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 2026  febbraio 10 Martedì calendario

Diego Abatantuono: "Sono un attore per caso all’Oscar avevo l’abito di 007 Con un raggiro evitai la leva"

Artisticamente è morto e rinato almeno tre volte: Diego Abatantuono è stato prima la maschera nazionale del terrunciello, poi l’interprete drammatico scoperto da Pupi Avati in Regalo di Natale, quando si è scrollato di dosso il ruolo di meridionale trapiantato al nord che gli era rimasto appiccicato addosso, e poi ancora il personaggio prediletto di Gabriele Salvatores cui è legato da grande amicizia, oltre che da un intreccio sentimentale più unico che raro: la sua ex moglie Rita Rabassini è l’attuale compagna del regista di Mediterraneo.
Tutto questo senza che fare l’attore sia mai stato il suo sogno, nonostante frequentasse il tempio milanese del cabaret fin da ragazzino: «Non avevo la più pallida idea di cosa fare nella vita, se il pompiere, l’astronauta o l’idraulico, finché casualmente ho cominciato ad andare al Derby, che era dei miei zii, dove all’età di 15 anni ho cominciato a fare il tecnico delle luci, ma di certo allora non pensavo che sarei finito su quel palco».
E come c’è finito?
«Al Derby passavano Cochi e Renato, Jannacci, i Gufi, Amalia Rodriguez, poi vennero i Gatti di Vicolo Miracoli e verso i 18 anni ho cominciato a lavorare solo con loro, sempre alle luci: andavamo in tournée in tutta Italia, finché non hanno fatto successo in tv con Non Stop e mi sono reso conto che non volevo fare il tecnico. Mio zio mi ha chiesto di fare il direttore artistico del Derby ed è cominciato tutto».
È stata la sua scuola?
«Era liceo e università: passavo le serate con Beppe Viola, Jannacci, Dario Fo. Jannacci è stato determinante, essendo un genio: la notte a letto rimuginavo quello che vedevo fare al locale, una sera tardi poi, col Derby deserto, Enzo mi fece sentire Vincenzina...».
Sì, ma sul palco come c’è arrivato?
«Ogni cabarettista – Faletti, Porcaro, Boldi, Salvi – faceva il suo pezzo e nessuno voleva essere il primo o l’ultimo, così ho preso a presentarli io, a fare qualche battuta, e poco a poco mi sono accorto che andavo bene. Per i personaggi prendevo spunto dalla gente del Giambellino, il quartiere dove vivevo: la prima parte del mio pezzo era in italiano, aggressivo col pubblico, poi facevo un salto di tono e chiudevo con la parte in pugliese».
A 21 anni il primo film, un poliziesco all’italiana.
«Avevo accompagnato i Gatti a un provino, è passato il regista Romolo Guerrieri e mi ha chiesto: faresti una parte in Liberi, armati, pericolosi? Sì. Hai la patente? Io non ce l’avevo perché non volevo guidare il furgone con i Gatti, ma ho bluffato e ho detto di sì. Il set era alla Statale, sarei dovuto partire in auto sgommando, ma ho avuto paura e ho confessato che non potevo... Hanno dovuto usare la controfigura».
Nel frattempo è riuscito a schivare il servizio militare.
«All’epoca, nel 1973, nessuno voleva fare il soldato: pur di non partire c’era gente che si rompeva un braccio o si fingeva malata, o tornavano tossici o alcolizzati dal militare. Quello poi per me era il momento in cui ogni giorno e ogni ora al Derby era prezioso, tutto era talmente affascinante, e lasciare mi avrebbe stroncato la carriera. Allora mi sono inventato un escamotage machiavellico: mi sono presentato a casa di una personalità influente mai vista né conosciuta, dicendogli che mi mandava un’altra persona altrettanto prestigiosa che in realtà non sapevo chi fosse, e ho ottenuto la raccomandazione. Sarei dovuto partire per la Sicilia, fanteria. Avrei preferito fare l’obiettore di coscienza, ma era troppo difficile».
Lei è un tifoso storico del Milan, com’è nata la passione?
«Da bambino vivevo in piazza Velasquez a Milano, quando avevo otto anni Gianni Rivera venne ad abitare nel mio stesso palazzo, cominciava allora a giocare nel Milan. Lo incontravo in ascensore ma mi vergognavo a chiedergli l’autografo... Sono diventato milanista per quello, poi un giorno a mio nonno cadde il portafogli e c’erano due foto: Padre Pio e Rivera. Il primo è un frate, mi disse, il secondo uno che fa i miracoli. Anni dopo Gianni è venuto anche al Derby, adesso siamo amici. Una volta ho fatto uno spettacolo nel vecchio Milanello».
Ha conosciuto anche Silvio Berlusconi?
«Sì, anche perché le prime cose in tv le ho fatte nella sua Telemilano, che allora era a Milano 2 (la zona residenziale realizzata da Berlusconi a Segrate negli Anni 70, ndr). Una volta mi invitò ad Arcore a vedere una partita del Milan, ho visto il mausoleo, la pinacoteca, lui era molto affabile e unico come presidente del Milan. Poi a un certo punto mi fa: voglio scendere in campo, cosa ne pensi, e io mi sono cagato addosso. Avevo un po’ di patema, poteva essere che non la pensassi come lui, ma d’altronde lavoravo nello spettacolo e non era opportuno dire “è meglio che smetta"».
E come se l’è cavata?
«Mi salvò la telefonata di un collaboratore che lo avvertiva che una vecchia gli aveva lasciato, mi pare, 50 milioni di lire. La cosa per fortuna lo ha distratto, poteva essere imbarazzante».
A proposito di vecchia Milano, cosa ne pensa del fatto che demoliranno San Siro per farci un nuovo stadio?
«È come il ponte sullo Stretto di Messina, che ho la certezza che non serva a niente e per cui credo si debba prima risolvere i problemi della Sicilia. Non ho mai capito perché non si possa ristrutturare il Meazza un po’ alla volta, per non parlare del fatto che, quando lo abbatteranno, le polveri resteranno nell’aria per un pezzo. Io ci sono affezionatissimo, ma è la solita storia della cementificazione...».
Torniamo al cinema, che ricordo ha dell’Oscar a Mediterraneo?
«Siamo arrivati a Los Angeles da Puerto Escondido, dove stavamo girando, io, Salvatores, la mia ex moglie, ed eravamo abbronzatissimi ma del tutto impreparati: c’era da prendere lo smoking, siamo andati in questo negozio di noleggio, ne ho provato uno ed era perfetto. Ho detto: che culo! Poco dopo ho saputo che era stato usato da Sean Connery in un suo 007, e lui era il più figo».
È vero che i suoi figli la rimproveravano perché si arrabbiava giocando alla playstation?
«Ora hanno trent’anni, ma quando ne avevano quindici, al ritorno da scuola, partivano questi tornei e perdevo la testa. Su loro consiglio ho mollato tutto perché ero troppo coinvolto e diventavo aggressivo: sono competitivo anche quando gioco a Tombola».

Ha nostalgia dei tempi del Derby?
«Era un mondo diverso, senza tv e telefonini, e ho moltissima nostalgia, alleviata dal fatto che anche dopo è stato fantastico: a parte l’indigestione dei due anni del terrunciello, che comunque mi ha permesso di cambiare genere, ho nostalgia dei film di Salvatores, del film in Africa, del Toro di Mazzacurati, e dei miei 40 anni. Avendo cominciato molto presto, ho avuto la fortuna di vivere due o tre vite».