Corriere della Sera, 11 febbraio 2026
Intervista a Stefano Belisari (Elio)
Quel giorno di trent’anni fa sembrarono davvero dei marziani e non solo perché colorati di azzurro, sbarcati sul fino ad allora seriosissimo pianeta di Sanremo. Già, tanto è passato da «La terra dei cachi», il brano-invettiva che fece conoscere Elio e le sue Storie Tese «anche alle signore del super». Sì, nulla sarebbe stato piu come prima.
Dopo trent’anni, un brano che a molti sembra tremendamente attuale, Elio.
«Sì, l’Italia non cambia mai. E pensare che quando l’abbiamo scritto, non avremmo mai pensato che avrebbe avuto un così lungo respiro...».
Perché?
«Baudo ci pressava da almeno due anni. Non ne avevamo nessuna intenzione. Ma, alla fine cedemmo e ci dicemmo “Andiamoci con un pezzo bruttissimo” e decidemmo di fare la parodia dell’artista impegnato, mettendo insieme tutta una serie di luoghi comuni che sembrava impossibile fraintendere».
Quando vi accorgeste che vi avevano preso sul serio?
«All’esordio quando la cantammo per la prima volta in pubblico. Finita l’introduzione, quella dei parcheggi abusivi, le signore ingioiellate in prima fila iniziarono a battere le mani su “Italia sì/Italia no”. Ci guardammo: “L’abbiamo fatta grossa”».
A quel tempo il Festival era molto serioso: sembrava impensabile potesse esserci una band come la vostra.
«Ricordo che mi chiamò Piero Pelù dicendomi che non era giusto ci andassimo. Poi, a partire da lui, ci sarebbero andati tutti. Per noi fu sicuramente un punto di svolta».
Perché?
«Fino al giorno prima non ci riconosceva nessuno. Dopo la prima esibizione vidi le signore al super che mi guardavano come mai prima».
Cosa faceva prima, Elio?
«Da ingegnere, mi occupavo della gestione di una rete interbancaria. Ma dopo i primi due dischi, avevo lasciato. Passato Sanremo, la band divenne ufficialmente un lavoro».
Già nel 1991 avevate conosciuto il grande pubblico con il famoso attacco ai politici, quando parlaste di tangenti al Concertone...
«La mia idea è che chi va sul palco deve provocare. Già allora il Concertone stava perdendo le caratteristiche per cui era nato. Una sorta di Festivalbar, quello che è definitivamente diventato oggi».
Ma qualche politico si arrabbiò?
«Nessuno. Solo una volta Formigoni si infuriò, ai tempi di “Parco Sempione”, ma non aveva capito nulla, aveva letto solo il titolo, ma non il testo».
Torniamo a Sanremo, fu dunque Baudo a volervi...
«Un grande uomo di spettacolo. Ancor più coraggioso è stato quando ci affidò il Dopofestival nel 2008. Ci disse di fare quello che volevamo, senza censure preventive o timori di sorta».
Un altro grande che se ne è andato è Peppe Vessicchio.
«Come si divertiva quando decidemmo di fare tutta la canzone in un minuto. È stato l’ultimo grande direttore d’orchestra al Festival. Oggi vanno tutti, basta gesticolare con le braccia».
Direttori, già. Lei ha spesso sconfinato nella classica: cosa pensa del caso Venezi?
«Sto tutta la vita con l’orchestra. È un mondo, quello classico, dove fortunatamente ancora ci sono le competenze. In questa vicenda, per quel che vedo, c’è chi invece cerca di far prevalere l’amichettismo sulla competenza».
Altro momento memorabile di quel ’96 fu quando suonaste travestiti da Rockets.
«Fu più divertente fuori dall’Ariston. Arrivammo nel retro travestiti così a bordo di una Vespa, c’erano delle limousine parcheggiate e in una c’era Bon Jovi, ospite della serata. Ci guardò stralunato: “Chi c... sono questi?”».
Alla fine arrivaste secondi dopo Ron e Tosca, ma secondo molti eravate arrivati primi. Ci furono addirittura delle indagini.
«Mi interrogò un carabiniere. E mi chiese cose assurde, se Baudo aveva interferito nella composizione del pezzo. Off the record mi disse che avevamo vinto noi, ma non si poteva dire fino alla chiusura delle indagini. Non mi risulta, all’oggi, che siano mai state chiuse. Oltretutto Giorgia mi confessò, anni dopo, di aver vinto lei...».
