La Lettura, 8 febbraio 2026
Qiu Xiaolong: «Orwell a Pechino: la paura nel cuore»
Qiu Xiaolong il suo talento l’ha scoperto presto, e crudelmente. Durante la Rivoluzione culturale, a fine Sessanta – avrà avuto nemmeno 13 anni – dovette sostenere il padre, bendato, di fronte a una folla urlante di Guardie rosse che ne chiedevano l’autocritica. La colpa del padre? Collezionare antiche monete di rame: ormai considerate residui borghesi, era ora di distaccarsene. Qiu gli scrisse il discorso di difesa. Era così bello che placò gli animi e salvò il genitore dal linciaggio. Trentacinquenne, nel 1988, può andare negli Stati Uniti per completare un libro sul suo amato T. S. Eliot. È allora che capita Tienanmen. Ed è allora che Qiu decide di non tornare più a casa.
Poesie ha continuato a scriverne ma nel mondo è noto per aver dato vita all’ispettore capo Chen, una sorta di sconsolato Maigret di Shanghai, che trova ristoro non nella pipa ma in pantagrueliche incursioni nella letteratura cinese. È pure un raffinato gourmet, il che non guasta e ci riporta a Georges Simenon e a Manuel Vázquez Montalbán con il suo Pepe Carvalho. Ma è chiaro, per la vita che ha dovuto passare, che i suoi gialli sono immani lanterne magiche attraverso cui mostrare impunemente le dinamiche della Cina contemporanea. Avendo ormai acquisito la cittadinanza americana, può parlare in nome di chi in Cina non osa mettere in luce le ingiustizie sociali per paura di ritorsioni. E infatti esce ora il suo quattordicesimo giallo, una serie ormai classica (con oltre 250 mila copie vendute), che ha fatto conoscere ai lettori italiani il lato più oscuro di Shanghai.
Nel nuovo caso, Compagni segreti (Marsilio), lo scrittore (esule) scrive del suo detective (alienato dal proprio commissariato) che deve ritrovare un intellettuale (che aveva animato il movimento studentesco di Tienanmen e che ora campa facendo l’indovino). Insomma, in un meraviglioso gioco di specchi, il personaggio deve ritrovare l’autore.
Il detective cita Yeats, Eliot o versi della dinastia Tang: è come se la poesia fosse il solo strumento rimasto per dare un senso a un mondo dove il linguaggio è dominato dalla propaganda.
«Ho iniziato a scrivere i gialli di Chen quando mi sono sentito bilingue, ma all’inizio ero frustrato: quella che potrebbe essere una frase bellissima in cinese, magari non funziona in inglese, e viceversa, come se le lingue avessero logiche interne diverse. Poi ho scoperto l’ipotesi Sapir-Whorf: la lingua che parliamo influenza la nostra visione del mondo, e quindi può essere una sorta di gabbia per la mente. A quel punto ho deciso di sperimentare uno stile di scrittura che combinasse diverse sensibilità linguistiche».
Usiamo un linguaggio di morti, diceva Luigi Pirandello.
«Il peso del cinese classico può deformare i pensieri e limitare il pensiero critico. A volte provo a tradurre letteralmente alcuni cliché cinesi, tipo “i germogli di bambù dopo la pioggia primaverile”; banale, ma in inglese l’ho usata per descrivere la rapidità esplosiva con cui sorgono i grattacieli: i critici sono impazziti! È proprio come avere una nuova anima».
Pur legato alla tradizione cinese, mai cita i capolavori dell’umorismo.
«Touché. Ma sa che esiste un fumetto francese basato sul mio romanzo La ragazza che danzava per Mao? C’è molta farsa in quel fumetto, più che “comico”. Nel mio prossimo libro, che ho già consegnato all’editore e sarà pubblicato l’anno prossimo, affronto la Rivoluzione culturale, e lì ho sperimentato il comico. È incredibile come la mente cinese sia sempre in grado di vedere aspetti comici in momenti del tutto tragici. Pensi a Vivere!, il romanzo di Yu Hua, poi diventato un film visionario di Zhang Yimou».
In Cina si dice: «xinyou yuji», la paura cova nel cuore...
«È un antico detto cinese, ma dopo la fine della Rivoluzione culturale, sempre più cinesi lo hanno usato per descrivere il terrore persistente di quegli anni. Non posso pensare alla Cina contemporanea senza una “paura che cova nel cuore”».
Immaginiamo che lei abbia lasciato molti amici intellettuali in Cina. Riesce a parlare con loro di questi aspetti?
«È difficile perché non voglio creare loro dei problemi. Non sai mai se ci sono intercettazioni. Quindi, anche se parlo con loro su WeChat, potrei metterli nei guai. Ancora adesso, con la valenza politica dei miei romanzi, che indagano la corruzione del sistema, i miei amici mi ribadiscono: non tornare. Ci siamo involuti, perché chiamavamo l’apertura degli anni Ottanta l’“età dell’oro”: la gente poteva parlare e agire con una certa libertà. Oggi vige lo “psicoreato”, alla 1984. E per rimanere con George Orwell, in un saggio sostiene che è a causa dei cliché del linguaggio che le persone leggono senza pensare in modo indipendente. Così molti intellettuali cinesi sono automaticamente controllati dalla propaganda».
Quale saggista le piacerebbe tradurre per l’Occidente? Forse Wang Huning, il ghostwriter degli ultimi tre presidenti della Cina?
«Ho incontrato Wang negli Usa. Eravamo nello stesso gruppo dei professori più giovani in Cina. Mai l’ho sentito parlare del cosiddetto “shock culturale” sulla povertà americana di cui parla nei suoi libri. Sono propenso a pensare che abbia scritto quelle cose solo per propaganda».
Gli Usa oggi iniziano a somigliare alla Cina dell’89? Considera di emigrare?
«Almeno gli Stati Uniti, di partiti, ne hanno due (ride, ndr). E poi non posso nemmeno tornare in Cina. In cinese come in italiano, “sparire” è un verbo intransitivo, ma i netizen cinesi si sono accorti che è diventato transitivo: nella Cina odierna, temo di “venire sparito” come il mio personaggio Xiaohui».
«Difficile incontrarsi, separarsi di più»: a chi dedicherebbe, oggi, questi versi di Li Shangyin (813-856, ndr)?
«A Mona Van Duyn (1921-2004, ndr), poetessa laureata americana. Io sono arrivato negli Usa da poeta, lei mi ha aiutato, cucinava per noi mentre mia moglie era incinta, ed è lei che mi ha suggerito di provare a scrivere un giallo, perché di poesia non si campa. Quindi il successo del detective Chen lo devo a lei. Nel 2004, in tour in Germania per un mio libro, mi assalì una sensazione inquietante. Tornato negli Usa, scoprii che Mona era morta».
Ha insegnato letteratura cinese alla Washington University di St. Louis per anni prima di dedicarsi alla scrittura...
«Ho anche insegnato scrittura creativa in varie università nel mondo, e sono stato puntualmente ispirato dai miei studenti, soprattutto internazionali. Siamo accomunati dalla stessa ricerca: la conquista di una nuova identità, di un nuovo linguaggio. Mi hanno offerto nuovi orizzonti: devo loro molto, e sono gli orizzonti che cerco di mettere nei miei libri».