La Stampa, 11 febbraio 2026
Perché Primo Levi tradotto in swahili è una speranza contro tutti i genocidi
Nell’80° anniversario della liberazione di Auschwitz, una notizia inattesa ci apre alla speranza in un futuro di apertura fra i diversi mondi: Se questo è un uomo, il capolavoro di Primo Levi, è stato tradotto in lingua swahili, in un’edizione pubblicata, nella traduzioni di Graziella Acquaviva e Janet Revocatus Buhanza, dal Centro Internazionale Primo Levi e dall’editore Zamorani.
Lo swahili è una delle lingue africane più diffuse, lingua ufficiale di numerosi Paesi dell’Africa centrale e orientale, parlata da un centinaio di milioni di persone. Non si tratta solo di aggiungere una lingua alle lingue numerosissime, oltre cinquanta, in cui è stato negli anni tradotto il libro di Levi: oltre naturalmente a tutte le lingue europee, anche in cinese, ebraico, arabo. La traduzione in arabo, realizzata come questa in swahili nel 2025, ha aperto non solo ai Paesi arabi ma anche a una parte dei lettori africani la possibilità di accedere all’opera fondamentale di Primo Levi.
Questa traduzione in swahili viene ad offrire questa possibilità ad un’altra vasta parte del continente africano. Questo vuol dire, se guardiamo alle due traduzioni, in arabo e in swahili, che tanti lettori di religione musulmana avranno la possibilità di leggere un testo che non è solo un testo fondamentale per la storia e la memoria della Shoah ma un monito contro ogni genocidio, una riflessione sul male e sull’indifferenza umana.
In primo luogo, la diffusione dell’opera di Levi nell’area africana e musulmana sgombrerà il campo dalle affermazioni di quanti vedono negli arabi dei negazionisti, che in nome della decolonizzazione e del terzomondismo rifiutano di riconoscere lo sterminio degli ebrei, e vedono nella memoria della Shoah un modo di scaricare sui palestinesi, e in generale sul mondo arabo le conseguenze del genocidio degli ebrei. Di quanti insomma vedono in tutti gli arabi dei seguaci di quel Gran Muftì di Gerusalemme che non solo sostenne Hitler ma organizzò addirittura un battaglione di SS palestinesi, come quelli delle SS italiane create dal regime di Salò. Tutto vero, certo, ma non così determinante e importante da arrivare a dire, come ha fatto qualche anno fa Netanyahu facendo ridere tutti gli storici, che la Shoah non era stata ideata da Hitler ma dal Gran Muftì.
Mi auguro che la lettura del capolavoro di Levi in Africa e nei Paesi arabi sia ampia, che susciti dibattiti e ricerche, che sfati i miti volti ad alimentare solo ulteriori razzismi.
Ma anche, la diffusione ad altri mondi, ad altre culture, ad altre ideologie e religioni degli insegnamenti che le pagine di Levi ci offrono è un fatto non solo importante ma in totale sintonia con il suo messaggio e il suo insegnamento.
Levi non ha infatti mai voluto, con i suoi scritti, fare dei soli ebrei i destinatari delle sue parole, suggerire che quanto era successo non dovesse succedere mai più solo agli ebrei. Il suo universalismo, frutto della più alta cultura ebraica di questa nostra Europa, lo portava a rivolgersi a tutti, a destinare a tutti gli esseri umani quelle sue parole.
Nessuna chiusura identitaria, nessuna ostilità verso quelli che non parlavano la sua lingua, non avevano le sue stesse radici. Nessuna indulgenza, per lui che pure aveva attraversato l’inferno, che da Auschwitz, come scriveva, non era mai davvero uscito, verso l’idea di un antisemitismo pervasivo ed eterno.
Ed è davvero importante che le sue parole tocchino ora altri sopravvissuti, quelli delle guerre che hanno dilaniato e dilaniano l’Africa, quelli del mondo palestinese distrutto, quelli scampati al genocidio del Rwanda.
E lo facciano nella loro lingua, riconoscendo a quella lingua dignità, verità e certezza. Nel tormentato dopoguerra del Rwanda, ci furono sopravvissuti, come Yolande Mukagasana, che aveva perso il marito e due figli adolescenti nel genocidio, che cercarono a Yad Vashem e nel Sudafrica di Desmond Tutu parole e esempi per superare gli odi, per arrivare ad una pacificazione giusta. E speriamo davvero che Se questo è un uomo in swahili ed in arabo possa servire a questo stesso scopo, a costruire ponti in questo mondo sempre più lacerato e pervaso dall’odio.