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 2026  febbraio 12 Giovedì calendario

Più dell’America, il guaio è la Cina

È la politica di Pechino il guaio maggiore dell’Europa. Più delle provocazioni di Donald Trump, le quali, piuttosto, distraggono dalle conseguenze perverse che l’economia della Cina sta avendo in particolare nel Vecchio Continente. I 1.200 miliardi di dollari di surplus commerciale (esportazioni meno importazioni) che la potenza cinese ha registrato nel 2025 non sono il risultato di un’economia super-efficiente: sono il prodotto di politiche aggressive e distorsive dei mercati globali. Un’analisi appena pubblicata dal centro studi tedesco Merics indica nella sovracapacità produttiva – incentivata dal Partito comunista – la ragione per la quale le imprese cinesi cercano ogni modo, a cominciare da prezzi artificialmente bassi, di conquistare fette di mercato fuori dai confini. La politica «Made in China 2025», lanciata da Xi Jinping nel 2015, ha fatto sì che gli investimenti finalizzati a diventare una potenza manifatturiera autosufficiente si siano enormemente impennati mentre i consumi interni si sono indeboliti. Per rendere effettiva questa politica, Pechino è ricorsa a misure di stimolo economico contrarie alle regole del commercio internazionale: sussidi pubblici alle imprese che il Fondo monetario internazionale calcola nel 4,5% del Pil, prestiti preferenziali, esenzioni fiscali, concessioni di terreni a scopo industriale. Ciò ha creato un moltiplicarsi di imprese e un’enorme sovrapproduzione non assorbita dai consumi interni. Da un lato, l’eccesso di produzione è stato riversato sui mercati internazionali a prezzi sempre più bassi grazie agli incentivi statali cinesi: si pensi alle auto e alle tecnologie verdi che hanno messo in ginocchio questi settori in Europa. Dall’altro, la concorrenza tra le imprese cinesi è diventata feroce, con margini di guadagno sempre più risicati, tanto che Merics misura nel 24% le industrie che hanno registrato perdite nel 2025: anche le aziende di fatto fallite rimangono attive ed esportano perché le autorità non permettono perdite di posti di lavoro. Risultato: le politiche di Pechino e le distorsioni che creano sono esportate nel resto del mondo, una realtà sempre meno sostenibile. Insomma, mentre gli Stati Uniti sono il maggiore mercato dei consumi e un motore dell’economia globale, la Cina è totalmente impegnata a conquistare mercati a scapito degli altri.