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 2026  febbraio 12 Giovedì calendario

Franco Gasparri raccontato dal fratello

Scusi sa, ma i vostri genitori non avevano tanta fantasia con i nomi di battesimo.
«Mio fratello in realtà si chiamava Gianfranco. Io sono nato sedici anni dopo. Fu lui a dirgli: “Mettetegli Franco, è il più bello di tutti. Non poteva sapere che, quando diventò attore, gli avrebbero accorciato il nome, perché suonava meglio».
Franco Gasparri, 61, è il fratello minore dell’omonimo divo dei fotoromanzi anni Settanta. E di «Mark il poliziotto», famosa trilogia di “poliziotteschi” che ai tempi fece furore. Alto quasi 1 e 90, occhi verdi, capelli neri, sorriso perfetto. Bellissimo. Sfortunato. A 31 anni ebbe un terribile incidente con la moto e rimase paralizzato dalle spalle in giù. Morì a 50 per infarto, il 28 marzo 1999. Le ragazzine di allora non l’hanno mai dimenticato.
A casa come evitavate la confusione?
«Lui era Francone e io Franchino. Quando telefonavano non si sapeva mai chi cercavano davvero. Lui, quasi sempre».
Un fratellone.
«Era la mia spalla, il mio appoggio, il mio eroe. Lo vedevo grandissimo. Chiuso, taciturno ma ironico, io più casinaro. Lui era il bello, io un tipo, dicevano. Non ho ancora capito se fosse un complimento».
Non è facile crescere accanto a uno così fuori categoria.
«Invece andava alla grande. Mai stato invidioso del suo successo, ero contento. Giocavamo a pallone tutti e due. Io difensore, Franco centravanti, segnava molto, l’anno dell’incidente era capocannoniere nella sua squadra. Per uscire dagli spogliatori, dopo le partite. a volte dovevano chiamare i Carabinieri».
A scuola.
«Quando veniva a prendermi c’era grande agitazione. Tra le compagne di classe no, troppo piccole. Ma le mamme e le insegnanti invece sgomitavano per conoscerlo».
Al cinema cominciò presto.
«Intorno ai 13. Papà Rodolfo era un apprezzato cartellonista cinematografico. Realizzò i manifesti di Per qualche dollaro in più, C’era una volta il West, Il buono, il brutto, il cattivo, Giù la testa. Gli fece avere qualche particina nei film mitologici di Frank Kramer, tipo Sansone e La furia di Ercole. Ci prese gusto. E sì, era già bello».
I fotoromanzi.
«Tornato dal servizio militare nei paracadutisti, fece un provino a Sogno e poi alla Lancio. In circa dieci anni ne ha interpretati 429, di cui 390 da protagonista».
Diventò famosissimo.
«Le ammiratrici si tuffavano dentro l’auto dai finestrini aperti per baciarlo o anche solo per strappargli un fazzoletto. Quando girava un film c’era l’assedio sotto le finestre del suo albergo, doveva affacciarsi come il Papa. Al cinema poteva entrare soltanto al buio, a spettacolo iniziato».
E lui?
«Era contento ma un po’ questa attenzione esagerata, da timido, la soffriva. Gli dicevano sempre che era bello, a volte avrebbe preferito che lo trovassero bravo, invece».
Un playboy?
«No. Chi è inseguito di solito scappa».

Se la tirava?
«No, era solo un ragazzo normale a cui il successo era esploso tra le mani».
Girò due film con Zeudi Araya, si parlò di un flirt.
«Gli è stata vicina solo come amica, anche dopo l’incidente».

