corriere.it, 11 febbraio 2026
L’Italia ha perso un terzo dei suoi uccelli, la metà nelle zone di pianure. I numeri del declino e cosa bisogna fare ora
L’Italia ha perso il 33% dei propri volatili selvatici, vale a dire uno ogni tre, sull’intero nazionale. E nelle pianure alluvionali la percentuale arriva a toccare il 50%, uno su due. Un calo fortissimo, certificato dall’ultimo monitoraggio della Lega italiana per la protezione degli uccelli (Lipu) nell’ambito del progetto internazionale Farmland Bird Index, che lancia un allarme sullo stato di salute demografica delle popolazioni che si riproducono negli ambienti agricoli italiani. Lo studio è finanziato dal ministero dell’Agricoltura nell’ambito della Rete nazionale della Pac, la Politica agricola comune della Ue.
La conoscenza degli uccelli tra la popolazione è molto meno marcata rispetto a quella di altre specie. E nomi come torcicollo, calandro o saltimpalo probabilmente diranno poco a chi non si interessa di ornitologia o non studia le specie di volatili per altri scopi, scientifici o venatori. Ma quelle citate sono tre specie di volatili tipici delle aree agricole che possono dare il quadro del cambiamento in atto.
Il torcicollo per esempio ha perso nell’arco di 26 anni il 76% della sua popolazione, che si è dunque ridotta di tre quarti. Stessa sorte per il calandro, che è arrivato a -73%, e per il santimpalo, -71%. Non va meglio ad altri tipi di uccelli. Sono 28 le specie tipiche degli agroecosistemi prese in considerazione per il calcolo dell’indicatore. Tra quelle che hanno registrato un maggiore declino ci sono anche l’allodola, l’averla piccola, la passera mattugia e la passera d’Italia.
Nel nostro Paese la riduzione più marcata si registra nelle pianure, dove secondo Lipu sarebbero necessarie significative azioni di ripristino ambientale. Le trasformazioni avvenute nel corso degli anni, l’urbanizzazione e l’abbandono delle antiche pratiche agricole hanno inciso molto, e in negativo, sul cambiamento. Il modo di coltivare la terra è cambiato. Oggi si fa più ricorso a pesticidi e fertilizzanti chimici, che contaminano l’ambiente e che si trasmettono anche agli uccelli attraverso la catena alimentare. Ma sono scomparsi anche elementi naturali come siepi e filari, un tempo utilizzati per delimitare i terreni, che offrivano punti di sosta e di riparo agli uccelli, stanziali o migratori che fossero. Una tendenza di quella che la Lipu definisce «banalizzazione del paesaggio» che sta progressivamente raggiungendo anche le zone collinari e pedemontane, dove non a caso si registrano forti cali negli indici di presenza.
«Il campanello di allarme che ci lancia la diminuzione di queste specie non può essere ignorato – sottolinea l’associazione in una nota -, poiché esse sono lo specchio del negativo stato di salute dell’intero ambiente che ha conseguenze dirette anche su di noi».
Insieme all’indice delle specie agricole (Fbi) la Lipu ha inoltre calcolato quello per le specie delle praterie montane (Fbipm), risultato anch’esso in calo, con punte negative per l’organetto (-69%), il beccafico (-68%), e lo zigolo giallo (-40%). Queste specie sono spesso vittime dell’abbandono colturale delle nostre terre alte che porta alla scomparsa dei prati-pascoli contornati da cespugli radi, loro habitat di elezione.
«I dati drammatici del Farmland bird index confermano il trend negativo in atto da molti anni – sottolinea Roberta Righini, coordinatrice Fbi per la Lipu –. Per questo il nuovo Regolamento europeo per il ripristino della natura rappresenta un’importante opportunità per invertire la tendenza al declino degli uccelli degli ambienti agricoli». Il riferimento è alla Nature Restoation Law, il regolamento Ue approvato nel giugno di due anni fa, che punta a ripristinare gli ecosistemi degradati. Sostanzialmente impone ai Paesi membri di «restaurare» almeno il 20% delle aree terrestri e di mare danneggiate entro il 2030, prevedendo anche misuri di tutela e valorizzazione di tutti gli ecosistemi.
Nel campo agricolo viene chiesta, tra l’altro, una progressiva riduzione, fino al dimezzamento, dell’utilizzo dei fertilizzanti di sintesi, che sono invece utilizzati per prassi oggi da gran parte delle aziende agricole. C’è poi l’obiettivo di aumentare il numero e la varietà degli impollinatori selvatici per favorire il recupero di varietà vegetali che, così come le popolazioni animali, hanno subito le conseguenze dell’urbanizzazione spinta. Viene poi incentivata l’adozione di pratiche agroecologiche, come l’agricoltura rigenerativa che si affida molto alla capacità della natura stessa di mantenere la fertilità dei terreni, per esempio ricorrendo a piantumazioni finalizzate all’arricchimento dei suoli prima delle semine di cereali, anziché puntare tutto sulla chimica.
«L’indice degli uccelli delle zone agricole – dice ancora Righini – è l’indicatore fondamentale per misurare l’efficacia degli interventi previsti nel Piano strategico nazionale della Pac. Siamo ora, nel pieno dei negoziati per il rinnovo di questa politica post 2027 ed è dunque di primaria importanza, sia scientifica che culturale che tutti gli indicatori ambientali, Fbi in testa, vengano mantenuti anche nella futura programmazione».