza che entrambi avevate conosciuto.
«Io e il signor Pelicot ci siamo conosciuti a 19 anni e a 20 eravamo già sposati. E io mi sono buttata con tutta me stessa, nella buona e nella cattiva sorte, come si dice. Certo non avrei mai immaginato che la cattiva sorte sarebbe stata quello di cui stiamo parlando. Quanto al resto, niente mi spaventava, ho preso il matrimonio e la famiglia come un soldatino, pronta ad affrontare tutto. La malattia, le difficoltà economiche».
I problemi di soldi sembrano essere stati ricorrenti, nel vostro matrimonio. Lei racconta delle strategie che avevate messo a punto per non destare preoccupazioni in figli e nipoti.
«Non abbiamo mai mostrato la realtà, non avremmo potuto. Eravamo sempre in rosso. Riempivamo il frigo e il serbatoio della macchina solo quando i nipoti venivano a trovarci per le vacanze, e quando ripartivano davamo fondo agli avanzi, al pacco di pasta che magari restava nella dispensa. Ma devo dire che questo non mi ha mai turbato più di tanto. Avevo altre priorità».
Quali?
«Volevo che le mie nipotine fossero felici, da noi. Ho il ricordo di loro che appena arrivate a casa si mettono di corsa il costume da bagno e si tuffano in piscina. Quelli erano i momenti che contavano, per me. E nessuno potrà togliermeli, restano impressi nella mia mente e mi danno ancora tanta gioia. Tutto il bello che ho vissuto, l’ho tenuto. Il resto l’ho buttato nella spazzatura».
Come i mobili, i quadri…
«Ho dato via tutto, quando ho lasciato la casa di Mazan che condividevo con il signor Pelicot ho perso tutto. Ho venduto i mobili sul Bon Coin (il sito francese di compravendite tra privati, ndr), avrò realizzato in totale neppure 2000 euro, tutto quel che mi è rimasto di una vita intera. Ma dei soldi non me ne importava granché. Ho avuto la fortuna di lavorare, e quindi di avere una pensione. Sapevo di potere andare avanti con quella».
Appena ha saputo delle violenze, il giorno stesso sua figlia Caroline ha distrutto le foto di famiglia.
«Soffriva terribilmente. Abbiamo tutti preso un treno in piena faccia, e ognuno ha reagito come poteva. Mia figlia aveva una grande complicità con suo padre, il signor Pelicot, in lei oltre all’indignazione e alla delusione c’è stata anche tanta collera. È diversa da me, è una cosa che va accettata».
Sua figlia, in una precedente intervista al Corriere della Sera, ha parlato delle vostre relazioni tese, difficili. Vi state riconciliando, adesso?
«Sì, per fortuna i nostri rapporti stanno tornando più sereni. Mi ha telefonato poco prima di Natale, e questo è molto importante per me. Posso dire che adesso va tutto bene, anche se ho un controllo medico importante tra sei mesi e forse solo allora potrò dire che va davvero tutto bene. Comunque, Caroline ha sofferto moltissimo, anche lei è una vittima di questa storia. Ma la sofferenza non ci ha unite».
Come mai il dolore, invece di avvicinarla a sua figlia, vi ha allontanate?
«Io non credo alla sofferenza che accomuna. Quando si vivono certe esperienze, la deflagrazione è tale che ognuno cerca di guarire e di ricostruirsi come può. Ci vuole tempo».
La prima sera Caroline le chiede di dormire con lei, per avere un po’ di conforto, ma lei preferisce stare sola. Come mai?
«Non riesco a condividere il dolore, a viverlo assieme ad altri. Ho avuto bisogno di isolarmi, sono fatta così. Se avessimo dormito nella stessa stanza sarei crollata, lo so. E non volevo crollare, mi ripetevo che dovevo mostrarmi forte, per me e per i miei figli. Capisco che qualcuno possa dire “ma è una madre indegna, come può rifiutare l’aiuto alla figlia?”, ma in quel momento non potevo aiutare nessuno. Ero solo occupata a tenere duro, perché sentivo di non avere il diritto di crollare davanti a lei. Mia figlia me lo ha rinfacciato a lungo, e la capisco. Posso solo dire che è vero, le madri non sono perfette, e neanche io lo sono».
Come ha vissuto il processo? Da una parte c’era il sostegno di tante donne, che sono venute per testimoniarle solidarietà e ammirazione. Dall’altra il comportamento dei co-imputati, che scherzavano e ridacchiavano alla macchinetta del caffè, e c’erano anche le domande talvolta violente dei loro avvocati. Se lo aspettava?
«No, sinceramente no, ma lo hanno fatto apposta. Gli avvocati hanno cercato di mettermi in difficoltà. Penso che avessero tranquillizzato il signor Pelicot: non si preoccupi, il processo sarà a porte chiuse, nessuno o quasi se ne interesserà. Quando ho annunciato che volevo un’udienza pubblica, ho visto i loro volti trasformarsi. E me l’hanno fatta pagare».
