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 2026  febbraio 08 Domenica calendario

Gaja Cenciarelli: "Amica dei ragazzi no, ma prof in ascolto sì"

«Nel momento preciso in cui un essere umano inizia a insegnare, il suo Dna si modifica. Da allora in avanti, vivrà osservando le dieci leggi fondamentali della vita di un insegnante». La prima legge recita: «Per gli studenti, tu non sei un essere umano». Poi, in ordine sparso, altre consuetudini a prova di esperienza. «Nessuna buona azione, generosità o empatia impedirà agli studenti di parlare male di te». «Per quanto tu possa essere severo, nessuno studente ti rispetterà solo per questo». «Dieci minuti dopo il tuo ingresso in classe per la prima volta, gli studenti sanno già tutto di te». «Nessun insegnante è mai stato al riparo dalla crudeltà degli studenti». Il decalogo apre il libro che Gaja Cenciarelli pubblicò nel 2022 con Marsilio, cronaca romanzata ma non troppo del suo primo incarico da supplente nel 2015 nella quinta di un liceo della periferia romana, a Rebibbia. Quel libro, con lo stesso titolo, Domani interrogo è ora un film diretto da Umberto Carteni, protagonista Anna Ferzetti, in sala dal 19 febbraio. Lo ha scritto Cenciarelli insieme a Herbert Simone Paragnani: una precondizione, racconta a «la Lettura» la scrittrice e traduttrice che continua a insegnare a Roma.
Perché ha voluto essere cosceneggiatrice?
«Mi interessava la scrittura di un film. E volevo proteggere la storia. Anche se non ce ne sarebbe stato bisogno visto che Carteni e Paragnani sono stati perfetti».
La scuola è il posto in cui stare, l’ultimo presidio delle democrazia, sosteneva nel libro di quattro anni fa.
«Lo penso ancora, con più forza. Perché è lì dentro che si costruiscono i cittadini futuri. Il problema è che la scuola è un luogo di contraddizioni, da decenni è stata presa a picconate e basta veramente poco per buttarla definitivamente giù. È lo specchio di come sta andando l’Italia».
La professoressa insegna lingue eppure la prima cosa che deve fare è imparare lei un lessico nuovo per comunicare con gli studenti. Non è un paradosso?
«Un gran paradosso. Per me è stato così. E per questo sono stata rimproverata da molti colleghi e colleghe, lo hanno considerato un compromesso. Ma rifarei la stessa cosa, è stato un gancio iniziale. Poi James Joyce alla maturità l’hanno portato. Non sono stata mai loro amica. Ma sempre una professoressa, come Anna Ferzetti nel film, che ascolta. E che prova a dare loro gli strumenti per cavarsela!».
«Smettete di fare la parte della monnezza perché non lo siete», li esorta.
«Non è una battuta scritta per esigenze di copione. È una cosa che mi sono sentita dire: “Professore’ noi siamo come monnezza, ci trattano così”. È chiaro che è anche un alibi per loro, uno scarico di responsabilità, un modo di mettere le mani avanti: non c’è niente da fare, non potremo mai essere migliori di così. E invece non è vero: nel momento in cui hanno creduto di potercela fare, hanno dimostrato di avere tutti gli strumenti per poter essere considerati bravi studenti».
La scuola pubblica ha funzionato a lungo come ascensore sociale. Pensa sia ancora così?
«Secondo me sì. Anche se potrebbe farlo meglio. Sono rimasta in contatto con la maggioranza di questi ragazzi, alcuni di loro hanno potuto continuare a studiare, hanno trovato un lavoro. Altri purtroppo hanno avuto destini più drammatici. Perché poi la scuola finisce e molti si sono scontrati con una realtà troppo complessa».
Nel dibattito politico di scuola si parla molto poco. O, come di recente, in chiave di sicurezza. Qual è la sua opinione sul dibattito sul metal detector?
«Quando l’ho sentito, mi si è gelato il sangue nelle vene. Si vuole che le scuole diventino carceri? Vogliamo militarizzarle? Fa a cazzotti con il senso ontologico della scuola che è un luogo che deve essere disarmato. Il gergo bellico è fuori posto. È ovvio che i violenti non vanno scusati. Nell’episodio di cui si è occupata la cronaca si sapeva che questo ragazzo veniva con il coltello. Mettere i metal detector vuol dire mettere una pezza al sintomo anziché curare la malattia».
E sul tema dell’educazione sessuo-affettiva in classe, che cosa pensa?
«Certo che serve. I docenti la fanno e la possono fare attraverso le loro materie, letteratura ma pure matematica. Si può fare scegliendo le parole giuste. Già farli stare tutti insieme, far convivere le loro differenze e complessità è educazione sessuo-affettiva. Ci vogliono imporre una società sessuofobica che si schianterà contro sé stessa».
Ha avuto in mente qualche film ambientato tra le mura scolastiche prima di curare l’adattamento del libro?
«No. Li conosco a memoria. Ovviamente La scuola da Ex catedra di Starnone, poi Detachment. Il distacco con Adrien Brody, che trovo meraviglioso. E L’attimo fuggente, sempreverde. Il mio faro non è stato il cinema ma il nome tutelare è stato Sandro Onofri, scrittore, purtroppo spesso dimenticato. Il suo Registro di classe insegna, a chi ha voglia di leggerlo, che cosa è la scuola».
Dopo anni di insegnamento, il suo decalogo è sempre valido?
«Sì. Lo sottoscrivo con il sangue».