lastampa.it, 11 febbraio 2026
22simba, dalla noia di provincia alla fama: “Passavo le giornate sulle panchine, con la musica ho comprato casa”
Non riesce a raccontare le storie degli altri. 22simba – all’anagrafe Andrea Meazza, classe 2002, da Saronno, in provincia di Varese – scrive solo di ciò che vive, perché le uniche parole che gli riescono davvero sono quelle che nascono dalla sua esperienza. È da questa necessità, quasi viscerale, che prende forma La Cura, in nome di Miria, una rilettura profonda dell’ep che lo ha consacrato nella top cinque dei dischi più venduti. Ogni traccia viene rivista, suonata dal vivo, come se l’artista volesse entrare dentro le canzoni per riscoprirne ogni sfumatura: le melodie si fanno più intime, gli arrangiamenti più caldi e avvolgenti. Con due date evento già attesissime – il 10 maggio al Fabrique di Milano (sold out) e il 14 maggio all’Atlantico di Roma – 22simba si butta totalmente in un capitolo più consapevole del suo percorso, senza perdere quella ruvidità che lo rende, oggi, una delle voci più riconoscibili della sua generazione.
Chi è Miria?
«Miria è una persona che è stata tanto importante nella mia vita, che però non voglio spoilerare troppo. Voglio che venga conosciuta pian piano: è un nome che tornerà ancora nella mia musica, nella mia arte. Voglio dare il tempo a tutti di conoscerla nel modo giusto».
Miria è anche altro, non solo una persona?
«Sì, il nome Miria collegherà tante cose. È una persona, ma è anche un valore, un concetto legato a quella persona».
A chi è dedicata Girasole?
«A una persona che adoro tantissimo e che fa parte della mia vita. Scrivo solo di quello che mi capita personalmente. Non riesco a raccontare la storia degli altri, scrivo bene solo la mia».
Com’è stato collaborare con Rkomi?
«Bellissimo. Siamo affini, lo vedo molto simile a me nel modo di lavorare, parlare e dialogare. È una persona genuina e collaborare con lui è stato unico».
Nelle canzoni parli spesso dei tuoi amici: sono diventati come una famiglia?
«Sì, si può dire così, assolutamente. Siamo cresciuti insieme».
Prima della musica com’erano le tue giornate?
«Erano buttate. Stavo sulle panchine, facevo i classici errori dei ragazzi di provincia. Però sono tornato a vivere in zona appena ne ho avuto la possibilità. Quando ero giovane provavo tanta noia: è un’emozione che mi dà fastidio, però piano piano ho imparato ad accoglierla e a capirla di più».
Nei credit del vinile ci sono anche tuo nonno e tua nonna.
«Sono molto legato ai miei nonni. Rappresentano la mia definizione di casa. Da piccolo casa loro era l’unico posto in cui non c’era giudizio, non c’era male. C’erano un piatto di pasta e tanto amore. In verità nei credit abbiamo messo degli spoiler sui prossimi progetti. Ci sono degli easter egg sparsi qua e là»
Quando è scattata la scintilla con la musica?
«È stata la cosa più naturale della mia vita. Ho iniziato a scrivere da ragazzino, era un passatempo. In famiglia non si ascoltava musica, quindi non sono stato spinto da nessuno: mi sono semplicemente innamorato del rap».
Quali artisti ti hanno folgorato?
«Sicuramente Marracash e Massimo Pericolo, perché raccontava storie di provincia. È l’unico artista in cui mi sono letteralmente rivisto. Trovo il suo modo di fare musica stupendo e inarrivabile, è la mia ambizione artistica».
Hai collaborato anche con Marracash: che consiglio ti ha dato?
«Mi ha dato un consiglio su una faccenda personale, ma per ora non l’ho seguito».
Hai avuto momenti di sconforto?
«Sì, ma come tutti. Non è facile oggi, con la concorrenza e gli strumenti sempre più accessibili. Alla fine tutti possono fare musica, ma alla fine è anche una cosa bella: più artisti ci sono, più l’arte prende piede».
Ci sono colleghi, anche più grandi di te, che a un certo punto hanno fatto un passo indietro travolti dal successo. Ti spaventa la fama?
«Non mi sento ancora del tutto pronto a gestirla, ma il mio obiettivo è sempre stato lo stesso: fare musica che possa aiutare anche solo poche persone. L’importante è continuare a fare la differenza per qualcuno. Per ora mi sento grato e sereno, mi preoccuperò quando comincerò a vivere tutto questo in modo negativo».
Non hai paura di diventare una meteora?
«Non mi spaventa. Forse perché sono innamorato di ciò che faccio. È da quattro anni che crediamo in questo e la gavetta ci hanno fatto arrivare pronti a questo momento. Pensare al prossimo album è la cosa più bella ora».
Che rapporto hai con il live?
«Per me è il momento clou del lavoro, è la festa finale di tutto il progetto. È il lieto fine, la ciliegina sulla torta».
Chi manderesti a “fanculo”, come nel pezzo con Marracash?
«Tantissime persone, ma il fanculo più grande è non dare più importanza alle persone che mi hanno ferito».