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 2026  febbraio 11 Mercoledì calendario

Lella Costa: "I social non li guardo. Aveva ragione Gaber, La strada è l’unica salvezza"

«Resistere, resistere, resistere», invoca Lella Costa in opposizione ai tempi oscuri che tanto in lei generano «sconforto, indignazione e avvilimento». Una resistenza che per lei parte dal «teatro che è lo strumento giusto a cui affidarsi». E Lisistrata in tournée fino a maggio dopo il debutto estivo al Teatro Antico di Siracusa è il titolo giusto: Aristofane mette in scena lo sciopero del sesso attuato dalle donne di Atene e Sparta perché la guerra in corso tra le due città finalmente finisca. Al testo sono stati apportati alcuni «snodi chiarificatori».
Cosa avete cambiato?
«C’è Lisistrata e una specie di coro di sei mummie, uomini e donne vecchissimi: 2500 anni dopo la guerra finita grazie all’intervento delle donne, sono ancora vivi per raccontare, dato che allora avevano promesso di rinnovare la rievocazione di quei fatti finché la pace non fosse divenuta planetaria. E invece... Snoccioliamo una litania di conflitti interminabile. Si pensi che, proprio il giorno del nostro debutto siciliano, Israele bombardava l’Iran: poteva essere l’inizio della terza guerra mondiale. Un’incredibile coincidenza che non fa che esaltare ancora di più la straordinarietà del testo e la necessità di opporsi. Per chi come me crede nell’urgenza di certi temi, è un’opportunità incredibile».
Aristofane fa risolvere il conflitto alle donne: femminismo ante litteram?
«Applicare definizioni novecentesche fuori contesto mi fa venire l’orticaria. Sono categorie che applichiamo per pigrizia e comodità. Aristofane non fa un discorso sul genere, piuttosto ha lo sconforto di chi non capisce perché non si riesca a risolvere una questione così semplice. Vede la politica come una tessitura da sbrogliare con pazienza. Capacità che attribuisce alle sole donne (creano la vita e la fanno andare avanti nel quotidiano), mentre gli uomini sanno solo menare le mani, battagliare. E a capo di questa ribellione mette Lisistrata (etimo del nome: colei che scioglie gli eserciti), una leader paziente e consapevole».
Lei pensa che le donne possano farcela?
«Non basta l’appartenenza di genere perché si assuma un diverso approccio. Anzi. Oggi c’è una preminenza di testosterone, con le donne al potere che si comportano come uomini: ti devi infatti adeguare per ottenere il potere, perché quello – a misura di maschio – è il modo in cui si è formato il mondo. Le donne stando a casa hanno sollevato gli uomini da incombenze che li avrebbero distratti dalle loro battaglie. Certo, ora hanno conquistato il diritto di uscire, ma vediamo crescere la tentazione di ributtarle tra le mura domestiche, con il contentino di qualcuna di loro ai vertici per illudere che non sia così».
Quindi nessuna speranza di un futuro dialogo Meloni/Schlein su temi bipartisan?
«Assistiamo a una polarizzazione e personalizzazione del dibattito politico che le vuole una contro l’altra: pura spettacolarizzazione di superficie. Meglio sarebbe che si parlasse di contenuti. Al momento lo vedo difficile: c’è una forte sperequazione (anche di visibilità) tra chi è al governo e chi no».
Meloni vincente perché viene raccontata di più e meglio?
«Quello che dice dei suoi successi non è tanto veritiero: sempre più gente fatica ad arrivare a fine mese. Io poi non riesco a perdonarle di non essere la Presidente del Consiglio di tutti gli italiani ma di parlare solo ai suoi. In generale direi che un po’ tutti abbiamo abdicato a prenderci il tempo per pensare. I social in questo non aiutano. Però è anche vero che tanta gente per bene non riesce a sentirsi rappresentata né a destra né a sinistra, da cui deriva il crescente astensionismo».
E lei?
«Niente social di nessun tipo. Sono una cittadina che cerca di andare a fondo, di farsi una propria idea informandosi».
La sua idea sull’America di Trump?
«Trump mi sgomenta. Appartengo a una generazione che con gli Usa ha avuto una relazione ambigua: la contestazione alla guerra del Vietnam ma contemporaneamente anche il riferimento della controcultura. Oggi mi chiedo dove sia mai quell’America che amavo, patria dei diritti, quella stessa che ha scritto sulla base della Statua della Libertà “Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere, i rifiuti miserabili delle vostre coste affollate”. Ora c’è un Paese che non ti lascia parlare se non sei omologato».
Che fare, allora (anche per non cadere in depressione)?
«Andare a teatro. Uscire di casa. E questo malgrado assistiamo a episodi di violenza (esasperati dalla narrazione politica e dei media) che spingerebbero nella direzione opposta. Seguiamo il consiglio di Giorgio Gaber: “La strada è l’unica salvezza... Perché il giudizio universale non passa per le case”. E poi più gente c’è fuori e più i luoghi diventano sicuri. Non lo diventano certo per i sempre nuovi decreti sicurezza o l’invocata repressione. Oltre al fatto che ormai ogni occasione è buona per delegittimare la magistratura. Mentre mi ricordo ogni volta che sono stati i magistrati a voler portare avanti il processo agli assassini di Giulio Regeni, accusandoli di tortura, che è reato contro l’umanità e non contro la persona, e quindi punibile internazionalmente. Questo mentre il nostro governo definisce paese sicuro l’Egitto e ne accoglie come amico il ministro degli esteri».
Lisistrata è produzione INDA e Teatro Carcano, di cui lei è condirettore con Serena Sinigaglia e Mariangela Pitturru. come va con i finanziamenti?
«Anche i nostri sono stati diminuiti, e più non dico».
Da dove viene il suo amore per il teatro?
«Ero piuttosto timida. Finito il liceo mi sono iscritta a Lettere e sono andata a vivere da sola. Per mantenermi lavoravo in un consultorio psicoterapeutico. Ci fecero dei corsi di formazione dove simulavamo il rapporto con il paziente. Una volta feci il paziente così bene che nessuno osò interrompermi. Lo psicologo che teneva i corsi mi consigliò di fare l’attrice. Ho frequentato Quelli di Grock e i Filodrammatici con Calindri, fatto entusiasmanti seminari notturni con Grotowski, insomma una strada non proprio convenzionale per poi dare voce a testi miei. La prima donna a salire sui palchi di locali molto alternativi per fare quei monologhi che oggi si chiamano stand up ma allora il nome non l’avevano. Miei modelli Franca Valeri e Franca Rame, che però interpretavano dei personaggi. Una bella gavetta. E quanta fatica. Ma sa una cosa? Che belli sono stati quegli anni».