La Lettura, 8 febbraio 2026
Intervista a Emilio Giannelli
Emilio Giannelli, per te sono giorni di festeggiamenti. Il 25 febbraio compirai 90 anni e a novembre saranno 35 anni di tue vignette in prima pagina sul «Corriere della Sera» proprio nell’anno del 150° di fondazione. Li racconti con questa copertina disegnata per «la Lettura»: a destra la tua città, Siena, a sinistra la Milano del «Corriere». E intorno alla prima pagina del giornale, in volo, mille personaggi diversi. Giorgia Meloni, Donald Trump, Leone XIV, Benjamin Netanyahu, Jannik Sinner, Ali Khamenei... ma si rivedono anche Bettino Craxi, Francesco Cossiga, Sandro Pertini, Giovanni Paolo II... È il tuo firmamento di personaggi satirizzati in prima pagina.
«Sono tre coincidenze veramente lusinghiere per me. Arrivare a 90 anni è già un bel record. Poi i miei 35 anni di collaborazione proprio nel 150° anniversario del “Corriere della Sera” mi fanno sentire orgoglioso».
Descrivi meglio questo sentimento.
«Come si dice, il “Corriere” è il “Corriere”. Mai avrei immaginato che sarei approdato sul più grande quotidiano italiano quando, da ragazzino, scarabocchiavo le caricature. La prima la feci ad appena cinque anni, nel 1941, la dedicai a Vittorio Emanuele III. L’ho ritrovata tra le carte di mia madre quando morì. Io vivo a Siena, qui molti leggono “La Nazione” ma si sa benissimo che il “Corriere” è il più autorevole di tutti. Quando Eugenio Scalfari fondò “la Repubblica”, per un periodo, molti cercarono di contrapporre un “Corriere” più conservatore al nuovo giornale vicino alla sinistra, nato anche nel solco della tradizione culturale del ’68. Però poi, soprattutto quando la macchina di via Solferino si riprese il primato delle vendite, il “Corriere della Sera” ha riproposto la sua vera identità: uno spazio in cui vengono ospitati tanti pareri, diversi tra loro, in un’arena sostanzialmente super partes, senza preconcetti. Lo dico perché vivo la realtà del quotidiano giorno per giorno».
Però tu sei toscano. Non sei tipo da sviolinate, né da raccontare una storia tutta rose, fiori e sorrisi. Nei giornali si litiga spesso, come in tutti i posti di lavoro.
«Niente rose e fiori, figuriamoci. Certe volte il giornale mi fa arrabbiare quando mi boccia alcune vignette. Magari succede che ti arrovelli mezza giornata a farti venire un’idea che poi non va bene... In tempi recenti è successo per esempio per Gaza, argomento indubbiamente spinosissimo. Poi, in alcuni casi, ho avuto il sospetto di un po’ di moralismo. E allora inviando una nuova vignetta ho scritto: “Questa va bene per il ‘Corriere della Suora’”? Però, come si dice in toscano, sono fumino. Cioè prendo fuoco facilmente, in compenso mi passa subito».
Tu non hai mai sospeso, nemmeno per un giorno, la tua produzione quotidiana. Calcolando 360 vignette all’anno (esclusi i giorni in cui i quotidiani non escono per contratto) per 35 anni si ottiene la colossale cifra di 12.600 vignette per il «Corriere»…
«Direi anche il doppio. Perché quasi sempre ne mando due per lasciar scegliere alla direzione. Lo faccio soprattutto quando vado a cena fuori e voglio evitare di rimettermi al lavoro la sera».
Manca la certezza, però il sospetto c’è. Ovvero che tu rappresenti un record, forse addirittura mondiale, di permanenza sulla prima pagina di un qualsiasi quotidiano, e non solo italiano.
«Forse diventerò un’attrazione. Una specie di buffone da circo».
Esempi di longevità ci sono, ma non come la tua.
«Plantu ha collaborato a lunghissimo con “Le Monde”, e nemmeno tutti i giorni, ma ora ha smesso. Se n’è andato in pensione da anni».
Vignette e potere. Come affronti il personaggio di Giorgia Meloni?
«Mi piace partire dai suoi grandi occhi, perché la contraddistinguono. Li faccio molto azzurri quando disegno a colori. E la propongo così com’è, piccoletta...».
Quindi niente sconti?
«No, niente sconti. Una volta devo averla fatta troppo piccola perché me la sono ritrovata sul giornale leggermente allungata a Milano con il computer... Le metto sempre i tacchi. Che nel suo caso sono legittimi. Invece quelli famosissimi di Berlusconi erano un sotterfugio per nascondere la sua statura. I tacchi di Meloni finiscono sotto i pantaloni, come succede a tante donne. Poi c’è la sua identità romana veracemente popolare, che lei rivendica spesso. Non riesco a fare battute in romanesco perché sono di Siena. Però mi ispira sempre la sua differenza con Giulio Andreotti».
Quale?
«Con Andreotti ogni parola andava interpretata perché aveva un peso. Una volta Mondadori gli mandò una copia di una mia raccolta di vignette, dove lui appariva spesso. Mi arrivò un sibillino messaggio di ringraziamento: “Caro Giannelli, la ringrazio per il libro, le auguro tutto ciò che lei merita”. Frase più che ambigua. Anni dopo, incontrandolo al Senato (andai come direttore della Fondazione Monte dei Paschi. insieme al presidente Giovanni Grottanelli) e gli chiesi cosa volesse dire con quelle righe. E lui, con un sorriso: “È una formula che ho imparato in Vaticano”. Niente altro».
