repubblica.it, 11 febbraio 2026
La visita di Vance a Erevan e il tweet cancellato sul genocidio armeno: “Un errore dello staff”
L’amministrazione Trump riconosce il genocidio armeno. Anzi no. Nel corso di una visita ufficiale a Erevan, il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance si è recato martedì al memoriale dedicato alle vittime dei massacri perpetrati dall’impero ottomano a partire dal 1915. Sul suo account X è comparso un tweet in cui si faceva esplicito riferimento al “genocidio armeno”, ma il messaggio è stato cancellato poco dopo. Al suo posto, Vance ha ricondiviso un post pubblicato dal suo addetto stampa, Taylor Van Kirk, che si limitava a riportare come il vicepresidente e sua moglie, Usha Vance, avessero deposto dei “fiori alla fiamma eterna” e firmato “il libro degli ospiti”, senza alcuna menzione del contesto storico. Gli utenti di X hanno subito notato la discrepanza tra i due messaggi, e in molti hanno accusato Vance di codardia e di deferenza alla Turchia, lo stato successore dell’impero ottomano.
Più tardi, nel corso della giornata, il vicepresidente Usa ha parlato con i media prima di montare sull’aereo che l’avrebbe portato in Azerbaijan. Incalzato dai reporter, Vance ha detto di aver visitato il memoriale “in segno di rispetto, sia per le vittime sia per il governo armeno”. Un “evento terribile”, ha poi commentato, riferendosi alle deportazioni e agli stermini costati la vita a centinaia di migliaia di armeni – fino a 1 milione e mezzo secondo le stime più accreditate – in quello che 30 stati, tra cui l’Italia, riconoscono come un genocidio. In serata, un membro del team di Vance ha dichiarato al servizio armeno di RFE/RL che il tweet era stato “pubblicato per errore” da un membro dello staff che non faceva parte della delegazione.
Nel 2019 il Congresso statunitense aveva approvato una risoluzione che riconosceva il genocidio armeno e ne condannava il negazionismo. L’allora portavoce del Dipartimento di Stato, mentre alla Casa Bianca era in carica Donald Trump al suo primo mandato, si era affrettato a chiarire che la posizione dell’amministrazione non era cambiata. Joe Biden, nel 2021, è stato il primo, finora unico, presidente degli Stati Uniti a usare quell’espressione, evitata fino a quel momento per timore di compromettere i rapporti con Ankara, alleato regionale chiave. Con il ritorno del tycoon, Washington è tornata alla sua posizione tradizionale.
Al netto dell’incidente, che non è stato commentato in alcun modo dalle autorità di Erevan, quella di JD Vance in Armenia e Azerbaijan è stata una visita di grande rilievo, che fa seguito all’accordo, storico, siglato a Washington lo scorso agosto dai leader dei due paesi. Dopo un trentennio di conflitti, e pur senza un trattato di pace ancora firmato, Erevan e Baku si sono impegnate davanti al presidente statunitense a rinunciare alle reciproche rivendicazioni territoriali e ad astenersi dall’uso della forza. Il piatto forte di quell’intesa è la cosiddetta “Trump Route for International Peace and Prosperity”, una nuova rotta commerciale ed energetica che sarà sviluppata e gestita da aziende americane: passando per l’Armenia, collegherà l’Azerbaijan alla sua exclave del Nakhchivan, e quindi alla Turchia, aggirando la Russia e l’Iran.
Lunedì, Vance ha inoltre annunciato la vendita di tecnologia per droni all’Armenia per un valore di 11 milioni di dollari e la firma di un accordo sull’uso pacifico dell’energia nucleare che, secondo il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, “aprirà un nuovo capitolo nell’approfondimento della partnership energetica tra Armenia e Stati Uniti”. L’Armenia sta valutando le proposte di diversi Paesi – Usa, Russia, Francia e Cina – sulla costruzione di un nuovo reattore. L’intesa con Washington sembra aumentare le possibilità di selezione di un progetto statunitense, un’eventualità che rappresenterebbe un duro colpo per Mosca. A Baku, Vance e il presidente azero Ilham Aliyev hanno siglato un accordo di partenariato strategico che comprende una cooperazione in campo economico e di sicurezza.
La visita di Vance e gli accordi firmati mostrano che gli Stati Uniti intendono giocare un ruolo serio e duraturo nel Caucaso meridionale. Washington cerca di rafforzare la propria influenza in una regione storicamente dominata dalla Russia, il cui peso geopolitico, seppur ancora molto significativo, si è gradualmente indebolito a seguito dell’invasione su larga scala dell’Ucraina.