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 2026  febbraio 11 Mercoledì calendario

Gli Agnelli e il mistero di Isis, statua egizia a rischio confisca

Cosa ha a che vedere la Collezione Agnelli (e l’inchiesta della Procura di Roma su quelle opere) con una delle amanti di Gabriele D’Annunzio ed amica di Tommaso Filippo Marinetti, fondatore del Futurismo?
È presto detto: tra le opere d’arte che furono dell’Avvocato – e sulle quali indagano il Nucleo di tutela dei beni culturali dei carabinieri e il pm romano Stefano Opilio – ci sarebbero anche degli importantissimi reperti archeologici, uno dei quali proveniente dalla Marchesa Luisa Casati, eccentrica musa dei futuristi.
Quando si parla di archeologia, la normativa italiana è molto stringente. Ogni reperto scoperto dopo il 1909 – anno in cui fu varata la legge Rosaldi sulle Belle Arti – appartiene allo Stato, a meno che il possessore non dimostri un valido titolo. La ratio è chiara: l’archeologia non è un trofeo per salotti, ma per musei. E ogni opera posseduta da un privato – anche in Italia – può essere dunque confiscata (“Follow the Monet”: leggi l’inchiesta e guarda la gallery delle opere d’arte di casa Agnelli su MillenniuM).
Nel caso in questione, parliamo di un capolavoro assoluto dell’arte egiziana del periodo tolemaico: la cosiddetta Isis di Casati. Era stata ritratta dal fotografo Oberto Gili, nell’appartamento romano dell’Avvocato di fronte al Quirinale, e poi pubblicata nel 2014 nel libro dedicato a Marella Caracciolo Ho coltivato il mio giardino. Si tratta di una figura femminile acefala, alta 1 metro e 50 cm, di granito nero, perfettamente conservata. Ma a colpire ancor di più è la provenienza. Dove Casati sta appunto per la Marchesa Luisa Casati: la nobildonna cui piaceva suscitare scandali, amante di D’Annunzio e proprietaria di una ricca collezione. “La marchesa disse di aver acquistato quella statua perché aveva le sue stesse misure. Numerose testimoni, a partire da Marinetti, ricordano di averla vista nell’atrio della sua villa romana”, spiega Floriana Conte, docente di Storia dell’arte all’Università di Foggia esperta della collezione Casati. Come se l’era procurata? “Con molta probabilità proveniva dallo scavo del Santuario siriaco del Gianicolo di Villa Sciarra, a Roma. A dirigere le ricerche era Paul Gaukler, illustre archeologo francese, che pubblicò per la prima volta le fotografie della Isis nel 1909, scrivendo: appartiene a Madame la marchesa Casati”.
Si tratta dunque di un reperto archeologico italiano. Non avrebbe potuto lasciare il Paese, ma la sregolata Marchesa lo portò con sé a Parigi. La nobildonna, però, fece in fretta a dilapidare tutto il suo patrimonio e la preziosa antichità finì sul mercato. Prima a New York, proprietà dei Rockefeller. Nel 1980 fu messa all’asta da Sotheby’s, con una scheda che cita “Luisa Casati, Roma” come prima proprietaria. Infine, nel 1990, la comprò Gianni Agnelli. E subito la riportò in Italia passando dalla Svizzera, con un permesso di importazione temporaneo, che gli avrebbe permesso di trasferirla all’estero in qualsiasi momento. Nella domanda rivolta al ministero dei Beni Culturali, l’Avvocato si guardò bene dallo specificarne l’origine italiana e il funzionario del ministero evitò di fare domande. “Quel permesso è nullo, la marchesa l’aveva fatta uscire illegalmente dall’Italia, era parte del patrimonio italiano e dunque doveva essere immediatamente sequestrata”, spiega ora lo storico dell’arte Tomaso Montanari. Anche la sovrintendenza di Roma non si era accorta di nulla, nonostante la pubblicazione del libro di Marella e un accesso agli atti realizzato nel 2023 da Report. La sovrintendente speciale di Roma, Daniela Porro, raggiunta dai cronisti, dice di non saperne niente. Chi possiede adesso il prezioso reperto? Potrebbe averla Margherita Agnelli, la figlia dell’Avvocato, oggi proprietaria dell’appartamento romano: “Non rilascio dichiarazioni su beni della mia cliente”, dice il suo legale, Dario Trevisan. “Ciò che posso affermare con assoluta certezza, però, è che ha sempre rispettato le norme sulle Belle Arti”.
Sarebbe invece in possesso di Ginevra Elkann parte di un pavimento romano a motivi geometrici di 3,6 mq, risalente al I secolo dopo Cristo, adornato con un mosaico di Medusa. Lo dimostra un elenco di cui il Fatto Quotidiano è entrato in possesso, intitolato “Regali GA a Ginevra” (dove GA sta con ogni probabilità per Gianni Agnelli), presente nei documenti sequestrati dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta penale della Procura di Torino sulla residenza svizzera di Marella Caracciolo. La lista risale al 2007 e l’opera era stata valutata nel 2022: il pavimento vale 250 mila dollari, la Medusa da sola 150 mila. Nella lista è indicata la provenienza: “Rinvenuto a Salerno, nel 1924”. Abbiamo chiesto a Ginevra Elkann di spiegarci l’origine del bene, ma non ha voluto rispondere. Dovrà adesso parlarne almeno coi carabinieri.
Ma non basta. Dai computer delle segretarie di John Elkann, sequestrati dalla Finanza, sono emersi anche gli archivi delle opere stilati prima della morte dell’Avvocato dal maggiordomo Stuart Thorton.
Fatti vecchi, di cui tutti gli eredi di Gianni potrebbero non sapere nulla, ma il codice dei Beni culturali, non fa sconti: anche opere esportate illecitamente decenni fa possono essere sequestrate. La Procura di Roma avrebbe così acceso un faro su alcuni acquerelli di Klee, acquistati a Torino dalla Galleria Galatea nel 1966: esposti a Villa Frescot fino agli anni Settanta, poi a New York e infine a Sankt Moritz. Soprattutto, però, potrebbero finire sotto sequestro due capolavori, da lungo tempo in terra elvetica. Oggi, con ogni probabilità, proprietà di Margherita che li avrebbe acquisiti subito dopo la morte del padre nel 2004 e senza conoscerne la storia precedente. Un Arlecchino di Picasso: prima fotografato a Torino, poi trasferito a New York e poi finito in Svizzera.
Inoltre un Klimt, Orchard with rose bushes, valutato almeno 25 milioni. Probabilmente passato nel 1974 per la Galleria Galatea di Torino. Da lì potrebbe essere uscito senza permesso verso Sankt Moritz.