Se le parole di Andreotti andavano pesate, quelle di Meloni?
«Con lei le parole vanno sfrondate perché ne usa tante».
La presidente del Consiglio ti ha mai chiesto una vignetta pubblicata come ricordo?
«No. Sono più contento quando i personaggi pubblici non me le chiedono: quando succede significa che la satira non ha funzionato bene. Non ha lasciato il segno. Quando invece funziona, è come la puntura di un’ape. Quindi è rapida, non uccide, ma irrita moltissimo. Insomma dà fastidio. E per dare fastidio non c’è bisogno di massacrare le persone, di insultarle, di offenderle. Quella non è satira. Se mai esistesse la categoria, mi definirei un satiro bonario. Il gusto della battuta sì, sempre, ma niente crudeltà».
Quali regole ti dai nei confronti del potere?
«Prima regola. Chi fa il mio lavoro non può avere legami di amicizia o di confidenza con chi potrebbe essere un suo bersaglio, cioè i personaggi pubblici. Quindi né amico né nemico, bisogna stare ai fatti, punto e basta. Seconda regola. Vietato avere conti in sospeso con qualcuno e regolarli con la satira, non ci deve mai essere nulla di personale. Per questo non bisogna frequentare chi ha potere».
Hai 35 anni di vignette alle spalle. Qual è la caratteristica che accomuna chi si trova il potere tra le mani?
«Il potere è un po’ come un’ubriacatura. E chi è ubriaco tende a non controllarsi, cioè a mettere da parte l’autocritica, a diventare auto-indulgente. Ecco perché i potenti mi fanno ridere. Loro immaginano di trovarsi su un piedistallo e io cerco di toglierglielo. Insomma, li smitizzo. Mi diverto moltissimo».
In quanto a Sergio Mattarella?
«L’ho ritratto molto spesso, con i suoi capelli bianchi, ma mai in modo offensivo. E sempre con rispetto. Però io ho una formazione giuridica e mi chiedo cosa avrebbe detto il mio maestro Paolo Barile sulla sua rielezione e sul suo secondo mandato presidenziale e su quello, per di più a tempo, di Giorgio Napolitano. Resto convinto che i padri costituenti fossero dell’idea di un mandato presidenziale unico senza possibile rielezione, anche se non l’hanno messo nero su bianco».
Tu hai alle spalle un’altra vita, quella precedente da dirigente ai massimi livelli dell’ufficio legale della direzione generale del Monte dei Paschi di Siena.
«Sì. È stata la mia salvezza, grazie a mio padre. Se fossi stato solo un giovane disegnatore, come all’inizio progettavo, chissà che fine avrei fatto. Invece ho avuto un lavoro solido e sicuro e il disegno l’ho relegato nell’ambito del piacere personale. Mi sono esercitato nel tempo libero e con un giornaletto bancario che chiuse le pubblicazioni nel 1968. Nel 1980 mandai una vignetta di prova a Giorgio Forattini per l’inserto “Satyricon” de “la Repubblica”. Cominciò una collaborazione che durò fino al 1991, quando accettai la proposta di Ugo Stille per il “Corriere della Sera”. Mi cercò perché aveva deciso di proporre, per la prima volta nella storia del giornale, una vignetta quotidiana in prima pagina. E voleva me».
Ti trovasti bene con Stille...
«Era simpaticissimo. Ci fu un’immediata sintonia, parlavamo un po’ la stessa lingua, eravamo anche uniti dal piacere della tavola, lo capii pranzando insieme a Milano al Boeucc. Era il novembre 1991. Da allora sono qui».
Ed Eugenio Scalfari come reagì?
«Quando seppe che stavo partendo per Milano per incontrare Stille mi disse. “Ma dove vai, quello è un giornale per i vecchi, tutti i giovani leggono noi, leggono ‘la Repubblica’”. Però, quando decisi per il “Corriere”, fu un gran signore. Mi mandò un biglietto: “Me lo immaginavo, ma mi dispiace lo stesso”. Gran classe. E altri tempi».
Il rito quotidiano, conoscendoti, è sempre lo stesso. Sei sostanzialmente un abitudinario.
«Sempre il solito. Verso l’ora di pranzo, o giù di lì, arriva una telefonata da via Solferino. Si parla del tema individuato per la giornata. Comincia la riflessione, immagino due proposte. Prima il disegno a matita poi la penna nera a china. Di solito verso le 17.30, salvo imprevisti dell’ultimo momento, ho finito».
I tempi?
«Difficile dirlo con precisione. Con un solo personaggio basta poco, anche poco più di mezz’ora. Per le scene collettive va via più tempo, se c’è il colore aumenta ancora. Da quando sono in pensione dalla banca lavoro più tranquillo, con maggiore possibilità di elaborare».
Che cosa è cambiato in questi 35 anni?
«Prima quasi tutto era permesso. Oggi non mi passerebbero molte vignette di trent’anni fa: c’è un oggettivo restringimento del campo della satira. Per esempio non si può più ironizzare sul fisico. Se uno è grasso è grasso, se uno è basso è basso. Invece no, ora bisogna fare attenzione per non offendere. E parliamo di satira...».
Prima dicevamo della pensione di Plantu. Pensi mai a una simile prospettiva?
«Se mai il “Corriere” dovesse decidere di fare a meno di me, mi toglierebbe il mio più grande divertimento quotidiano. Quindi in quel caso continuerei a disegnare ogni giorno, anche solo per il mio piacere personale. Non potrei mai farne a meno».