Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  febbraio 08 Domenica calendario

Le isole inventano alfabeti

Che le isole siano luoghi speciali è evidente a chiunque vi approdi. Il più delle volte questa stranezza rimane un’unicità da cartolina, buona per il turismo moderno, che non si cura della natura delle emozioni che i luoghi gli donano: il turista accetta la superficialità di questo mistero regolando le diottrie soltanto su ciò che è immediatamente evidente. La verità però è che, sebbene qualsiasi aspetto della realtà – se guardato con sufficiente ostinazione – possa rivelare la sua natura più profonda, le isole riescono a sopportare l’occhio dello scienziato e a rispondere con una densità di significati che spesso sconfina nella meraviglia.
Nel suo nuovo saggio, Il segreto delle isole. Storie di linee, memorie nascoste e mondi inventati (Feltrinelli), Silvia Ferrara invita il lettore a seguirla proprio in questo mutamento di sguardo lontano dal pittoresco, ritrovando nelle isole dei mondi a sé, i cui segreti risiedono in ciò che essi sono stati in grado di inventare. Filologa, archeologa, docente universitaria ma soprattutto viaggiatrice entusiasta tra i luoghi che descrive, Ferrara propone un itinerario tra i sistemi di scrittura nati sulle isole, chiedendosi che cosa abbiano in comune e che rapporti ci siano tra questi pezzi di terra circondati dal mare e le linee che gli esseri umani hanno tracciato per lasciare un segno di sé.
Come racconta Ferrara, sebbene le isole rappresentino meno dell’1% delle aree abitate a livello globale, esse sono la sede di circa il 17% delle lingue parlate nel mondo: questa eccezionalità nasce dallo stretto rapporto con i segni ambientali, con i mari che le delimitano, con l’isolamento che permette lo sviluppo di processi diversi da quelli del continente. Per lo stesso motivo l’evoluzione ha concesso alle isole regole tutte loro, come notò Charles Darwin alle Galápagos; così, esse diventano «camere di compressione temporale», ponti verso l’ignoto, dove le scritture si comportano e mutano come gli organismi che vi abitano, giovandosi della loro posizione peculiare. In questo senso, le isole sono «“dispositivi”, i cui confini naturali aiutano a modellare e contenere forme di lettere, codici e anche intere storie».
Ci troviamo dunque di fronte a un saggio multiforme e dalla natura dichiaratamente ibrida, in cui l’autrice alterna il racconto in prima persona delle avventure trascorse con il suo gruppo di ricerca – impegnato in alcune tra le isole più inaccessibili del pianeta per studiare reperti archeologici e decifrarne le iscrizioni – a una riflessione sul senso più profondo del legame, mitico e fragile, tra scrittura e isola. «I fenomeni come la colonizzazione e i processi di omologazione religiosa hanno permeato e appiattito queste culture – dice l’autrice raggiunta al telefono da “la Lettura” – e il grande traino dell’alfabeto latino ha fatto sì che si perdessero le preferenze di utilizzo di codici grafici locali, anche se esistono spinte contrarie, soprattutto grazie alle generazioni più giovani».
Questo viaggio parte dall’Indonesia, sull’isola di Sulawesi, alla ricerca attraverso la foresta pluviale delle più antiche immagini mai disegnate dagli esseri umani, situate in grotte difficili da percorrere, spesso pericolose e datate a circa 51.200 anni fa. Sono già immagini narrative, perché raccontano una storia fisica, una storia di caccia, ma anche simbolica: le mani in negativo che si trovano sulle pareti delle quindici grotte esplorate parlano di un legame del simbolo col corpo, della roccia come prima soglia. Non c’è però ancora un vero codice da studiare; per tentare di individuarlo bisogna spostarsi nel Borneo indonesiano o forse concentrarsi sul lontar – dal nome della palma usata come supporto per scrivere —, il sillabario ondulato come le onde del mare, che ha permesso la scrittura di opere complesse e monumentali come La Galigo, la trasposizione scritta di un mito orale, il più lungo della storia dell’umanità, che racconta della creazione del mondo e dei rapporti tra le varie divinità del pantheon preislamico dell’isola. Invece a Bali, enclave induista in un arcipelago a maggioranza musulmana, la scrittura è diversa, deriva dalla devanagari indiana ed è un abugida, cioè un sillabario in cui le sillabe sono implicite nel segno consonantico. È qui che ci troviamo di fronte a un vero esperimento, a un tentativo di riavvolgere indietro il nastro del tempo per far apparire davanti ai nostri occhi la preistoria della scrittura.
Usando infatti il gioco di alcuni studenti di una scuola indonesiana, Ferrara racconta la nascita stessa di un codice originale. Sono quattro, nel mondo, le scritture inventate da zero: è accaduto in Mesopotamia, in Egitto, in Cina e in Mesoamerica. Tutte nascono dal disegno di quello che ci è familiare, elementi naturali e parti del corpo, come se «l’ambiente intorno a noi ci abbia sempre detto di usare quegli elementi». L’autrice riesce a scomporre una materia complessa quasi giocando col lettore, mostrando la logica – a volte cristallina, a volte più oscura – che insiste dietro la creazione e l’utilizzo dei sistemi di scrittura.
Il libro è anche una miniera di aneddoti e di storie liete e tragiche insieme. È il caso di Antoon Postma, il missionario antropologo che, dopo un efferato fatto di sangue che coinvolse gli studenti della sua scuola, decise di dedicare la sua vita alla conservazione della cultura del popolo Mangyan, nelle Filippine. In pochi anni Postma riuscì a trasformare la scrittura hanunó’o, un sistema il cui scopo principale era la memorizzazione di poesie d’amore fino ad allora trasmesse oralmente, da codice in pericolo di estinzione a patrimonio culturale immateriale dell’Unesco, salvando di fatto un intero immaginario, perché «la scrittura non registra mai solo una lingua, registra un modo di sentire, un’idea del mondo, una maniera di appartenere, e di differenziarsi».
Ancora indecifrato è invece il rongorongo, il sistema di scrittura nativo dell’isola di Pasqua, composto da simboli intagliati fittamente su tavolette di legno, che si ritrova nei petroglifi tracciati nelle caverne dell’isola: un codice che riflette la travagliata storia del popolo di Rapa Nui, la sua mitologia e il rapporto con una ritualità fatta di uomini uccello, di grandi moai a guardia delle coste e di mitiche nuotate in mare. Il viaggio, ricchissimo, prosegue toccando altre isole, ognuna con la propria specificità e la propria scrittura intrecciata alle altre, dalle Maldive alla Melanesia passando per la Papua Nuova Guinea, dall’uriovakiro (un sistema moderno che ricorda la forma di insetti stilizzati) all’avoiuli, un alfabeto creato a Pentecost, un’isola della Repubblica di Vanuatu, come reazione a quello latino.

