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 2026  febbraio 10 Martedì calendario

I leader antagonisti tornano in pista. I piani per la lotta come ai tempi del G8

«Clandestinità», «decentralizzazione del conflitto», «moltiplicazione dei fronti». «Autodifesa e sabotaggio» per sopravvivere «ai tempi cui andiamo incontro». Il piano sembra già scritto: non è più «ignorabile l’inefficacia delle modalità di scontro di piazza diretto, degli ultimi mesi e anni in tutto il territorio». L’ombra di una nuova campagna anarchica traspare nella rivendicazione che «sottobosko», così si è firmato l’autore del documento, ha pubblicato ieri sulla piattaforma Noblogs.org, rivelando il movente del doppio attacco alle Ferrovie di sabato scorso a Bologna e Pesaro. L’ultimo atto di una sequela di azioni che il Viminale ha registrato nel triennio appena trascorso. Non era mai accaduto prima con questa frequenza. Ma la rivendicazione anarchica contiene allo stesso tempo un appunto diretto alla galassia antagonista, agli «esperti del disordine sociale» che fino a oggi hanno preferito lo «scontro diretto» con il sistema e le forze dell’ordine. Spesso fianco a fianco con gli anarchici.
Ma ora proprio da loro arriva la chiamata per un repentino cambio di strategia dopo settimane di guerriglia urbana. A Milano, con i fatti di sabato scorso al Corvetto, prima ancora a Torino. E più indietro nel tempo a Bologna, Roma, Genova, Firenze. Gli episodi sono decine, con danni nei centri cittadini e centinaia di poliziotti, carabinieri e finanzieri finiti in ospedale. Le immagini sempre più inquietanti di un autunno caldo scivolato in un inverno rovente che per chi indaga di casuale non ha nulla.
Perché la convinzione è che l’attuale leadership antagonista non sia affatto improvvisata, ma composta dai vertici di organizzazioni, centri sociali e movimenti tornati alla carica dopo anni trascorsi non in prima linea, avendo intuito che è possibile una ripresa della lotta come nei primi anni Duemila. Quelli che accompagnarono gli scontri del G8 di Genova, con la «dichiarazione di guerra ai grandi del mondo» da parte delle tute bianche, anche se oggi – fanno notare gli esperti – mancano ancora i frontman che invece all’epoca diedero forma e sostanza al movimento nazionale. Non solo. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, nella sua intervista di ieri al Corriere, ha rivelato anche di più: «Nessuno deve minimizzare. Sono riapparsi vecchi personaggi protagonisti di un passato ancora doloroso – ha detto —. Si sono fatti vedere anche solo come osservatori, forse erano interessati a cogliere spunti per riproporre vecchi insegnamenti ai più giovani».
Un salto dal passato che viene monitorato con attenzione. Anche perché le relazioni investigative confermano come gli ambienti antagonisti in diverse città siano tornati in fermento ormai dal 2023, dall’inizio della campagna pro Palestina dopo i bombardamenti israeliani su Gaza ma anche contro l’atteggiamento del governo italiano nei confronti di Tel Aviv, alla quale si è aggiunta la protesta contro i decreti Sicurezza. Gli scontri del 31 gennaio scorso a Torino durante il corteo per Askatasuna, seguiti da quelli di Milano contro l’inizio delle Olimpiadi – al centro della rivendicazione degli ultimi attentati anarchici ai treni – hanno dato la conferma a chi indaga che attualmente c’è una capacità strategica di un certo livello. Tanto che la polizia di prevenzione e il Comitato di analisi strategia antiterrorismo mantengono un faro acceso non solo sulle manifestazioni ma anche sui momenti di aggregazione, come assemblee e riunioni organizzate prima delle iniziative di piazza. Perché a parte i «cattivi maestri», punti di riferimento di un’epoca che sembra lontana ma che invece è sempre presente, come indicato da Piantedosi, ci sono personaggi più giovani, meno noti, ma considerati ugualmente autorevoli.
Hanno capacità politico-strategica, hanno esperienza di scontri di piazza. Sanno come creare consenso attorno a movimenti di protesta di vario genere. Ma è anche vero che dagli accertamenti investigativi è emerso che gli stessi personaggi, tenuti sotto osservazione, non hanno collegamenti diretti con la politica, né finanziatori – occulti o meno – come si è scoperto in passato invece per alcuni gruppi di estrema destra. Il loro circuito, secondo gli analisti, si basa sull’adesione alle campagne anti-governative. E se un tempo c’erano movimenti extraparlamentari che confinavano con l’eversione, in questo caso il legame sembra mancare. Rendendo lo scenario ancora più imprevedibile.