Corriere della Sera, 12 febbraio 2026
La militante (sempre più) pro-Pal che è riuscita nell’impresa di unire la Francia e l’America
Francesca Albanese è riuscita a mettere d’accordo il governo più filoisraeliano del mondo, l’amministrazione Trump, e il governo che più di tutti in Europa ha abbracciato la causa di uno Stato palestinese, quello francese di Macron. Divisi su tutto, sulle due sponde opposte dell’Atlantico, Washington e Parigi ora concordano su un punto: la sua condotta discredita le Nazioni Unite, e dunque se ne chiedono le dimissioni.
La decisione di Parigi, sollecitata da un gruppo di deputati del partito del presidente e annunciata dal ministro degli Esteri, è la chiusura del cerchio di una parabola che la stessa Albanese ha deliberatamente alimentato. Da Relatrice speciale dell’Onu per i Territori palestinesi, cioè da osservatrice che si presume imparziale degli eventi, si è ormai trasformata in protagonista degli eventi, militante e partigiana di una delle due parti in conflitto: quella di Hamas. Con generose concessioni a un insaziabile narcisismo, che la spinge di continuo a perdere la sobrietà e l’autocontrollo richiesti a chi è chiamato a svolgere un incarico così delicato a nome non di una causa, per quanto nobile possa essere, ma delle Nazioni Unite.
Albanese è accusata dal governo francese di aver definito Israele «nemico comune dell’umanità», partecipando a un evento che vedeva tra gli ospiti anche il capo di Hamas all’estero e il ministro degli Esteri iraniano, due noti campioni della difesa dei diritti umani. Nel video dell’intervento, in realtà, sembra definire «nemico comune dell’umanità» il sistema che in Occidente ha tollerato e perfino aiutato ciò che lei ritiene essere il «genocidio dei palestinesi». Non è la prima volta che dopo aver scagliato la pietra la «pasionaria» dell’Onu nasconde la mano dietro il «wording», l’ambiguità lessicale delle sue filippiche (e stavolta forse ha perfino ragione).
Ma il risultato è di per sé un disastro politico e un danno arrecato alla causa palestinese, se provoca la censura ufficiale da parte del governo europeo che ha appena sfidato Israele riconoscendo lo Stato di Palestina.
Nel suo crescendo, forse senza accorgersene ma ne dubitiamo, Francesca Albanese appare infatti sempre più la paladina del movimento pro-Pal piuttosto che del popolo palestinese, che non sono affatto la stessa cosa. Ciò che abitualmente sostiene non corrisponde più neanche alle posizioni e agli interessi della stessa Autorità nazionale di Abu Mazen.
Nella sua ultima uscita, Albanese ha superato per l’ennesima volta il confine della più che legittima critica dei comportamenti e delle guerre del governo Netanyahu, alludendo a un complotto mondiale per lo sterminio dei palestinesi, e finendo così con lo schierarsi in un fronte per il quale l’unica soluzione alla tragedia palestinese risulta essere la distruzione di Israele.
Sono tesi purtroppo sostenute nelle piazze e sui media d’Europa. E, per quanto contengano il germe dell’antisemitismo (si attribuisce a un intero Paese, a un’intera nazione, e spesso anche agli ebrei di tutto il mondo, la responsabilità di un crimine contro l’umanità, cosa che nessuno si sognerebbe di fare, per dire, nei confronti degli iraniani per ciò che fa il loro governo, o dei russi per ciò che fa Putin agli ucraini) la libertà di espressione ci è così cara da tollerarle (per quanto mi riguarda, con disgusto). Ma davvero non possono essere pronunciate da chi dovrebbe interpretare l’aspirazione comune delle nazioni della Terra alla ricerca di soluzioni pacifiche e concordate del conflitto mediorientale, nel quale torti e ragioni appaiono ben distribuiti a chi ne conosca appena un po’ la storia.
Il fastidio con cui liquidò il diritto di Liliana Segre di giudicare un «genocidio» («Chi ha un tumore va da un oncologo, non da un sopravvissuto»); il sarcasmo con cui rimproverò uno degli improvvidi sindaci che gli hanno regalato la cittadinanza onoraria perché si era permesso di chiedere la liberazione degli ostaggi israeliani di Hamas in sua presenza; il silenzio senza pietà con cui accolse la notizia della strage di ebrei sulla spiaggia di Sydney, sono sufficientemente eloquenti su chi sia oggi Francesca Albanese. Più una candidata al prossimo Parlamento italiano (la suggeriamo alla collaudata esperienza in questo campo di Fratoianni&Bonelli) che una donna di pace.