Le moto.
«Era un appassionato, ha sempre guidato una Honda. L’incidente lo ebbe con una Kawasaki 900. Gli era stata rubata. Poi però venne ritrovata. Chissà, forse, se non gliel’avessero restituita...».
Correva?
«Tranquillissimo non era, gli piaceva tirare, però non era un matto. Amava l’ebbrezza della velocità, qualche accelerata la dava. Si sentiva libero. Col casco non lo riconosceva nessuno e poteva girare senza problemi. Possedeva pure un cavallo, a Passoscuro. D’inverno gli piaceva portarlo a cavalcare sulla spiaggia. Lo aveva chiamato Folgore, come la brigata dei parà».
Quel 4 giugno 1980.
«Era mattina presto. La troupe della Lancio lo aspettava agli studi sulla Tiburtina per girare delle scene di un fotoromanzo, rimasto incompiuto. Mio fratello prese il raccordo anulare. All’altezza di Settebagni di colpo ha perso il controllo della moto. Poteva cavarsela con molto meno. Purtroppo ha sbattuto la testa contro un paletto del guard-rail».
Qualcuno lo ha urtato? O gli ha tagliato la strada?
«Non si è mai saputo. Franco non ricordava nulla dell’incidente. Io ero a scuola, al liceo artistico di via di Ripetta. Venne mia zia, che aveva un negozio di giocattoli a piazza Navona. “Franco è caduto con la moto”. Lo avevano portato all’ospedale Villa San Pietro. Quando lo vidi nel letto, incosciente, gli diedi un bacio».
La diagnosi fu spietata.
«Frattura tra la quinta e la sesta vertebra cervicale. Rimase paralizzato dal collo in giù. Muoveva le spalle, pochissimo le braccia, le mani non rispondevano, così come le gambe. Gli andò poco meglio di Christopher Reeve».
Ha capito subito cosa gli era successo?
«Un po’ alla volta, ha passato molti giorni in rianimazione. Quando fu in grado di viaggiare, partimmo per l’Inghilterra. Sperava che all’ospedale Stoke Mandeville, dove sono specializzati in lesioni del midollo spinale, potessero curarlo. Poi capì che non c’era niente da fare».
Le avete provate tutte.
«Io e papà andammo persino a Washington, da un luminare della spina dorsale, il professor Carl Cao, quello che aveva già operato Clay Regazzoni, il pilota di Formula Uno. Gli portammo le lastre di Franco. Lui le guardò e scosse la testa».
Franco non si buttò giù.
«Reagì come meglio non avrebbe potuto. Non si lamentava mai, non si commiserava, non ha mai detto: “Era meglio se fossi morto”. Dimostrò una forza di volontà incredibile, rincuorava noi altri, se ci vedeva tristi o preoccupati. “Poteva andarmi peggio”. Era molto coraggioso».
Cominciò una nuova vita.
«Dopo l’incidente ci siamo legati ancora di più. Facevo la guida turistica in giro per il mondo, tornai a Roma per stargli accanto. Prendemmo un pulmino attrezzato, con cui andavamo ovunque. Al lago, per praticare la pesca sportiva. All’ippodromo e allo stadio, tutti e due tifosi della Lazio. Franco era molto amico di Bruno Giordano, che lo veniva a trovare spesso».
Gli pesava la sua nuova condizione?
«Un po’, quando sentiva addosso gli sguardi di compassione. O i commenti a mezza voce: “Poveraccio”. Negli ultimi anni, per l’immobilità, aveva preso peso. Si nascondeva sotto cappelli da cowboy. Ma anche in quei momenti si preoccupava che non ci restassimo male noi».
Smise di lavorare.
«Ricevette ancora tante proposte. Ma decise di chiudere. Faceva tanta fisioterapia, leggeva molto, ascoltava musica, guardava film, stava con sua moglie Stella e le due bambine, Stella e Luna».
Il giorno più bello.
«Quando abbiamo fatto il bagno al tramonto, sulla spiaggia di Senigallia. Franco è entrato in acqua con la carrozzina, lo abbiamo slegato, lo tenevamo a galla noi. Era felice».
Morì presto.
«A 50 anni. Con quel tipo di lesioni, i polmoni restano fragili, il cuore soffre. Ebbe un infarto. Papà è morto dieci mesi dopo di lui».
Le manca.
«Sempre. La nostra vita insieme è stata una magnifica avventura. Eravamo la famiglia perfetta».
Quando pensa a Franco, cosa rivede?
«I suoi occhi profondi e buoni».