Corriere della Sera, 10 febbraio 2026
La deriva di Vienna. Idea (anche) inglese
Negli anni che precedettero la Prima guerra mondiale, il mondo istituzionale anglosassone, in particolare la Gran Bretagna di Edoardo VII, aveva avuto un atteggiamento tutt’altro che ostile all’Impero austro-ungarico. Mai e poi mai aveva pensato di ridurlo in frantumi. Oltretutto gli ambasciatori britannici a Vienna, in particolare Horace Rumbold (1895-1900) amico personale di Francesco Giuseppe, Francis Plunkett (1900-1905) e il germanofobo Edward Goschen (1905-08), trasmettevano a Londra report più che rassicuranti sullo stato dell’Impero. Poi qualcosa cambiò. E la responsabilità di questa mutazione va ricondotta in parte all’influenza che alcuni «osservatori» ebbero sulla classe politica inglese. I quali, pur non coordinati tra loro, si trovarono ad avere un ruolo decisivo nel convincere gli inglesi che era inevitabile mandare in pezzi quella secolare potenza.
Una tesi molto interessante esplorata e documentata con acutezza da Marco Bellabarba in Un mondo già di ieri. Storici, diplomatici, giornalisti e la dissoluzione dell’Impero asburgico in libreria dal 13 febbraio per il Mulino. Ancora agli inizi dell’ultimo anno di guerra, il primo ministro inglese David Lloyd George e il presidente americano Woodrow Wilson, nota Bellabarba, allo scopo di trattare una pace separata con Carlo I d’Asburgo (succeduto nel 1916 sul trono d’Austria a Francesco Giuseppe) staccandolo dalla Germania, negavano di voler disintegrare il suo Paese. In un discorso pubblico davanti agli iscritti delle trade unions (5 gennaio 1918!) il premier inglese sostenne che tale disintegrazione era estranea agli obiettivi inglesi. Gli alleati miravano tutt’al più ad «assistere» l’Austria nel proposito di concedere maggiore autonomia alle sue «subject nationalities». Aggiungendo che «il consenso dei governati doveva essere la base di ogni aggiustamento territoriale». All’inizio del ’18, scrive Robert Gerwarth in La rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra 1917-1923 (Laterza), «la prospettiva di coloro che criticavano apertamente le strutture imperiali esistenti era quella di un processo riformistico». Non di una rivoluzione nazionale. E Bellabarba ricorda che quando il presidente Wilson, nel dicembre 1917, aveva chiesto al Congresso l’autorizzazione a entrare in guerra contro l’Austria Ungheria, ribadì espressamente che gli Stati Uniti non desideravano imporre loro alcunché. Anzi, disse, «desideriamo che gli affari siano lasciati nelle loro mani, in tutte le questioni, grandi o piccole che siano».
Poi le cose – come nota, offrendone dettagliata spiegazione, Giovanni Bernardini in Parigi 1919. La Conferenza di pace (il Mulino) – andarono diversamente. Austria e Ungheria furono danneggiate in maniera particolare – scrive Lawrence Sondhaus in Prima guerra mondiale. La rivoluzione globale (Einaudi) – «dall’accettazione da parte degli Alleati dell’incongrua mescolanza di argomentazioni di genere storico, etnico e geografico-strategico avanzate dalle nazionalità presenti sui loro territori a fini di autodeterminazione e quindi di creazione di nuovi Stati-nazione». Ma anche «dai paesi confinanti a fini di espansione a spese dell’ex Impero». L’Austria perse pertanto i Sudeti, coi loro tre milioni di abitanti di etnia germanica, a favore della Cecoslovacchia «sia perché», scrive Sondhaus, considerati «storicamente» appartenenti alla proprietà terriera della Corona boema, sia perché, geograficamente, le loro montagne costituivano una barriera di confine atta a fungere da «difesa contro l’aggressività della Germania». Da difesa? Anche da incoraggiamento ad appropriarsene come saremo costretti a constatare nella crisi del 1938 che fece da premessa alla Seconda guerra mondiale. L’Ungheria perse invece la Slovacchia («entità in precedenza inesistente», ricorda Sondhaus) per puri ed esclusivi motivi etnici, cedendo alla Cecoslovacchia l’intero territorio a nord di «una linea immaginaria tracciata per comprendere, oltre alla regione natia degli slovacchi, tutti i territori che abitavano in comune con i magiari».
