Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  febbraio 10 Martedì calendario

Carolina Kostner: «Ora è soprattutto entertainment, la mia era un’arte»

Ha sempre un buon motivo per far colare il rimmel, Carolina Kostner. Prima era l’emozione di pattinare programmi iconici, come l’Ave Maria (corto) e il Bolero (libero) di bellezza assoluta che le valsero il bronzo a Sochi 2014. Dodici anni dopo, domenica sera al Forum, è stata la prova di squadra dell’Italia nel Team Event, terza dietro i colossi Usa e Giappone, a commuovere nostra signora del pattinaggio, che si è divisa tra la panchina azzurra – di cui insieme a Barbara Fusar Poli rappresenta il totem – e quella nipponica, in quanto consulente tecnica di Yuma Kagiyama, aspirante all’oro prenotato da Malinin.
Ha trepidato per una medaglia storica, Carolina.
«Seguire i ragazzi dietro le quinte, è stato intensissimo. Li ho visti gareggiare con coraggio e mi è venuta la pelle d’oca. Sono orgogliosa del loro percorso e di ciò che rappresentano. È un onore far parte di questa squadra».
Di cui lei, con l’eredità che ha lasciato, è la madrina.
«Il bronzo di Sochi, per me, vale oro. Il pubblico russo era molto di parte: ricordo di aver pattinato il corto del Team Event dopo Yulia Lipniskaya, amatissima stella locale, in un silenzio glaciale. Ma partito l’esercizio, mi era bastato alzare un braccio per avere, come reazione spontanea, un applauso. Mi sono sentita accettata e stimata, l’ho vissuto come un grande riconoscimento alla carriera».
Lei non ha mai voluto fare polemica, ma l’oro della russa Sotnikova, strapagato dalla giuria, fu un furto.
«L’oro l’ha preso qualcun’altra ma l’emozione vale tutto. In tanti mi scrivono ancora: i tuoi programmi sono scolpiti nella storia del pattinaggio».
Quadrupli, salti mortali, evoluzioni da saltimbanchi. Come è cambiato il suo sport?
«È diventato un pattinaggio acrobatico, il sistema è costruito sui salti, che incidono molto sul punteggio rispetto alla parte artistica, che non è così oggettiva, dovendo essere valutata da una giuria. Ci chiediamo come rispettare l’essenza dello sport, innovando senza perdere eleganza, cura del dettaglio, qualità. Ogni atleta cavalca i suoi talenti. Io fui una delle prime a inserire la combo triplo-triplo, con Miki Ando facemmo uno step tecnico netto».
L’acrobata Malinin che esegue sei quadrupli più un salto mortale, facendo alzare in piedi Djokovic, esagera?
«I fuoriclasse vanno apprezzati sempre. Io credo ci si debba ispirare al coraggio e alla capacità di sognare in grande di Ilia. Molti si fermano davanti a un quadruplo Axel, altri nemmeno arrivano a pensarlo. Sappiamo tutti che se Malinin pattina bene, come nel Team Event, non ce n’è per nessuno. Ma a Sochi si credeva che Chan fosse imbattibile, invece quel giorno vinse chi fece meno errori: Yuzuru Hanyu».
Lei pensava così in grande?
«Io mi spingevo ben oltre i miei limiti. Sono andata negli Usa e in Russia per migliorare le trottole, i salti e le componenti con cui esprimevo la mia arte. Ho cambiato rotta quando è stato necessario, ho sbagliato e mi sono rialzata ma non ho mai perso la curiosità nè la voglia di allenarmi».
Le giurie cambiano? Seguono le mode? Si innamorano e disinnamorano, senza motivo, degli atleti?
«Sai bene quale technical specialist è più severo e quale più morbido. In autunno, nella danza c’è stato un tumulto: le giurie erano diventate cattivissime. È stato reinserito il salto mortale, che prima era vietato: la direzione è quella dell’entertainment, della spettacolarità accentuata. Io concordo sulla creatività, nei limiti della sicurezza degli atleti: le lame in aria, a testa in giù, sono sempre pericolose. Cosa ci si può inventare, più di così?».
Come è nato il rapporto di lavoro con Kagiyama?
«La Federghiaccio giapponese mi aveva invitata a tenere una master class ai loro atleti, Yuma mi colpì subito per la coordinazione e la capacità di accelerare in modo invisibile. Sembrava un gatto. A Pechino, dove fu argento, aveva portato la musica del Gladiatore. Allora gli ho fatto conoscere l’Arena di Verona, abbiamo assistito a un’opera: l’ho ispirato a sentire meglio la musica. Da lì in poi, il mio coinvolgimento è aumentato e sono entrata nel suo team».
Anche Lara Naki Gutmann, 23 anni, bronzo di squadra, dice di avere un legame speciale con lei.
«Sono sempre stata a disposizione dei giovani: Lara mi ha cercata un anno fa. Le ho detto: chiamami quando vuoi, anche solo se hai bisogno di qualcuno che ti ascolti. Lara cercava dell’esperienza, io ne ho passate di cotte e di crude: di esperienza ne ho da regalare a piene mani. Ho sempre sognato di essere un punto di riferimento. Il suo bronzo europeo individuale, subito prima dell’Olimpiade, mi ha commossa».
Lei conquistò l’Italia da portabandiera a Torino 2006, a 18 anni. Il primo ricordo?
«Il boato all’entrata dello stadio Olimpico, subito dopo essermi fatta un selfie con Giorgio Rocca. Davanti al presidente Ciampi sventolai la bandiera con più energia. All’inizio era di piombo per il peso della responsabilità, poi diventò leggerissima. Stavo vivendo il mio sogno».
Gliene rimangono, di sogni, Carolina?
«Vorrei fare un triplo lutz sul ghiaccio di Milano, quanto mi piacerebbe... Ogni cosa ha il suo tempo. Oggi sogno una famiglia, e di trovare il mio posto nel mondo».