Robinson, 8 febbraio 2026
Atwood: perché leggere Margaret Laurence. Che non era un’ancella
Il mio primo incontro con Margaret Laurence avvenne come di solito succede con la maggior parte degli scrittori: sulla sovracopertina di un libro. Il libro era L’angelo di pietra e la foto sul retro ritraeva un viso austero, di una bellezza classica, con sopracciglia imponenti e un’espressione che si potrebbe adeguatamente definire “risoluta”. La mia prima reazione fu: «Non vorrei trovarmela come avversaria in un litigio». La foto e la forza sprigionata dal libro stesso messe assieme bastavano a suscitare un senso di terrore in qualunque giovane romanziere. Quando, parecchi anni dopo, ebbi l’occasione di incontrare Margaret Laurence in carne e ossa, dopo avere nel frattempo letto i suoi tre romanzi successivi (La prima volta di Rachel, Cavalli della notte e Custodi del fuoco) non ero sicura di volerla conoscere.
All’epoca era già una figura quasi leggendaria. È tra i pochi canadesi che abbiano visto un film tratto da un proprio romanzo, cioè Rachel, Rachel, basato su La prima volta di Rachel. Laurence aveva fatto per la regione delle Prairies e per una certa generazione di canadesi quello che avevano fatto Mordecai Richler per Montréal e Morley Callaghan per la propria epoca. Come nel loro caso, era pubblicata e rispettata come scrittrice sia all’estero sia in Canada – ed era una donna. Incontrarla sarebbe stato un po’ come incontrare un bulldozer.
Dopo un minuto mi fu perfettamente chiaro che Margaret Laurence non era un bulldozer. E non le interessava minimamente essere una figura leggendaria: era troppo presa dalle croci e delizie di essere una persona. La prima volta che la incontrai viveva in Inghilterra (si era amichevolmente separata dal marito e avevano divorziato dopo ventidue anni di matrimonio). La sua casa era un caotico villino in un paesino fuori Londra, le cui principali caratteristiche erano la moltitudine di libri e una certa somiglianza con la Canada House all’apice della stagione turistica. Molti giovani canadesi puntavano dritto a casa sua e, dato che le piaceva la gente e anche conversare, oltre a non essere capace di dire di no, alla fine si ritrovò a gestire una specie di incrocio tra un albergo e uno studio di Ann Landers (opinionista americana, ndr). Di conseguenza dovette scrivere la maggior parte delle sue opere durante i mesi estivi, in un piccolo chalet sulle rive del fiume Otonabee, vicino a Peterborough, acquistato quattro anni prima. È un posto abbastanza solitario che le consente di scrivere senza distrazioni, non è in città (le città la innervosiscono) ma abbastanza vicino ad altre persone da non farla sentire troppo isolata (anche i luoghi immersi nella natura la innervosiscono). Alle pareti sono appesi manifesti di Louis Riel e Norman Bethune, due dei suoi eroi, e un cartello NON DISTURBARE stampato appositamente per lei da Jack McClelland, suo editore e amico di lunga data. Qui Laurence lavora cinque giorni la settimana (i weekend li dedica agli amici), quattro o cinque ore al giorno e anche di più quando un libro è quasi finito. Scrive a mano su un quadernetto e poi trascrive il testo a macchina («Imparare a scrivere a macchina» dice «è stata la cosa più intelligente che io abbia mai fatto»).
Che cosa la spinse a decidere di diventare scrittrice? Come per la maggior parte degli autori in realtà non lo sa, ma già a sette anni – «appena imparai a scrivere» – sentiva di voler diventare «una narratrice di storie». Non ha mai accantonato la sua aspirazione, anche se, come molti autori canadesi della sua generazione, non pensò mai di trarne un guadagno, men che mai di poterne ricavare di che vivere.
Era nata nel 1926 a Neepawa, piccola cittadina del Manitoba, e crebbe durante la Grande Depressione, esperienza che, come concorderanno coloro che l’hanno condivisa e ne sono usciti vivi, servì a «forgiare il carattere». Allo scoppio della guerra aveva tredici anni e ricorda la sfilata nella quale il reggimento cittadino, composto da quasi tutti i ragazzi del paese, fratelli maggiori dei suoi amici, marciava allegramente verso il fronte. Nessuno poteva sapere che il reggimento dei Queen’s Own Cameron Highlanders andava verso la Battaglia di Dieppe, dove furono sterminati quasi tutti. Tale evento ricorre, in un modo o nell’altro, in tutti i suoi romanzi, accompagnando come un tragico leitmotiv le vite dei personaggi. «Il vero gap generazionale» disse «è tra quelli nati prima della guerra e quelli nati dopo. Per quelli nati dopo, la guerra è una specie di mito. Non hanno modo di sapere com’era».
Nonostante questo cupo retroscena sociale e perfino malgrado il fatto che la madre morì quando aveva quattro anni, Laurence ricorda la propria infanzia come un periodo non del tutto infelice. Nonostante in casa dominasse un nonno autoritario che non era favorevole all’istruzione per le donne e l’avesse quindi negata alla matrigna di Laurence, e nonostante all’epoca la parola “suffragetta” fosse intesa come termine derisorio, era una casa in cui ci si aspettava che le donne fossero intelligenti – ed erano le donne stesse a richiederlo. Le sue zie erano donne vivaci che avevano una professione. Quindi Laurence non crebbe credendo che l’unico posto delle donne fosse la casa.
***
I rabdomanti, che le richiese tre anni di scrittura, è un libro immenso, rischioso, ambizioso, il tipo di libro che gli scrittori producono in un momento di riepilogo della propria carriera, se mai ci arriveranno. Mette assieme temi, frammenti di trame e personaggi dei suoi libri precedenti, ma li considera da una nuova prospettiva. Nel libro, Laurence rivisita una delle sue importanti e cruciali creazioni, la cittadina di Manawaka nelle Prairies, questa volta però con una visione dal basso. Nelle sue opere precedenti, vediamo la città attraverso gli occhi di personaggi più o meno insediati sulla scala sociale meticolosamente strutturata della città: la figlia di un commerciante, la figlia dell’impresario funebre, la nipote di un pilastro della comunità. Questi membri della rispettabile piccola borghesia temono di esporsi, soprattutto in prima persona, temono di rivelare le proprie emozioni, le proprie fantasie, i loro segreti ben custoditi. Il prezzo di tali rivelazioni, lo sanno bene, è la caduta dal proprio gradino della scala verso un gradino più in basso. Ne I rabdomanti viviamo la città attraverso lo sguardo di chi è già in fondo alla scala e non può cadere più in basso.
***
I rabdomanti è un libro corposo e complesso, una concertazione di argomenti nonché una raccolta di storie. Parla del Canada e di Manakawa, «del bisogno di dare forma alle nostre leggende, di riscoprire ciò che veramente ci appartiene, ciò che è qui». Stranamente I rabdomanti è al tempo stesso il più “internazionale” dei libri di Laurence e anche il più nazionale. «Le due cose non si escludono a vicenda» dice.
Uno dei personaggi de I rabdomanti è un vecchio in grado di trovare magicamente l’acqua con una bacchetta da rabdomante. Un giorno perde quella capacità e l’unico commento che fa è che il suo era in primo luogo un dono, non una proprietà inalienabile, che era grato di averlo avuto mentre lo possedeva ma che non era particolarmente rattristato di averlo perduto.
È quello che Margaret Laurence prova nei confronti dello scrivere, della prospettiva che potrebbe non dare più vita a nessun altro romanzo. Non è per lei che possiamo sperare che questa volta si sbagli: è per noi.