E le promesse di Wilson e Lloyd George? Tutto era cambiato. Anche con il contributo, forse determinante, di alcuni intellettuali. Robert William Seton-Watson (1879-1951), Henry Wickham Steed (1871-1956), Lewis B. Namier (1888-1960), Josef Redlich (1869-1936). Secondo Bellabarba sono, con la loro influenza, i principali protagonisti della svolta che ha portato all’imprevedibile risultato. Seton-Watson è un giovane storico di Oxford capitato quasi casualmente a Vienna negli anni che precedettero la Prima guerra mondiale. Nei primi mesi del 1906 si improvvisa corrispondente estero di alcuni giornali inglesi – «Scottish Review» e «Spectator» – con lo pseudonimo Scotus viator, («viaggiatore scozzese»). Steed è, nello stesso periodo, l’inviato del «Times» nella capitale austriaca. Sono accomunati dalla battaglia politico culturale a sostegno delle «nazionalità soggette» contro l’oppressione delle «nazionalità dominanti» austro magiare. Vinta un’iniziale diffidenza, l’establishment britannico si adatterà a questo schema interpretativo della crisi dell’impero asburgico. E, a fine guerra, lo adatterà ai propri interessi politici, riducendo al minimo l’estensione dei territori occupati dalle nazionalità austriaca e ungherese. Tra l’altro, l’accettazione delle tesi di Seton-Watson e Steed, osserva Bellabarba, è diretta conseguenza dell’«abitudine degli studiosi britannici, liberali o democratici, a porre in primo piano gli interessi del loro paese». E a farli coincidere con le loro analisi. Il prestigio dell’impero britannico, considerato il modello civile di coesistenza tra ceppi nazionali, è per tutti loro un imprescindibile punto di riferimento. Se Vienna non riesce più a garantire questa coesistenza, la dissoluzione dell’impero è inevitabile. Un’inevitabile conseguenza. Dopodiché i contrasti nazionali hanno un peso nella misura in cui «l’emancipazione di questa o quella minoranza serve da pedina agli obiettivi di Londra sullo scacchiere dei rapporti di forza internazionali».
Namier e Redlich, scrive Bellabarba, «hanno con la dissoluzione della Monarchia un rapporto più ricco di sfumature interpretative». Entrambi, a loro modo, sono degli «esuli». Namier, nato da una famiglia ebraica in Galizia, l’ha abbandonata ai primi del Novecento e si è trasferito a Londra. Redlich, originario della Moravia, pur con incarichi politici di un certo rilievo si adeguerà a quest’ottica. Poi, dopo il 1918, trascorrerà da docente di diritto lunghi periodi nelle università statunitensi (dal ’26 al ’31 ad Harvard), «lontano da una piccola Austria repubblicana» che ha «smarrito la sua identità imperiale». Senza alcuna nostalgia. Anzi a mo’ di giustificazione del loro atteggiamento in quel delicatissimo frangente, «negli anni entrambi hanno scavato pazientemente dentro la storia della Monarchia asburgica – Redlich è stato autore di una importante biografia di Francesco Giuseppe – alla ricerca delle debolezze che sono state capaci di logorarla così a fondo da creare agli occhi degli osservatori occidentali l’aspettativa di un crollo imminente».
In libri e articoli scritti a ridosso del primo conflitto mondiale, cogliendo aspetti trascurati da Seton-Watson e Steed, gli altri due tendono a sminuire il rilievo dei contrasti tra nazionalità forti e deboli. Redlich ritiene che «una sorta di cattiva ossessione per i problemi nazionali abbia sviato gli osservatori dalle cause reali del crollo». Le vere cause sarebbero state «il potere eccessivo lasciato al monarca, il centralismo burocratico, le sessioni del Parlamento bloccate». Qui si sarebbero annidati «i nodi irrisolti (forse i più profondi) di un sistema politico sospeso a metà fra involuzioni assolutistiche e fughe in avanti democratiche». Stessa visione critica che traspare in Namier il quale, in più, si sofferma sugli «sbagli nel campo della politica internazionale» determinati da un’«arroganza di vecchia data» e dall’incapacità delle élite viennesi di «perseguire un progetto di governo condiviso».
Migliaia di volantini gettati in volo dagli aeroplani piovvero sulle teste di soldati slavi, polacchi, rumeni per esortarli a disobbedire ai loro capi
In realtà, a voltare per prime le spalle a Vienna non erano state le minoranze slave, rumene o italiane. E nemmeno gli indipendentisti ungheresi. Bensì la nazionalità dominante austro-tedesca, che – come ha messo in evidenza Robert A. Kann in Storia dell’Impero asburgico 1526-1918 (Salerno) – aveva cercato di trarre vantaggio dalla situazione sostenendo «piani irragionevoli anche in tempo di pace e assurdi in tempo di guerra». In qualche misura, prosegue Bellabarba, tutto cominciava e finiva nella capitale: la sopravvivenza di un regime poliziesco che Carlo non aveva il coraggio di sfidare e l’insabbiamento delle riforme politico amministrative costruivano la griglia del declino asburgico. Soprattutto perché accompagnate da una velleità da grande potenza che, va detto, Redlich tendeva a sottostimare.
