La Stampa, 10 febbraio 2026
Star anti Trump
Quando, durante l’halftime show del Super Bowl andato in scena domenica, c’è stata la scena in cui Bad Bunny regala la statuetta del Grammy appena vinta a un bambino, quasi tutti gli spettatori hanno pensato che quel bambino fosse Liam Ramos, il cinquenne arrestato insieme al padre due settimane fa dall’Ice a Minneapolis e mandato in un centro di detenzione in Texas, da cui è stato rilasciato quattro giorni fa. In realtà no, quel bambino non era Liam, almeno non in carne e ossa: era la rappresentazione dell’artista da piccolo – e forse di ogni bambino – che nel suo tinello a Porto Rico sognava il successo. Il fatto che tutti abbiano immediatamente pensato a Liam dice quanto politicamente pregna di significato sia stata l’esibizione di Bad Bunny, anche senza esserlo esplicitamente. Diversamente dalla cerimonia dei Grammy quando aveva detto «Ice out» e «non siamo animali, non siamo selvaggi, siamo umani e siamo americani» sul palco del Levi’s Stadium a Santa Clara, in California, l’artista portoricano non ha avuto bisogno di proclami politici perché la sua stessa presenza, la celebrazione della sua cultura mentre nelle città americane gli agenti dell’Ice terrorizzano la comunità latina e mentre dalla Casa Bianca gente come Stephen Miller ne dipinge i suoi appartenenti come dei subumani, era già un’azione di resistenza civile, culturale e politica. Ne era consapevole Trump e il popolo Maga che hanno passato mesi a criticare la scelta di aver chiamato un artista che canta solo in spagnolo come anti americano, un sentimento confermato a caldo dal Presidente che a pochi minuti dalla fine della partita sul suo social ha scritto che lo show non aveva «alcun senso, è un affronto alla grandezza dell’America e non rappresenta i nostri standard di successo, creatività o eccellenza», aggiungendo che «nessuno capisce una parola di quello che dice quest’uomo, e i balli sono disgustosi». Offesi dal musicista, i Maga avevano anche organizzato un concerto alternativo, con stella principale Kid Rock e altri artisti rigorosamente bianchi. Una guerra culturale, quindi, vinta dai latini non solo per i numeri – 135 milioni contro 5 milioni di spettatori – ma anche per rilevanza: persino il sito conservatore “The Free Press” ha dovuto ammettere che lo show di Bunny è stato gioioso e positivo, mentre quello di Kid Rock è stato un piagnisteo visto da pochi, neanche sui maxi schermi di Mar-a-Lago. «Bad Bunny è molto più della sua musica», ha scritto Vanessa Díaz, coautrice del libro “How Bad Bunny Became the Global Voice of Puerto Rican Resistance”. «La sua arte riflette la lunga tradizione dell’isola in cui la musica è resistenza e la danza è gioia. Le sue canzoni di protesta più significative sono anche canzoni da festa». Nella settimana in cui un artista portoricano ha dominato lo spettacolo più americano degli Usa, il vicepresidente JD Vance è stato fischiato alla cerimonia di inaugurazione di Milano Cortina 2026; Trump ha postato un video – poi rimosso – in cui Barack e Michelle Obama avevano le sembianze di due scimmie provocando l’indignazione anche di alcuni senatori repubblicani; il Kennedy Center a cui Trump ha voluto appiccicare il suo nome è stato chiuso – ufficialmente per restauro per due anni, ma chissà – dopo che una serie di artisti tra cui il cast di “Hamilton”, Philip Glass, Issa Rae si sono rifiutati di esibirsi per ragioni politiche. La resistenza anti Trump sta prendendo forma. La settimana prima Bruce Springsteen aveva pubblicato la canzone di protesta più esplicita della sua carriera dedicata ai fatti di Minneapolis ovvero l’uccisione da parte dell’Ice di due cittadini. Sulla sua scia sia Tom Morello – organizzatore del concerto in Minnesota in cui il Boss ha cantato “Street of Minneaopolis” dal vivo per la prima volta – sia Neil Young che sul suo sito ha scritto un lungo post chiamando la gente all’azione. «Qualcosa deve cambiare questa situazione. Sappiamo cosa fare. Ribelliamoci. Pacificamente, a milioni. Troppe persone innocenti stanno morendo», ha scritto l’artista ottantenne. Persino alcuni sportivi americani alle Olimpiadi di Milano Cortina si sono detti a disagio nel rappresentare il Paese in questo momento. «Il fatto che indossi la bandiera non significa che rappresenti tutto ciò che sta succedendo negli Stati Uniti», ha dichiarato lo sciatore Hunter Hess a cui ha fatto eco Chris Lillis, che si è detto «affranto» dalle azioni degli agenti anti immigrazione. Anche se il segnale forse più preoccupante per Trump arriva dal mondo del country, un ambiente storicamente conservatore. Il cantante ed ex Marine Zach Bryan – vincitore di un Grammy nel 2024 come miglior duetto country – nella sua recente canzone “Bad News” parla esplicitamente dell’Ice in termini negativi. «E l’Ice verrà a sfondare la tua porta / Hai cercato di costruire una casa come non se ne costruiscono più», canta Bryan citando poi un verso di “This land is your land” di Woody Guthrie, la canzone folk più patriotica e al tempo stesso di protesta della tradizione americana.