La Stampa, 10 febbraio 2026
Intervista a Walter Siti
Walter Siti si scusa subito: non ha niente da offrire. Poi ci ripensa e s’illumina, contento. «Vuole del vin santo?». Sono le dieci e mezza del mattino. «Quindi ormai le undici», dice. Riempie due bicchieri da rosolio, antichi, con il bordo dorato. Il salotto, un quadrato perfetto, è piccolo, entra poca luce: la rubano tutta le piante, tante, davanti al balcone. Si vede che qui abita un uomo generoso e ritirato. Un epicureo affabile.
Il corridoio è riempito da una collezione di sfere: sono tutte di marmo, vetro e osso, più una che è «un grande seme africano di chissà che». Fuori, Milano. Chiusa per i far giocare il mondo. Ci si è trasferito 12 anni fa, da Roma: «Non volevo più vedere una persona alla quale, se fossi rimasto lì, non avrei smesso di aprire la porta».
Lo scrittore di Resistere non serve a niente (Strega 2013) e I figli sono finiti, ha imparato a leggere e scrivere a 3 anni, «per questo i miei genitori, semplici contadini, facevano scappare tutti i miei amichetti quando venivano a giocare con me: temevano che mi deviassero. E così sono cresciuto solo e la masturbazione è stata un’ossessione e una consolazione per tanto tempo», dice.
Confessore di ossessioni e perversioni, innamorato di Manzoni e Pasolini, come lui bravo a romanzare i saggi, a cercare l’umano nell’abisso, da sempre diffidente verso l’impegno progressista, per lui grande produttore di omologazione, oggi dice: «La cosa che mi rimprovero di più, da intellettuale, se è ancora una parola che si può dire, è di essere un vigliacco. Non voglio essere travolto da shitstorm: mi è successo una volta con Bruciare Tutto e non voglio che capiti mai più. Quindi mi autocensuro ed è la colpa peggiore per uno scrittore. Ammiro chi non lo fa, ma poi finisce a dire cose giuste e condivisibili, e neanche questo mi piace. Diventa un gioco stantio e inutile, come le discussioni dei salotti tv, in genere di sinistra, dove sono tutti d’accordo tranne uno: l’unico ospite di destra».
A sinistra la accusano di essere di destra.
«Non mi dà alcun fastidio. Sono un romanziere, il mio lavoro si fa dando ragione a tutti, buoni e cattivi, altrimenti i personaggi non vengono bene».
Nella Postfazione a Petrolio di Pasolini, dà ragione a due interpretazioni del libro praticamente opposte.
«Perché Pasolini non ha mai detto una cosa sola. Non solo sapeva scrivere di ambiguità e rappresentarla: sapeva anche starci. Non temeva le contraddizioni. Riusciva a parlare bene dei fascisti».
Lei ci riuscirebbe?
«Se ne conoscessi qualcuno bravo, perché no?».
E riuscirebbe a dirgli: è colpa mia se sei fascista?
«No: lui lo disse perché era stato molto dentro il dibattito pubblico, io mi sono sempre tenuto in disparte, quindi non credo di aver avuto colpe. E sono nato in un posto antifascista per definizione, un paesino vicino Modena dove il Pci aveva l’89 per cento dei voti, mia mamma fu staffetta partigiana».
Basta la storia familiare?
«Vuole che le dica che sono antifascista? Lo sono. Ma una volta che l’ho detto, a cosa serve? Quando ero un ragazzo, potevo scegliere tra la lotta marxista per l’abolizione dello stato borghese e il cattolicesimo di sinistra. Oggi un adolescente non ha che il mondo che si trova davanti. Non c’è alcuna alternativa decisiva. Chi vuole abolire lo stato di cose presente?».
I manifestanti di Torino.
«Ma non sanno come fare. Soprattutto perché si sentono dire che la violenza non è mai tollerabile. Invece penso che con i ragazzi a scuola si debba avviare una discussione sulla violenza giusta. Perché esiste, è sempre esistita, a cominciare dal tirannicidio. Se uno nel 1937 avesse ucciso Hitler, non me la sarei sentita di condannarlo. Dove c’è oppressione c’è rivolta, si diceva quando ero giovane io. Se un gruppo sociale si sente emarginato e non ascoltato, quando non ne può più, si ribella, e lo fa con le armi che ha. Una popolazione schiacciata completamente da una potenza molto più grande che la tassa, emargina e priva di ogni libertà, a un certo punto al padrone gli taglia la testa. Così si fa la rivoluzione, che è diventata una parolaccia, bandita ovunque tranne che nelle pubblicità. La sento solo in tv: la rivoluzione dell’intimo, della pizza, del panettone. A chi osa nominarla in un altro contesto, viene obiettato che le rivoluzioni sono tutte finite male, che è vero».
Il femminismo no.
«Ma le donne lo stanno pagando col sangue».
Allora diciamo che le rivoluzioni riescono in parte.
«Diciamo che, facilmente, regrediscono. Pensi ai padroni definitivi, cioè i padroni della tecnologia e della comunicazione, che stanno riducendoci più o meno tutti ad avere un’età mentale intorno ai sette anni, fornendoci tutte le risposte, eppure erano giovanotti di sinistra che volevano trovare un modo per non pagare le bollette».
E invece.