Questa incredibile varietà è però anche un patrimonio a rischio, ed è proprio la sua fragilità a fare di Il segreto delle isole anche un libro politico. Si stima che delle 293 scritture che l’evoluzione umana ha creato durante la sua storia l’85% sia a rischio, ed è un pericolo serio, perché perdere scritture significa perdere modi di abitare e di pensare il mondo.
Prima di chiudere si torna in Europa, al centro del Mediterraneo, per scoprire le scritture nate nelle isole del Mar Egeo, codici a cui l’autrice ha dedicato molti dei suoi studi. Si tratta della Lineare A e della Lineare B, sistemi rispettivamente della civiltà minoica e della successiva civiltà micenea, fino ad arrivare alle scritture che sono considerate le antichissime antenate dell’alfabeto latino. Sul finire, un altro segreto: alcuni glifi misteriosi ritrovati su un’isola che spetta al lettore identificare, un monito su quanto vi sia ancora da scoprire.
È forse questo uno degli aspetti più interessanti dell’opera di Silvia Ferrara: al di là dell’assoluta chiarezza scientifica, l’autrice coinvolge in lettore in un racconto alla pari, mostrando un entusiasmo sincero per la ricerca che svolge, mettendosi in gioco in prima persona, con una soggettività indivisibile dai ruoli di ricercatrice e studiosa: «Le isole – dice ancora – per me sono da sempre qualcosa di irresistibile, sono filtri culturali che ci parlano di una creatività naturale, dello spirito degli esseri umani di creare gruppo e distinzione, una differenziazione che non è mai isolata ma che è strettamente connessa con altre isole e con altre realtà».
In questa connessione implicita e inattesa si cela quindi l’ultimo vero segreto delle isole e, forse, il loro più grande insegnamento.