Corriere della Sera, 11 febbraio 2026
La missione anti-Usa dei danesi. Quando l’hockey diventa politica
Sarà ancora ice, ma le possibilità del miracle sono nulle (o quasi). Se l’hockey fosse Risiko, e se il Risiko fosse vera guerra, alla mezzanotte di sabato sera, alla fine di Stati Uniti-Danimarca sul ghiaccio olimpico di Milano, la Groenlandia sarebbe la cinquantunesima stella sulla bandiera Usa. Come nell’immagine che Donald Trump ha condiviso un paio di volte nelle settimane passate.
Ma prima di presentare la partita più carica di suggestioni del torneo, bisogna fare un flashback su una vecchia Olimpiade.
Anno 1980: la guerra fredda non era mai stata così gelida. E mai nella storia dell’hockey le lame guerreggianti della politica si sono incrociate in modo tanto riottoso in una partita: Usa-Urss. Olimpiadi invernali di Lake Placid (per avere un’idea del livello di tensione: qualche mese dopo, gli Stati Uniti boicotteranno i Giochi estivi di Mosca). Comunque, all’epoca, l’Unione sovietica arriva da un’infilata di quattro ori olimpici consecutivi. Gli hockeisti filano sui pattini trascinando la reputazione d’una superpotenza. Hanno una missione. Sono professionisti, ma sulla carta dilettanti. Gli americani possono schierare solo i college kids, non i campioni dell’Nhl. Capitalismo contro piani quinquennali. Nell’amichevole pre giochi, è finita 10 a 3 per i russi. E invece, il 22 febbraio 1980, gli Usa vincono 4 a 3. È la costruzione di un mito nazionale. Che va oltre lo sport. Oltre lo spirito olimpico. Quando gli Stati Uniti vogliono rappresentarsi come sfavoriti in qualche competizione, quando sono gli underdogs, richiamano la mitologia del giorno in cui schiantarono l’«imbattibile Urss»: il giorno che passò alla storia come miracle on ice.
Ecco, che possibilità ci sono che la nazionale della Danimarca, alle 21.10 di sabato prossimo, sul ghiaccio dell’Arena Santa Giulia di Milano, produca un nuovo prodigio?
È una partita da tanto a poco. Secondo qualcuno, da tanto a zero. A giocar d’azzardo si fa peccato, ma il banco di solito ci azzecca: se si scommettono 10 euro sulla vittoria Usa, si vincono 80 centesimi. Se si mette la stessa cifra sui danesi la vincita schizza a 180 euro.
Sproporzione, mismatch, squilibrio. Che assai difficilmente potrà essere colmato dall’orgoglio popolare condensato nelle parole della premier danese Mette Frederiksen, e ribadite dall’autorità groenlandese di Nuuk: «Non siamo in vendita». Era il 4 gennaio scorso. Qualche giorno dopo Trump ha detto che gli Usa devono «possedere» la Groenlandia per impedire che Russia o Cina «la occupino» in futuro; ha aggiunto: «Faremo qualcosa sulla Groenlandia, che piaccia o no», poi ha minacciato i dazi, poi ha mezzo ritrattato, poi ha escluso l’uso della forza. A Copenhagen e a Nuuk nessuno s’è tranquillizzato.
Non che la Danimarca sia una squadraccia, qualcuno dei nazionali gioca nel super campionato americano (Andersen e Søgaard, Bjorkstrand e Røndbjerg), ma nessuno è di primissima fascia. Mentre gli Usa sono Nhl in purezza, il top player è la norma, il più scarso è un mezzo campione, possono perdere solo coi canadesi, forse con Svezia e Finlandia. Nel gruppo C di Milano-Cortina Usa e Danimarca sono con Lettonia e Germania, sulla carta i lettoni hanno più possibilità dei danesi. I buoni sportivi dicono never say never. E ricordano che la Cecoslovacchia affrontò l’Urss ai Mondiali di hockey su ghiaccio di Stoccolma nel 1969, un anno dopo la repressione della primavera di Praga coi carri armati. Il difensore Jaroslav Holík si coprì con un nastro la stella sullo stemma (simbolo dell’allineamento al Patto di Varsavia): i cecoslovacchi vinsero le due partite, e il risultato della seconda (4-3) divenne un grido di riscatto e di protesta.
La vittoria danese sarebbe l’epico exploit degli underdogs che un tempo piacevano anche negli Stati Uniti. Ma nell’America Maga di Trump gli underdogs non generano più sogno ed empatia, piacciono solo se sono agnelli che obbediscono.