ilmessaggero.it, 11 febbraio 2026
Heineken licenzia 6.000 lavoratori, il taglio entro due anni: è crisi delle bevande alcoliche
Il colosso olandese della birra Heineken ha annunciato una drastica e severa manovra di ridimensionamento della propria forza lavoro che prevede il taglio di una quota compresa tra i 5.000 e i 6.000 posti di lavoro nell’arco del prossimo biennio. La decisione, ufficializzata dall’amministratore delegato Dolf van den Brink durante la presentazione dei risultati finanziari relativi al 2025, nasce dall’esigenza impellente di ridurre i costi operativi a fronte di una flessione dei volumi di vendita pari all’1,2%. Nonostante il gruppo abbia chiuso l’esercizio con ricavi netti per quasi 29 miliardi di euro e un utile operativo superiore alle aspettative del mercato, la tendenza globale verso una riduzione del consumo di alcol sta spingendo il secondo produttore di birra al mondo a una revisione strutturale dei propri asset. La maggior parte degli esuberi interesserà le sedi internazionali del gruppo, che impiega circa 87.000 persone globalmente, cercando di preservare il quartier generale in Olanda dove operano attualmente 3.700 dipendenti.
L’annuncio dei tagli è una notizia drammatica per le famiglie dei lavoratori che saranno interessati e l’azienda non ha ancora ben chiarito come farà ad attuare questa manovra in un’ottica sostenibile e che non incrementi l’intensità, già ora eccessivamente pressante, della precarietà che caratterizza il mondo del lavoro.
Il provvedimento, tuttavia, è stato accolto con un balzo positivo del titolo sulla Borsa di Amsterdam, dove l’azione ha guadagnato il 3,9% subito dopo la conference call, balzando a 77,5 euro.
Gli investitori premiano la capacità di Heineken di essere reattiva di fronte al mutamento del mercato e la volontà di mantenere una cedola dividendistica generosa nonostante la contrazione dei ricavi.
Tuttavia, questa reazione dei mercati sottolinea la crescente discrepanza tra il valore azionario e la tenuta sociale delle grandi multinazionali: mentre i portafogli degli azionisti si gonfiano grazie alla promessa di una crescita dell’utile tra il 2% e il 6%, la base occupazionale viene sacrificata sull’altare dell’efficienza algoritmica.
Questa dinamica conferma che il settore del beverage è entrato in una fase di consolidamento forzato, dove la sopravvivenza dei marchi storici passerà inevitabilmente per una riduzione drastica della presenza fisica e umana a favore di un’automazione sempre più spinta e di un marketing guidato dai dati.
Il caso di Heineken non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in un quadro di crisi strutturale che sta colpendo duramente l’intero settore delle bevande alcoliche. Le nuove generazioni, in particolare i cosiddetti “Gen Z”, mostrano abitudini di consumo radicalmente diverse rispetto al passato, con una marcata preferenza per bevande analcoliche, cocktail a basso contenuto di zuccheri o semplicemente uno stile di vita orientato al benessere che esclude l’alcol quotidiano.
Questo cambiamento nei gusti dei consumatori ha messo in ginocchio giganti come Anheuser-Busch InBev e Carlsberg, che hanno dovuto avviare simili piani di revisione dei costi e chiusura di stabilimenti meno efficienti.
Anche il settore degli spirits sta vivendo tensioni analoghe: Diageo e Pernod Ricard hanno segnalato rallentamenti significativi nelle vendite, portando a blocchi delle assunzioni e ristrutturazioni delle reti commerciali. La rincorsa ai prodotti “Zero Alcohol” o alle varianti “Light” richiede investimenti in ricerca e sviluppo che le aziende finanziano attraverso il taglio della forza lavoro tradizionale legata alla produzione su vasta scala delle bionde classiche.
La storia di Heineken inizia nel lontano 1864, quando il giovane Gerard Adriaan Heineken acquistò il birrificio De Hooiberg ad Amsterdam. Da quella piccola realtà locale, l’azienda è stata capace di costruire un impero grazie a una visione pionieristica del marketing e alla qualità costante del prodotto, diventando un’icona globale presente in oltre 190 Paesi.
Storicamente, il rapporto di Heineken con i propri dipendenti è stato considerato un modello di stabilità e orgoglio aziendale, tipico delle grandi dinastie industriali europee. Per decenni, lavorare per il marchio con la stella rossa ha significato far parte di una “famiglia” globale, con benefit competitivi e percorsi di carriera solidi.
Tuttavia, negli ultimi dieci anni, sotto la pressione degli investitori e la necessità di digitalizzare i processi produttivi, questo legame si è progressivamente trasformato in una gestione più pragmatica e legata alle performance finanziarie; una prospettiva molto più legata al mondo americano in un’ottica puramente industriale che muta il benessere dei lavoratori in un asset da utilizzare come capitale variabile sui mercati.
I piani di efficienza messi in atto già prima della pandemia avevano iniziato a scricchiolare la tradizionale pace sociale, portando a una crescente distanza tra il management centrale e le unità operative distribuite nei mercati emergenti e nelle province europee.