Per quel che riguarda la Gran Bretagna, l’impostazione dell’intervento era già stata posta prima del conflitto come mette in evidenza Christopher A. Bayly in La nascita del mondo moderno 1780-1914 (Einaudi). Ma, allorché Lloyd George decise di avvalersi della collaborazione di Steed e Seton-Watson, le premesse per la disgregazione dell’impero asburgico furono poste in maniera tale che non si sarebbe potuti più tornare indietro. Centinaia di migliaia di volantini gettati per settimane dagli aeroplani in volo sopra le trincee piovvero sulle teste di soldati slavi, polacchi, rumeni, ruteni, per esortarli, con la promessa dell’autodeterminazione nazionale, a disobbedire ai loro comandanti. Steed e Seton-Watson furono attivissimi nella selezione e revisione dei testi di quei volantini.
Le energie dei due amici, scrive Bellabarba, furono assorbite dal «Dipartimento di propaganda nei paesi nemici» e il loro lavoro andò avanti fino alla vittoria. Anche oltre, fino alle trattative di Parigi. Non era un compito difficile: «Si trattava di adeguare all’impegno politico frammenti di indagini scientifiche, libri, articoli di giornale». Concepiti fin dall’inizio al fine di rendere ineluttabile «la dissoluzione della Monarchia asburgica». Un regime autocratico «condannato a morire».
Il rischio che questa nuova impostazione conducesse presto o tardi a un’altra guerra era nell’ordine delle cose. Si poteva aggirare quel pericolo, sostiene Bellabarba, riorganizzando l’Austria-Ungheria in una confederazione danubiana a quattro poli, possibilmente omogenei nei caratteri etnici e collegati da organi politici comuni. In forma più estesa, comprensiva anche della Transleitania (le Terre ungheresi della Corona di Santo Stefano), il progetto ricalcava il contenuto del «Manifesto» dell’imperatore Carlo con cui a ciascuna componente nazionale dei Länder austriaci era accordata una propria organizzazione statale nell’alveo della monarchia. Il manifesto dei popoli asburgici – mette in risalto Pieter M. Judson in L’impero asburgico. Una nuova storia (Keller) – prevedeva – «e in alcuni casi legittimava retroattivamente» – la creazione di vari consigli nazionali. A loro volta questi «consigli» avrebbero dovuto regolare le proprie strutture concertando l’adesione ai ministeri di Vienna. Ed è ciò che in un certo senso accadde. Ma, scrive Judson, senza la supervisione di un governo centrale, e senza quella «preziosa unità dei popoli» che restava negli intenti del successore di Francesco Giuseppe. Era assente Vienna. Qui fu fondamentale il ruolo di Namier che, scrive Bellabarba, smontò questa prospettiva con i classici argomenti degli oppositori della monarchia: l’irreversibilità dei processi unitari avanzati in Jugoslavia e Romania, l’obbligo di annettere alla Cecoslovacchia le aree di lingua tedesca, la minaccia che il nucleo germanico della confederazione si fondesse in avvenire con la Germania stessa. Leo Amery (anche lui ex giornalista dell’«Observer» e del «Times», all’epoca sottosegretario molto ascoltato dai ministri degli Esteri del Regno Unito, Arthur Balfour e George Curzon) aveva perorato in un memoriale la causa della confederazione danubiana. Ma Namier lo contrastò. Sarebbe stato in definitiva poco saggio, scrisse Namier in un appunto al memoriale di Amery, «lasciarsi spaventare dai cambiamenti caleidoscopici nella mappa d’Europa, nel tentativo di ricreare federazioni che potevano rivelarsi innaturali e contrarie ai reali interessi delle persone interessate». Ciò che ci restituiscono quelle parole di Namier è la certezza che la ragione del collasso della monarchia «stesse in un nazionalismo mai evolutosi del tutto».
E Redlich? A lui, insigne giurista, toccò un ruolo di ministro delle Finanze nell’ultimo governo dell’Impero presieduto da Heinrich Lammasch (ottobre 1918). Il governo ebbe vita breve, ma Namier scrisse qualche anno dopo che Redlich era l’unico «uomo nuovo di un qualche prestigio» in quella compagine di liquidatori. Liquidatori, proseguiva Namier «non più desiderati» dato che lo Stato «si stava sgretolando senza una guida». Per l’esito della guerra, certo. Ma anche per l’influenza che ebbero in quella fase storica alcuni tra i più apprezzati ingegni intellettuali dell’epoca.