La Lettura, 8 febbraio 2026
Una mostra a Londra sugli epistolari amorosi
L’amore è multiforme, multigenere, e trova espressione in maniera polimorfa: un arcobaleno di emozioni che spesso prende corpo nella parola scritta, nelle lettere a sposi, amanti, familiari, amici. Una carrellata lunga oltre 500 anni di missive d’amore è esposta fino al 12 aprile agli Archivi Nazionali di Londra (Love Letters. 500 years of devotion, longing, sacrifice and passion): teste coronate, gente qualunque, personaggi famosi, tutti accomunati dal filo del desiderio e della passione.
L’amore può essere un rischio: lo era per Elisabetta I, la Regina Vergine, infatuata del conte di Leicester, Robert Dudley, amico fin dall’infanzia. Il loro legame fu una costante durante tutto il regno, ma l’intimità della sovrana con un uomo sposato poteva minare la sua reputazione e il suo potere: eppure, in un cofanetto accanto al letto di morte di Elisabetta, venne trovata l’ultima missiva indirizzata a lei da Dudley il 29 agosto 1588, pochi giorni prima che lui morisse, con l’annotazione sul retro di pugno della regina, «la sua ultima lettera». «Lui era morto 14 anni prima – sottolinea la curatrice della mostra, Vicky Iglikowski-Broad – ma lei la teneva sempre vicino. È uno dei nostri documenti più iconici».
L’amore è anche pericolo mortale, come dimostra la lettera spedita da Catherine Howard, moglie di Enrico VIII, al suo amante Thomas Culpeper. Lei da adolescente catturò l’attenzione del re e ne divenne la moglie perfetta: «Ci si aspettava che fosse casta – spiega la curatrice – ma in realtà aveva una vita sessuale passata complicata. Era tuttavia consapevole dei rischi, in quanto cugina di Anna Bolena», che era stata ripudiata e decapitata da Enrico. Catherine si innamorò del cortigiano Thomas. La lettera esposta venne usata come prova contro di lei per tradimento. Furono entrambi condannati a morte. «Vediamo quanto fosse pericoloso allora mettere per iscritto dichiarazioni d’amore», commenta la curatrice.
La separazione può essere una dura prova, come illustra la lettera di Henrietta Maria a suo marito, re Carlo I: allontanati dalla guerra civile, lei gli scrive, nell’aprile del 1644, incinta di sette mesi e malata, senza sapere se lo rivedrà mai di nuovo. Allo stesso modo Maria II si indirizza a suo marito, re Guglielmo III, lontano in Irlanda a combattere contro il padre di lei, il deposto Giacomo II: la regina gli scrive ogni giorno, ogni volta dando voce alle sue preoccupazioni per lui e la sua salute.
L’amore può essere sacrificio, anche del trono: è esposto in mostra l’atto di abdicazione di Edoardo VIII, che si spogliò della corona nel 1936 per sposare la divorziata americana Wallis Simpson. Ma anche i più poveri potevano anteporre gli affetti a ogni altra considerazione: alla metà dell’Ottocento una coppia finita in miseria rischiava la separazione in un ospizio dell’East End di Londra, e allora il marito scrive alle autorità per dire che preferirebbero «morire» senza alcun sostegno piuttosto che essere divisi dopo 49 anni assieme.
L’amore però non è sempre e solo passione romantica, può vivere anche nell’amicizia e nel senso di comunità: per questo vengono esibite lettere fra amici ma anche manifestazioni di supporto, come documenti per la naturalizzazione, che possono essere letti come espressione di vicinanza al di là dei confini.
E l’amore è anche quello per i familiari: preziosa testimonianza in mostra il testamento autografo di Jane Austen: «È una potente rappresentazione dei legami di parentela, della connessione con sua sorella Cassandra – spiega la curatrice —. È un testamento breve, di sole 90 parole, scritto da lei poco prima di morire, che può essere il motivo per cui è stato redatto in fretta». Ci sono tre persone cui la scrittrice lascia il suo denaro: il fratello, al quale lascia 50 sterline; la domestica, che riceve altre 50 sterline; e Cassandra, che ottiene tutto il resto. «Questo ci parla del loro stretto rapporto: hanno passato assieme gran parte della loro vita – fa notare la curatrice —. Cassandra è la persona che ha illustrato l’immagine più conosciuta di Jane, che non era molto ricca in vita: ma dopo la morte le sue opere vennero pubblicate con il suo nome e quel denaro andò a Cassandra».
Un altro testamento è quello della diarista dell’Ottocento Anne Lister, considerata «la prima lesbica moderna»: non potendo sposare la sua partner, Ann Walker, le intesta ogni cosa per tutelarla dal punto di vista legale. «L’amore che non osa pronunciare il suo nome» è illustrato anche dagli annunci apparsi su «The Link», pubblicazione per «cuori solitari» fondata nel 1915 in cui ci sono uomini che cercano uomini o donne che cercano donne, spesso usando un linguaggio in codice o riferimenti all’arte e alla letteratura gay. Questo ci porta alla petizione scritta da «Bosie», Alfred Douglas, alla regina Vittoria per chiedere il perdono per Oscar Wilde, suo amante. «Bosie qui contesta suo padre – spiega la curatrice – che aveva lanciato una campagna contro Wilde, e sostiene lo scrittore: era rischioso nel contesto dell’epoca. Bosie dice che Oscar ha già scontato mille volte ciò che dovrebbe scontare per quanto ha attraversato (bancarotta, separazione dalla famiglia, scandalo pubblico). La sua carriera letteraria era in pezzi, quella difesa appassionata è qualcosa che non ti aspetteresti di vedere». La regina non rispose mai.
Ancora una petizione, ma di tutt’altro genere, è quella indirizzata nel 1841 da un aborigeno australiano alle autorità coloniali britanniche per implorarle di liberare la madre, finita in un campo di internamento: una lettera che salvò la vita della donna e che è una dimostrazione di amore filiale.
Resta infine l’amore come memoria: a concludere la mostra c’è il progetto per il memoriale dedicato al principe Alberto, il marito della regina Vittoria morto prematuramente a 42 anni, un lutto che segnò tutto il restante regno della sovrana. A testimoniare il loro amore, venne eretto un monumento che sfida i secoli: come tutte quelle lettere.