Non lo sapremo mai.
«La gente mi incontra: “Ah, quella volta che avete vinto il Festival”. E dire che a noi sarebbe bastato arrivare ultimi».
Ce l’avete fatta nel 2018.
«Sì, ma non è stato facile, devi scrivere una canzone veramente brutta...».
Nel 2013, di nuovo secondi dopo 17 anni di assenza con «La canzone mononota».
«Non dovevamo dimostrare più nulla. Abbiamo vinto tutti i premi, a parte quello finale. La cosa più divertente fu quando li ritirammo, ancora vestiti da “ciccioni”, una delle nostre performance».
Non c’era più Feiez, il vostro polistrumentista, scomparso nel 1998.
«La sua morte ha chiuso due anni splendidi e pazzi in cui facevamo davvero quello che ci passava per la testa, dal porno con Siffredi in giù. Non che dopo abbiamo smesso di divertirci, ma è come se si fosse interrotta una magia».
Sull’ultimo Sanremo è stato molto critico. L’anno scorso ha criticato Olly perché ha vinto con l’autotune.
«Serve per correggere le stonature. Ma mi ricorda Ben Johnson e il doping a Seul, è esattamente la stessa cosa. A questo punto prendiamo venti persone a caso e facciamole cantare al Festival».
Gue Pequeno ha detto che «deve stare zitto, non sa niente di rap» perché lei ha sostenuto che «il 90 % del genere è un assemblaggio di roba altrui».
«Vorrei essere contraddetto, ma per ora vedo solo un grandissimo scimmiottamento di roba americana».
Quest’anno ci sarà Tony Pitony come ospite: per molti è il vostro erede.
«Non l’ho ascoltato, ma tifo per lui a prescindere. Il suo look mi piace molto, cerca di smuovere qualcosa».
Torniamo al brano: appalti truccati e villette abusive. Da milanese cosa pensa delle inchieste sull’urbanistica?
«Non entro nel merito delle inchieste, ma i grattacieli che sono venuti su fanno schifo. Nulla c’entrano con l’anima della città. Milano vuole sembrare Milwaukee, perché?».
Nel 2008, sette anni prima, disse che Expo si sarebbe trasformata «in un alibi per una massiccia cementificazione».
«E così è accaduto. Non capisco l’ansia di dover abbattere stadi e farne di nuovi. A San Siro sono accadute le cose che mi hanno fatto crescere. Nel calcio, ma anche nella musica. Non si può ridurre sempre tutto e solo ai soldi. So bene che se lo abbattono e ne fanno uno nuovo guadagnano con 50 palazzi tutt’intorno. Però lasceranno tante persone infelici. Orfane».
Parlando di luoghi chiusi, è stato sgomberato il Leoncavallo quest’estate. Voi ci avete suonato più volte.
«Non lo sgomberano per l’ordine pubblico, ma per motivi, chiaramente, di parte. I centri sociali hanno sempre avuto una grande importanza, molti artisti sono cresciuti lì dentro. Vale anche per Askatasuna a Torino. Anche se sono un nonviolento, non ho fatto neanche il militare...».
Vi siete sciolti e rimessi insieme una sola volta. Volete battere il record dei Pooh?
«Ci stiamo provando».
Di sicuro, una delle ragioni della reunion è per una buona causa, il Concertozzo a Biella il 27 giugno.
«Raccoglieremo fondi per le associazioni che lavorano sull’autismo, ma non solo».
Perché Elio, lei notoriamente riservato, a un certo punto ha deciso di raccontare l’autismo di suo figlio Dante?
«Mi sono accorto della quantità impressionante di persone con il mio stesso problema ma senza i mezzi che ho io per affrontarli. Lo Stato non esiste e scarica tutto addosso alle famiglie».
Ma se dovesse riscrivere oggi «La terra dei cachi» la rifarebbe pari pari?
«Forse aggiornerei un po’ i titoli, parlerei magari della famiglia nel bosco, tutte queste cose che infiammano le persone per 5 minuti e poi si passa come degli scemi ad altro. Sì, mi sembra che non sia cambiato veramente niente».