corriere.it, 10 febbraio 2026
Intervista a Ethan Bastianich
A 24 anni è Ceo di Wingstop Italia, il nuovo franchising che arriva dal Texas e serve alette di pollo, aperto insieme al padre Joe in via Vigevano 18 a Milano. Un’avventura imprenditoriale con obiettivi importanti: il brand, che oggi ha 3mila filiali nel mondo, punta a 10mila entro i prossimi 10 anni.
Ethan Bastianich, che effetto le fa questo ruolo?
«Mi dà un grande senso di responsabilità. Sono cresciuto nel mondo della ristorazione, con mia nonna Lidia prima (chef e imprenditrice di origini istriane emigrata negli Stati Uniti, ndr) e papà Joe poi. Io stesso dopo gli studi in Business&entrepreneurship al Boston College ho lavorato all’"Antico Vinaio” a New York e ho dato una mano a mio padre con i progetti legati a Eataly. Mi piace molto questo settore, è dinamico e giovane. Ovviamente quello di Ceo è un ruolo importante, ma come in tutte le cose lo approccio dal basso: mi piace stare con i collaboratori e i dipendenti, seguo la formazione con loro, passo anche la scopa per terra».
Che papà è Joe Bastianich?
«Sul lavoro mi insegna moltissime cose. In famiglia non è molto affettuoso, ma per la verità non lo è nessuno di noi, non abbiamo questa abitudine. Forse la avete di più qui in Italia. Però abbiamo sempre passato tempo di qualità insieme, quality time insieme è il nostro modo di volerci bene».
Anche quando suo padre non c’era perché girava MasterChef in Italia? Ha sofferto la sua lontananza in quel periodo?
«Ero piccolo, vivevamo in Connecticut con mamma Deanna e i miei due fratelli Miles e Olivia. Mi ricordo che facevamo tante videochiamate. Per me era chiaro che la sua lontananza fosse dovuta al lavoro: papà stava facendo il suo dovere. Quindi quel periodo mi ha insegnato il senso di sacrificio».
L’idea di aprire Wingstop in Italia di chi è stata?
«È stata di mio papà. Ha scoperto questo brand in fortissima crescita e ha avuto l’intuizione di portarlo in Italia. È un visionario: ha visto un’opportunità nel mondo del quick service restaurant in Italia».
Com’è essere figli di un personaggio pubblico?
«La domanda che mi fanno di più è: “Ma davvero tuo papà è così cattivo come in tv?”. In realtà no, quello è un personaggio che recita. In America a dire il vero la sua fama si sente meno, in Italia molto di più: qui non può camminare senza che lo fermino per chiedergli un saluto e una foto. All’inizio è strano, poi ti abitui. È anche bello: vuol dire che ha lasciato un segno nelle persone, io sono orgoglioso di lui per questo. Certo, ogni tanto qualche fan inopportuno, che sceglie il momento sbagliato, c’è...».
Anche sua nonna, Lidia Bastianich, la mamma di Joe, è un personaggio televisivo e un volto pubblico.
«Altroché: io stesso ho partecipato a qualche suo programma di cucina in tv da bambino. Diciamo che sono abituato a vivere intorno a persone famose, con una dimensione pubblica. Forse è per questo che io di carattere sono più timido, mi piace stare in disparte e osservare».
Che ricordi ha con lei?
«La nonna mi ha insegnato che il cibo è un modo di unire le persone: sedersi attorno a un tavolo, condividere una storia. Il ricordo più bello è che facevamo, e quando si può facciamo ancora, gli gnocchi tutti insieme: la nostra specialità. Con i miei cugini e i miei fratelli andavamo a casa sua anche quando eravamo piccolissimi, lei ci metteva sulla sedia per raggiungere l’altezza del tavolo e cominciavamo a impastare. Sono momenti speciali, che ricorderò sempre. Finché stava bene c’era con noi anche la bisnonna Erminia, mancata qualche anno fa. Il bello degli gnocchi è che li fai con qualsiasi cosa: verdure, latticini, pesto... Io amo il pesto e il ragù alla bolognese. E poi a casa della nonna c’è sempre l’aperitivo classico italiano: prosciutto, mozzarella, formaggi, polpo con patate...».
Suo papà Joe cucina? Le prepara mai qualcosa?
«Sì, cucina, gli piace molto. Fa piatti semplici: pollo al forno con patate e cipolle per esempio, ma sempre con il giusto kick di gusto. È una cosa che mi ha insegnato e che faccio anche io. Invece su come cuocere le verdure chiamo mamma Deanna, una campionessa di ortaggi al forno».
Prima ha parlato di sacrificio. Si è trasferito in Italia dagli Stati Uniti. Che cosa ha lasciato?
«Tante amicizie e una città come New York. Ma in Italia in compenso ho trovato l’amore: un ragazzo di Torino. Ci siamo incontrati dal vivo, a un evento organizzato, non sulle app. Sono convinto che chi segue i propri interessi riesca a incontrare le persone giuste».
Visto che è un rappresentante della Generazione Z, ci dica: beve vino? Cosa le piace?
«Sto imparando. Abbiamo un’azienda vinicola in Friuli e ho fatto anche la vendemmia. Sto cercando di assaggiare diverse cose, soprattutto con mio papà, per migliorare il mio palato. Per ora da Wingstop serviremo solo soft drink. In futuro vedremo, magari inseriremo la birra».
I suoi coetanei sono molto attenti agli stili di vita salutari.
«Sì, anche a me è capitato di stare mesi senza bere. Mi alleno, cucino sano. Ma non voglio rinunciare a tutto: diciamo che cerco equilibrio. E comunque, lavorando tanto, spesso non ho tempo per gli aperitivi».
Litiga con suo padre?
«Litigare no, ma siamo entrambi testardi... Più che altro discutiamo. Spesso sul ristorante dove andare a mangiare».
E di solito chi vince?
«Papà, ne conosce molti di più. E poi, se mi piace, mi rinfaccia che lo ha scelto lui (ride)».
Milano: i suoi posti del cuore?
«Casa Portofino, un ristorante thai vicino a Loreto, la zona di Paolo Sarpi. E l’Antico Vinaio: mi ricorda casa».
Lei ha la cittadinanza americana. Ma si sente anche un po’ italiano?
«Molto italiano. Qui mi sento a casa. Del resto sono venuto in vacanza in Italia per tantissimi anni, conosco la lingua... Un giorno mi piacerebbe chiedere la cittadinanza. E anche quella croata, perché la Croazia oggi è il Paese che rappresenta la terra di origine di mia nonna».
Che carriera si immagina di fare?
«Mi piacerebbe portare nuovi brand in Italia, nuovi format. Fast casual, grab and go. Sempre rispettando il valore del cibo italiano».
Se ha un problema, va da mamma o da papà?
«Dipende. Per il lavoro mi rivolgo a papà, per le cose personali a mamma. Ma spesso mi rimandano l’uno all’altra...».
Che cosa serve oggi per fare impresa?
«Le persone. Le relazioni vere. L’empatia. Saper ascoltare. Creare una squadra dove ci si può dire la verità».