Corriere della Sera, 11 febbraio 2026
Inchiesta Glovo, vertici a Milano: via al confronto con la Procura
«Valorizzare il “primato dei fatti” e la necessità di guardare alle modalità concrete con cui la piattaforma organizza la prestazione (assegnazione ordini via app, geolocalizzazione, standard operativi, eventuali ranking con riflessi su turni o reddito)»: è questo punto di vista – richiamato dalla circolare ministeriale n. 9/2025 dopo essere stata negli anni scorsi la base di molti singoli giudizi della sezione Lavoro del Tribunale civile di Milano (specie nell’ordinanza del 18 agosto 2025) – ad aver orientato lunedì l’iniziativa penale del pm milanese Paolo Storari e dei carabinieri del Nucleo Tutela Lavoro. E cioè la messa in «controllo giudiziario» di Foodniho srl perché la sua piattaforma di consegna di cibo a domicilio Glovo «sfrutta la manodopera» a partita Iva (40.000 ciclofattorini in Italia) «approfittando dello stato di bisogno dei riders» prevalentemente stranieri per pagarli «fino all’81% meno della contrattazione collettiva; e fino al 76% meno della soglia di povertà» parametrata (attorno ai 1.245 euro al mese per 13 mensilità) su indicatori come il reddito di cittadinanza, la cassa integrazione guadagni, la nuova assicurazione sociale per l’impiego, e l’indice di povertà Istat. Paghe (in media 2,5o euro a consegna) contrastante con l’articolo 36 della Costituzione, «sicuramente non proporzionata nè alla qualità né alla quantità del lavoro» e non in grado di «garantire una esistenza libera e dignitosa».
L’assenza di vincoli rigidi di turnazione, o di un obbligo di disponibilità formalmente tipizzato, non è di per sé ritenuto dirimente perché ciò che conta è la presenza di poteri di controllo/direzione/sanzione (anche reputazionale) che, nel contesto digitale, possano manifestarsi in forme di «processo» standardizzato da seguire per forza nella prestazione di lavoro, anche senza tradizionali ordini individuali. Perciò il provvedimento si fonda molto sull’esame della struttura del database dell’app di Glovo. Vi emerge «innanzitutto un articolato sistema di profilazione geografica dell’attività lavorativa», con «un’area di partenza, la definizione di zone operative georeferenziate, l’associazione dei singoli rider e dei relativi turni a tali zone». Poi c’è «la presenza diffusa di campi temporali associati a molteplici tabelle sullo stato operativo del rider (attivo, in pausa, fine lavoro), ai turni, ai tassi di accettazione delle proposte», elementi che consentono di «misurare la disponibilità del lavoratore e le sue performance nel tempo». L’app integra così i dati sulla prestazione con gli effetti economici, e esprime una correlazione» tramite «criteri di calcolo del compenso» però non decrittati, lasciando «la percezione che la determinazione economica sia rimessa integralmente all’algoritmo».
Sia il Tribunale del Lavoro sia ora l’iniziativa penale della Procura non inventano niente ma muovono da una legge del Parlamento, l’articolo 2 del d.lgs 81/2015 (ulteriormente allargato nel 2019) sull’applicazione della disciplina del rapporto di lavoro subordinato «anche ai rapporti di collaborazione che si concretizzano in prestazioni di lavoro prevalentemente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente (...) mediante piattaforme anche digitali». Ed è dal 2020 che la giurisprudenza di Cassazione, ancor più in una sentenza del 2025, coglie in questo articolo 2 un «presidio di tutela in quelle aree in cui l’autonomia formale convive con un elevato grado di organizzazione unilaterale della prestazione da parte del committente».
«Glovo metterà a disposizione ogni informazione richiesta e collaborerà con la massima trasparenza con gli organi competenti per chiarire la propria posizione», afferma la società che aggiunge di «avere sempre operato con l’obiettivo di migliorare i propri standard nonché le attività operative». Oggi arriverà dalla Spagna il vertice della società, ieri i legali del gruppo hanno chiesto alla Procura gli atti integrali del controllo giudiziario, per valutare se tentare comunque di opporvisi con un ricorso in Tribunale oppure se iniziare il confronto già la settimana prossima con l’amministratore giudiziario nominato dalla Procura.