«E invece ora sono tutti lì a leccare il culo a Trump, come lui stesso non manca di sottolineare, con grande eleganza. E, cosa più grave, hanno prodotto un’umanità la cui attività prevalente è obbedire. Quando prendo lo smartphone in mano, tutto quello che faccio è dire sì a procedure che ignoro: se non lo facessi, non potrei vedere quello che mi interessa. Quindi accetto, come tutti, di consegnarmi a un potere che mi è sconosciuto. L’autoritarismo, così, è già instaurato nelle nostre vite, che bisogno c’è di realizzarlo anche in politica? Non converrebbe, a tutti questi signori del mondo, mantenere una democrazia di facciata? Ma forse, alla Storia, serve tenere tutto dello stesso colore».
Ma poi la Storia si ribella.
«Trump per me rischia di venire assassinato».
Poi ci sarebbe Vance.
«Che è peggio. Ed è anche uno scrittore».
Chi è uno scrittore?
«Uno che non scrive per farsi dire che lo è, ma perché non può farne a meno».
Esempi italiani?
«Christian Raimo. Il suo ultimo romanzo mi è piaciuto, ma temo che non venderà. Ora vanno i libri che aiutano a stare meglio, che follia».
E i romance.
«Non mi dispiacciono. C’è sempre, nei ringraziamenti, una frase: “Grazie lettori per avermi portata fino a qui”. Curioso. Ho passato l’estate a leggere Il Fabbricante di Lacrime di Erin Doom. Mi sono divertito. Ma era scritto in un italiano sgrammaticato».
Editor, caro estinto.
«Ho il sospetto che gli editor siano complici: per certi libri, è meglio adottare una scrittura che riproduce il parlato della gente comune, così che il pubblico di massa non fa fatica e si rispecchia».
Lei litiga con gli editor?
«Per Un dolore Normale mi diedero come editor una ragazza uscita dalla Holden: trasformò un “Napoletani di merda” in “maledetti meridionali”. Non la presi bene».
Il politicamente corretto era tutto da buttare?
«Mi sono divertito quando Zerocalcare, per far dire “negro” a un suo personaggio, scrisse: “una persona svantaggiata dal punto di vista della melatonina”, aggiungendo “anche se lui non lo ha detto proprio così”. Di un minimo di ripulitura sento la nostalgia, però il linguaggio inclusivo e lo schwa continuano a sembrarmi operazioni ortopediche, e l’ortopedia nel linguaggio non funziona. Luca Serianni, che amavo molto, mi disse una volta che in linguistica se un elemento crea più problemi di quelli che risolve, cade. Così è andata con lo schwa».
Per qualcuno il ’68 è stato una rivoluzione della frase.
«Ma ci ha insegnato che l’autorità va sempre discussa».
In cosa ha fallito?
«È fallita l’unione tra studenti e operai. Alle prime manifestazioni c’erano striscioni con la stella a cinque punte ed erano i compagni che sbagliano. Quando urlavamo “Borghesi, borghesi, ancora pochi mesi”, soffrivo».
Imbarazzo o scetticismo?
«Massimo D’Alema, normalista come me, mi disse una volta che io ho fatto il ’68 da privatista. Vero: avevo alcune riserve, e non volevo che si spaventassero i miei genitori. Ero ventenne».
Con D’Alema siete amici? «L’ultima volta che l’ho visto, mi ha detto: domani faccio una cosa importante, e se va bene, non avremo più molto tempo di vederci. Era la vigilia della Bolognina».
Davvero i ragazzi del nostro tempo sono individualisti?
«Più che all’individualismo e all’amore di sé, il trionfo della soggettività che vedo in loro credo sia da attribuire alla preoccupazione. Quando insegno scrittura creativa mi rendo conto che non sanno descrivere una scena, non la ricostruiscono, non sanno dare tutti gli elementi, al lettore, per farsi un’idea: devono spiegare sempre tutto loro, tutto inizia e finisce con loro. Sono affamati di ascolto».
Lei ha dimesso l’autofiction?
«Ho capito che finché dico io, non posso raggiungere l’inconscio. Mi incastro in quella cosa terribile che è l’identità, che ti isola e ti impedisce di vedere quando sprofondi nel narcisismo. Da se stessi bisogna sempre tenersi aperte tutte le strade per scappare. Per andare a fondo quando scrivo, quindi, uso dei prestanome, come nel cinema si usano gli stuntman per le scene più pericolose. Nei saggi, invece, mi riesce più facile partire da me».
Nei romanzi da dove parte?
«Sto scrivendo un cold case, perché per molto tempo sono stato ossessionato dall’annegamento: avevo delle visioni, venivano a trovarmi dei volti di annegati. Quando ho letto la storia di un ragazzo trovato morto in un canale di Venezia, ho capito che era la mia nuova storia».
Quante volte è cambiato nel corso della sua vita?
«Molte, oppure mai. Alcune nevrosi e psicosi di fondo sono rimaste le stesse».
Nonostante l’analisi?
«La seconda andai dallo stesso della prima. Disse che non era la persona giusta, risposi che costava meno degli altri».
Non sarà mica povero.
«No, ma se non avessi la pensione di professore universitario, la scrittura non mi darebbe da vivere. Leopardi diceva che è bene che gli scrittori siano nobili così hanno il tempo di studiare senza venire distratti dalla vita pratica, e che quindi l’abolizione della schiavitù era stata, per loro, una sciagura».
Garboli disse: la schiavitù è l’unica cosa vera della vita.
«No. Penso che non esista la libertà, ma che scriviamo e pensiamo per rendere possibile una vita non del tutto convenzionale». —