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 2026  febbraio 10 Martedì calendario

I 40 anni del Maxiprocesso alla mafia e l’aula bunker

D opo 40 anni si torna nell’aula bunker dove il Maxiprocesso partito il 10 febbraio del 1986 va ricordato non solo per i 19 ergastoli e i 2.665 anni di reclusione comminati ai 475 imputati, ma perché la sentenza frantumò un mito, quello di una mafia invisibile e invincibile.
È la ragione per cui due dei quattro magistrati dell’epoca tornano nel bunker, nel giorno di questo anniversario tondo. Sono Pietro Grasso, seduto allora come giudice a latere accanto al presidente Alfonso Giordano, e Giuseppe Ayala, che rappresentava l’accusa insieme con Domenico Signorino, suicida dopo le accuse di due pentiti esplose nel 1992.
Tornano nell’aula spesso descritta dai cronisti (copyright di Giampaolo Pansa) come una astronave giudiziaria. Roba da marziani, sembrò allora. Ma i marziani erano loro. Come Falcone e Borsellino che, per costruire l’ossatura d’avvio, erano stati confinati l’estate precedente all’Asinara, «deportati» da una Palermo dove venivano uccisi i loro investigatori.
Grasso racconta i retroscena e una somma di aneddoti anche con un testo Feltrinelli di 330 pagine, «U Maxi». La prima scena riporta a Falcone che gli mostra più di 400 mila pagine. E con Borsellino che dona le fotocopie delle sue agendine: «Le famose rubriche compilate con grafia minuta, una sorta di Google Maps del Maxi». Tutto sotto lo sguardo di Antonino Caponnetto, il capo del pool: «Fatti forza, ragazzo, vai avanti a schiena dritta e testa alta, segui la voce della tua coscienza».
Il «ragazzo» conosceva già avversari e complici di chi sei anni prima aveva assassinato perfino il presidente della Regione, Piersanti Mattarella, nel giorno in cui era di turno come sostituto procuratore. Drammi condivisi con Giuseppe Ayala, l’amico del cuore di Falcone, il pm che impiegò otto giorni per la requisitoria e che ieri ai ragazzi di Addiopizzo Travel ha evocato la fatica: «Quando terminai non riuscivo ad alzarmi. Poi, sostenuto da due carabinieri, ripresi a camminare». Stessa fatica di Signorino, l’altro pm del quale Grasso rievoca «un esercizio rigoroso di giustizia», nonostante gli strali dei due pentiti, perché lavorò in sintonia con gli altri togati.
A cominciare da Giordano, credente e sorpreso al primo sopralluogo nel bunker, guardando la parete della Corte: «Manca il Crocefisso». Nell’appalto milionario dell’aula s’erano dimenticati di Cristo. E, senza capitolato, non se ne poteva acquistare uno, ricorda Grasso: «Andò da un antiquario, ne comprò uno di buona fattura e lo fece piazzare alle sue spalle. Chi vuole lo può ancora ammirare».
Si scopre anche che l’astronave aveva una stanza segreta, a due passi dall’aula, dove dormiva Tommaso Buscetta, il pentito numero uno. Tutti pensavano che arrivasse da una delle tre caserme dove ogni mattina per le strade di Palermo si simulavano finti trasferimenti con blindati e sirene, sotto il rombo di un elicottero. «Ma era solo un modo per depistare e scongiurare attentati». Con Buscetta che faceva appena venti metri a piedi, scortato dal compianto Antonio Manganelli.
Pagine poco note di un titolo come «U Maxi», scritto con l’inflessione sfacciata degli stessi boss, convinti che ce l’avrebbero fatta, fidando nella Cassazione dove invece, nel gennaio 1992, si confermò la validità di quell’ossatura.
L’aula bunker si rianima per due giorni con l’obiettivo di indicare ai giovani una pagina di storia giudiziaria diventata «una svolta di civiltà», come ripete Grasso nella sua veste di presidente della «Fondazione Scintille di futuro», vocazione sempre più praticata dopo l’impegno parlamentare culminato nella presidenza del Senato. Un racconto con immagini indelebili. Come quella del 16 dicembre 1987 quando, dopo 35 giorni di Camera di consiglio, Giordano e Grasso riapparvero con due fluenti barbe. Accanto ai sei giudici popolari con i quali ci fu solo un momento di frizione. Quando uno di loro sul foglio dove la mattina si lasciavano le indicazioni per i pasti chiese dei gamberoni che la sera arrivarono. Scatenando il rimprovero di Giordano: «Siamo qui a spese dello Stato».
Ben altri problemi avevano dovuto affrontare. Anche per garantire la immediata pubblicità degli atti ai difensori. Come fare senza i computer di oggi? Un rovello per Grasso. Si mise davanti a un registratore e capì che, in assenza di un’«intelligenza artificiale» di là da venire, occorrevano quattro ore per trascrivere mezz’ora di dibattimento: «Chiesi e ottenni una squadra di otto periti trascrittori per coprire le prime quattro ore d’udienza. Dopo di che, il primo perito sarebbe stato già pronto a trascrivere la successiva mezz’ora, e così via. Una catena di montaggio e una batteria di fotocopiatrici nelle quinte dell’aula bunker». Maxi pure in questo. Un modo per arginare le insidie di quella che era la «palude» di Palermo, come scrissero in tanti. Un grande processo osteggiato anche per il precedente di Napoli, come capì lo stesso Grasso rivelando una sua trasferta prima del dibattimento: «Per verificare le esperienze del cosiddetto “Processo Tortora”». E capì cosa non fare a Palermo.