In che modo?
«Per tutto il tempo, ogni giorno, hanno cercato di insinuare l’idea che avessi partecipato a quei crimini, che magari non ero consenziente in quel momento – impossibile, nei video si vede che ero praticamente morta – ma magari in qualche altra occasione. Una falsità totale. E continuavano a parlare di “relazioni sessuali”, ma non c’è mai stata nessuna “relazione”, c’erano uomini che abusavano di un corpo privo di volontà. Un imputato ha detto che pensava fossi morta, poi mi ha toccato, ha sentito che la mia pelle era calda allora è andato avanti. Un altro ha sostenuto che non c’era stupro perché il consenso l’aveva dato il signor Pelicot, il marito, come se io fossi un pezzo di carne a disposizione dell’uomo di casa. Ho ascoltato delle frasi lunari, osservazioni abiette».
I 51 imputati appartenevano a tutte le categorie sociali, a tutte le età.
«Questo mi ha colpito molto. Era rappresentata tutta la società francese, ogni categoria socioprofessionale, ogni età, da 22 a 74 anni, uomini soli e sposati, e pure le loro mogli sono venute a testimoniare per dire che il loro uomo non avrebbe mai potuto fare certe cose, perché era un uomo meraviglioso. Del resto, se fossi stata nella loro stessa situazione, forse anche io avrei detto la stessa cosa del mio».
Lei ha conservato il cognome Pelicot del suo ex marito. Come mai?
«Certo non per conservare un legame con lui. L’ho fatto per la mia famiglia, e in particolare per i miei nipoti, che si chiamano Pelicot e non hanno nulla di cui vergognarsi. Il 2 settembre 2024 è stato il primo giorno del processo, il giorno in cui è stata pronunciata la sentenza del mio divorzio e anche il primo giorno di scuola media di mia nipote. Mi ha telefonato e mi ha detto: “Sai nonna, sono fiera perché la mia prof di francese mi ha parlato di te”. Mi sono detta che da grande forse il suo cognome Pelicot le ricorderà più quel che ha fatto la nonna che i misfatti del nonno. Ecco perché ho conservato quel cognome, e perché il libro è firmato come Gisèle Pelicot».
Alla fine, si torna al cuore della questione: la vergogna deve cambiare campo.
«Esattamente, sono loro, i violentatori, a doversi vergognare, non le vittime. Io mi sono vergognata da morire. Per quattro anni mi sono nascosta, passavo ore sotto la doccia per fare andare via lo sporco. Per una donna è terribile, e io comunque non avevo memoria di quelle violenze, me le hanno fatte vedere ma io non le ho vissute. Mi immagino le donne che, purtroppo per loro, invece le hanno subite essendo coscienti».
Il momento peggiore di questa vicenda, lo ha evocato all’inizio della conversazione, è stato quello della scoperta degli abusi, in commissariato. E il momento migliore?
«Tutte le testimonianze di affetto, il sostegno che mi è arrivato dal mondo intero. Sono fiera di avere portato la mia piccola pietra all’edificio della lotta contro le violenze sulle donne e contro il sessismo. Questo davvero mi fa piacere».
Adesso lei ha un compagno. Come ha trovato la forza di fidarsi di nuovo di un uomo?
«Per fortuna tra gli uomini ci sono ottime persone, non ho mai avuto la tentazione di generalizzare. Non voglio diventare paranoica, non voglio preoccuparmi di ogni sguardo che incrocio camminando per la strada. E non voglio arrendermi, non voglio diventare diffidente e prevenuta per colpa di questa storia. Non avrei mai immaginato di innamorami, alla mia età, eppure è successo».
Come vi si siete incontrati?
«Conoscevo suo cognato, che abitava nella mia stessa strada. Poi io e Jean-Loup ci siamo conosciuti tramite amici comuni. Forse qualcuno lassù…»
Pensa a sua madre?
«Mia madre, mio padre… Tutte le persone che mi hanno voluto tanto bene, e che io ho amato tanto, forse si sono dette “ha portato la sua croce, adesso merita di essere un po’ felice”. Tutti attraversiamo momenti difficili. Un divorzio, una malattia… Sono contenta di non avere rinunciato alla vita».
Come dice il titolo del libro, Un inno alla vita.
«Sì. L’ho scritto per i miei figli e i miei nipoti, una specie di testamento».
E il suo ruolo pubblico?
«Incontro persone per strada che mi fermano, certe volte mi dicono che le cose per loro non vanno tanto bene e che vorrebbero avere la mia forza. Se posso infondere un po’ di forza, per me è una bella giornata. Ma nei prossimi mesi vorrei soprattutto godermi un po’ questa mia nuova vita, prendermi cura di me. Ho 73 anni e sono una vecchia anima, come si dice. Ma un’anima felice».