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 2026  febbraio 11 Mercoledì calendario

«Non c’è più tempo». Roma sembra aprire anche al superamento dell’unanimità

Il primo punto è che «non abbiamo più tempo, che dobbiamo correre, che non occorre un programma ma un cronoprogramma, con tempi definiti e una serie di riforme attuate o impostate entro la fine dell’anno». Giorgia Meloni ne discute con il suo staff, lo mette nero su bianco, nella lettera che con Merz ha inviato a tutti gli Stati membri: hanno aderito in venti, compreso Macron, si vedranno domani prima dell’inizio del Consiglio europeo.
E la parola chiave che mette tutti d’accordo, al di là degli approcci divergenti, è proprio quella dell’urgenza, la consapevolezza che siamo vicini al 90esimo minuto e che per raddrizzare un partita geopolitica la cui posta, come dice Mario Draghi, è il rischio di «essere spazzati via» come Unione in grado di contare qualcosa, bisogna muoversi ora o mai più.
A Palazzo Chigi, con il suo staff, nei contatti con gli altri leader europei, Meloni è al centro di uno scambio continuo di documenti, riservati e pubblici, schede tecniche che arrivano dai ministeri: presiede una riunione preparatoria proprio sulla competitività della Ue di mattina, insieme al ministro degli Esteri Antonio Tajani e quello dell’Economia Giancarlo Giorgetti, cui si uniscono anche Adolfo Urso (Sviluppo economico), Gilberto Pichetto Fratin (Ambiente), Tommaso Foti (Affari europei). L’asse con Berlino appare solido, anche nell’individuazione di una serie concreta di dossier, sul mercato unico come sulla semplificazione degli oneri e della burocrazia europea, e se Macron ha un altro approccio, che appare più keynesiano (invocando investimenti da 1.200 miliardi di euro con debito europeo) ma che non sta bene al cancelliere Merz, poco male: Macron condivide la fretta e andrà al pre-summit promosso da Roma e Berlino, e del resto l’elenco delle priorità su cui sta lavorando la Commissione, e che italiani e tedeschi sponsorizzano, è già molto ampio.
«Ci vuole un cambio di marcia e abbandonare tutti le posizioni ideologiche», dicono nel gabinetto della presidente del Consiglio. Ed è una sintesi che descrive bene il momento. Le scosse dei rapporti di Enrico Letta e Mario Draghi, sin qui attuati in minima parte, insieme ai dati di crescita di Cina e Stati Uniti, e dei gap che si accumulano rispetto a Pechino e Washington, dettano l’umore di tutti gli Stati membri.
Un’urgenza che in vista del Consiglio che domani si terrà nel castello di Alden Biesen, poco distante da Maastricht, fa passare in secondo piano le divisioni: la presidente della Commissione europea ha avvertito che se i tempi devono essere rapidi si dovrà procedere con la cosidetta cooperazione rafforzata, già adottata per i fondi all’Ucraina. Significa che sui singoli dossier si andrà avanti con chi ci sta, l’urgenza non può prevedere le regole classiche delle maggioranze – all’unanimità o qualificate – e su questo punto fonti di governo si dimostrano realiste: «Si farà un’analisi caso per caso, nessuno, nemmeno Berlino, è felice di rompere le regole sulla maggioranza, ma se l’alternativa è restare fermi è chiaro che anche Roma non si tirerà indietro».
Del resto il gap che si allarga sulla concorrenza cinese e americana, in tutti i settori, a cominciare dagli investimenti nell’industria dell’intelligenza artificiale, per non parlare della difesa, impone a tutti una riflessione strategica. Nella lettera che Palazzo Chigi e la Cancelleria hanno definito insieme, invitando a un pre-summit gli altri leader, è incluso anche il completamento del cosiddetto 28esimo regime, fondamentale per le imprese e per le start up (o per le scale up, imprese già esistenti che vogliono assumere una dimensione internazionale in fretta): chi vuole investire nella Ue e aprire stabilimenti in più Stati potrà scegliere il quadro giuridico europeo, non più quello degli Stati nazionali. Si trasforma il Mercato unico da mercato regolato a spazio giuridico integrato, non è un salto da poco. Nemmeno per Roma.