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 2026  febbraio 10 Martedì calendario

Uber rinnova l’accordo con i taxi: «Auto a guida autonoma entro quest’anno a Londra e in Germania»

Anabel Diaz, 51 anni, spagnola, vice president Mobility EMEA di Uber, giovedì a Milano ha partecipato come tedofora al percorso olimpico, per simboleggiare un legame con una città che va oltre il business e si intreccia con i grandi eventi che ridisegnano la mobilità urbana. Nei prossimi giorni seguirà alcune gare di pattinaggio artistico e hockey su ghiaccio, ma l’agenda resta fitta di incontri istituzionali e operativi. Incluso l’annuncio per il rinnovo per altri cinque anni dell’accordo di integrazione con itTaxi, siglato nel 2022.
Il primo punto che Diaz tiene a chiarire riguarda «il più grande equivoco che ancora oggi esiste in Europa» su Uber. «Molti pensano che stiamo cercando di prendere il posto dei taxi. Non è così», dice. «Il nostro obiettivo è ridurre la dipendenza dall’auto privata e rendere la mobilità più efficiente, offrendo più scelta attraverso una piattaforma sicura e affidabile».
L’integrazione con i taxi, spiega, va letta proprio in questa chiave. «Non si tratta di fare quello che i taxi hanno sempre fatto in modo diverso, ma di allargare il mercato». E i numeri, secondo Diaz, lo dimostrano: «Da quando abbiamo avviato la partnership, in Italia sono state effettuate oltre 20 milioni di richieste di taxi tramite l’app Uber. Solo nell’ultimo anno i viaggi in taxi prenotati via app sono cresciuti di circa il 40%».
I benefici, insiste, non riguardano solo la domanda. «Per i tassisti significa meno tempi morti tra una corsa e l’altra: riescono a fare più viaggi senza aumentare le ore di lavoro», spiega. «Per gli utenti vuol dire attese più brevi e un servizio che regge meglio anche nei momenti di picco».
Il percorso italiano, però, non è stato semplice. «Qui le regole rendevano molto difficile operare con modelli diversi dal taxi: poche licenze, costi elevati. In quel contesto il taxi era la vera porta d’ingresso per portare tecnologia nel settore», racconta. «Abbiamo trovato interlocutori pronti a rischiare, innovatori e coraggiosi».
Oggi, dice Diaz, la fotografia è cambiata. «Lavoriamo con oltre 6 mila taxi in circa 50 città e l’obiettivo è estendere progressivamente la copertura su tutto il territorio». Se si guarda alla domanda, il segnale è ancora più netto: «Le corse su Uber in Italia crescono di circa il 50% l’anno e oggi l’80% dei nuovi utenti sono residenti locali. È un cambio di passo rispetto al passato, quando la domanda era trainata soprattutto dai turisti».
Turismo che resta comunque centrale. «Uber Taxi in Italia è utilizzato da viaggiatori di più di 170 Paesi», osserva. «Per chi arriva dall’estero contano semplicità e fiducia: un’app che conosci, il pagamento digitale, il prezzo chiaro».
Il rapporto con i tassisti, sottolinea, «non è mai statico». «Non firmiamo un contratto e basta: lavoriamo continuamente su algoritmi, domanda, aree critiche. Gli incentivi sono allineati, perché l’obiettivo è far crescere il business insieme».
Restano nodi aperti sul fronte regolatorio. «Il nostro messaggio è semplice: regolare sì, ma non regolare l’inefficienza», dice. «In molte città la domanda c’è, ma non ci sono abbastanza licenze per soddisfarla».
Guardando all’Europa, Diaz rivendica il ruolo crescente dei taxi nel modello Uber. «Da quando ricopro questo ruolo, oltre 180 mila tassisti hanno iniziato a usare la piattaforma in Europa. Solo nell’ultimo anno la crescita è stata intorno al 40%». Oggi oltre il 15% dei viaggi Uber nell’area EMEA avviene con taxi. «In Paesi come Irlanda, Grecia o Polonia operiamo solo con licenze taxi. I modelli possono convivere».
Milano-Cortina 2026 è uno dei motivi della sua presenza in città. «Un evento così cambia tutto: domanda, flussi, geografia urbana», dice. Uber prevede di mobilitare fino a 5 mila driver. «È la più grande operazione mai realizzata in Italia». 
Lo sguardo, però, va già oltre. «Le auto a guida autonoma entreranno nell’ecosistema nei prossimi cinque anni», afferma. «Vedremo veicoli Uber che si guidano da soli a Londra e in Germania entro quest’anno. In Italia? Resta nel radar, se ci saranno le condizioni».
Il messaggio finale è netto: «L’Italia è la terza economia europea e il nostro business qui dovrebbe essere più grande. Questo significa che ci sono bisogni di mobilità ancora scoperti. Ed è lì che tecnologia e cooperazione possono fare la differenza», conclude.