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 2026  febbraio 07 Sabato calendario

Zerocalcare: "In una cella ungherese ci potevo essere io o uno degli amici miei"

Quando si racconta, con o senza l’Armadillo che gli fa da coscienza, Zerocalcare ha un’autoironia folgorante, anche ora che è considerato uno degli autori più venduti e influenti del panorama italiano. Ma ci sono cose che prende sempre molto sul serio: non smette di interrogarsi sulle responsabilità collettive che è necessario prendersi, o meglio, accollarsi, in una società non sempre giusta, e continua a coltivare un pensiero etico e politico che rifiuta qualsiasi ideologia incline all’odio e alla sopraffazione. Nel frattempo, si sforza di mantenere lucido lo sguardo su quello che accade intorno, anche quando le contingenze premerebbero per una reazione a caldo, resistendo alle provocazioni di chi vorrebbe trascinarlo in una polemica più che in una discussione e mantenendo la libertà di intervenire in un dibattito nei tempi e nei modi che ritiene più consoni – ecco perché ha scelto di non parlare degli eventi che hanno seguito il corteo per Askatasuna a Torino.
L’andirivieni tragicomico, onesto e inesorabile tra analisi individuale e riflessione collettiva, che è la cifra di tutti i suoi fumetti (dai memoir come La profezia dell’armadillo, Dimentica il mio nome e Quando muori resta me ai reportage Kobane Calling e No Sleep Till Shengal) e delle serie animate (la terza, Due spicci, è in uscita a maggio su Netflix), è particolarmente marcato nel suo ultimo progetto, Nel nido dei serpenti. Il graphic novel, diventato anche un podcast, parte dalla cronaca delle vicende giudiziarie di Ilaria Salis apparsa su Internazionale per poi dare spazio alla storia di Maja T., persona non binaria di Jena finita sotto processo nell’Ungheria di Orbán, facendo emergere il quadro inquietante di un’Europa erosa dall’interno da movimenti di estrema destra sempre più violenti nelle strade e consolidati nei luoghi di potere. L’attivista si trova in un carcere ungherese da giugno 2024 dopo un’estradizione illegittima dalla Germania. Mercoledì in tribunale a Budapest, in un’atmosfera fortemente politicizzata, è stata condannata a 8 anni.
Il nazifascismo è purtroppo in ascesa in tutto il mondo. Come mai per parlarne hai scelto la storia di Maja T.?
«Ho cominciato a seguire il caso degli antifascisti accusati di aver aggredito dei neonazisti a Budapest per via di Ilaria Salis, e mi sembrava deprecabile smettere di occuparmi della questione dopo che l’imputata italiana era uscita di prigione. La situazione di Maja è più disperata, e accendere i riflettori su quella vicenda, come richiesto anche dai comitati tedeschi che hanno seguito il suo processo, mi sembrava giusto. E poi è una cosa che sento vicina a me: nel mondo che ho frequentato, degli spazi occupati e centri sociali, ci siamo dovuti confrontare con i nazisti molte volte. Al posto di Maja ci potevo essere io o qualcuno degli amici miei».
Mercoledì scorso eri a Budapest per la lettura della sentenza. Com’è andata?
«Otto anni è sensibilmente meno dei ventiquattro richiesti dalla procura (infatti l’accusa ha fatto appello), ma è comunque tantissimo, considerato che non è stata presentata in aula manco una prova, niente di niente. Il tutto mentre dentro e fuori il tribunale sono arrivati tantissimi neonazisti che provocavano, riprendevano e minacciavano i presenti sotto gli occhi della polizia. Dopo oggi Maja resterà nel carcere ungherese fino al secondo grado, mentre la sua difesa continua a chiedere l’assoluzione».
La violenza nazifascista non è quindi una cosa poi così lontana, neanche qui in Italia?
«Nel libro questa cosa la provo anche un po’ a spiegare. Chi è cresciuto nei centri sociali, soprattutto fino agli anni dieci del 2000, si è dovuto quasi ogni settimana confrontare con aggressioni neofasciste. Macchine bruciate, gente che ti aspettava all’uscita dei concerti, persone accoltellate – Renato Biagetti è uno dei morti di quella stagione. È un fenomeno vicino, con radici che affondano indietro nel tempo. E poi non c’è solo la violenza di strada. Se rispetto a prima i gruppi neofascisti che menano la gente per strada sono meno vivaci non è perché l’Italia ha risolto i conti col passato, ma semplicemente perché molte di quelle istanze adesso stanno direttamente al governo e possono diventare legge».
Hai sempre messo al centro il punto di vista umano di ogni vicenda. È importante interrogarsi sulle ragioni degli altri, anche quando le loro azioni non sono giustificabili?
«Persone che pensano delle cose abbastanza terribili ce le ho nel palazzo mio, le vedo quando porto fuori il cane, le incontro al bar, non è che posso pensare di vivere in un mondo in cui non ci stanno. Cercare di capire cosa fa scattare l’adesione a un certo tipo di tesi e di sentimenti e trovare un modo per vivere nello stesso spazio credo sia indispensabile. Un conto però è cercare di capire perché la traiettoria di vita di una persona la porta a credere a certe robe o a sposare certe ideologie, un altro è rapportarsi al ceto politico che invece certe cose la alimenta e soffia sul fuoco per avere un tornaconto. Con quel pezzo là penso che non ci sia da parlarci».
Qual è una possibile risposta all’odio dilagante?
«Mi è capitata una cosa in questi ultimi giorni. Alcune testate stampa filogovernative mi hanno accusato di aver intascato tre milioni di euro di soldi statali attraverso il tax credit per la serie tv in lavorazione, e moltissimi ragazzi che avevano letto la notizia mi hanno scritto insultandomi. Io gli ho risposto in maniera pacata, spiegando tutto per filo e per segno: il tax credit non sono soldi che vanno a me, è un meccanismo che serve a dare degli sgravi fiscali alle produzioni che realizzano l’animazione. Il 90% di chi mi aveva scritto, in uno scambio di pochi minuti, ha completamente cambiato idea e modalità, si sono persino scusati. Le persone non sono cattive, spesso non c’hanno nessuno che gli dà retta, non ce l’hanno a scuola, non ce l’hanno nel lavoro, non ce l’hanno in famiglia, e quindi montano un odio che con l’ascolto e con il dialogo si potrebbe disinnescare».
Hai raccontato di Maja T, della resistenza curda ed ezida e di molte altre persone che lottano per quello in cui credono. Perché per noi è sempre più difficile prenderci certe responsabilità?
«Ho letto da poco un libro che si chiama Iperpolitica di Anton Jäger e racconta, dati alla mano, che questo è il momento in cui c’è il maggior grado di politicizzazione della nostra immagine, sia attraverso i social, sia attraverso alcune mobilitazioni tra le più importanti della storia recente, da Black Lives Matter negli USA e alle manifestazioni pro Palestina in Italia. Ma è anche il momento storico di minor partecipazione ai percorsi concreti, dalla sindacalizzazione alla partecipazione alle vertenze, agli scioperi o anche al voto. Forse crediamo che per partecipare a una lotta sia sufficiente fare delle performance sui social. Sicuramente è la cosa più facile, ci dà l’impressione di avere già fatto qualcosa e quindi fa venir meno tutto il resto, tutta la parte difficile».
La cultura può aiutarci a superare il senso di impotenza verso quello che succede nel mondo?
«Nutrire l’immaginario è la cosa fondamentale. Non esiste la possibilità di cambiare le cose se uno non si immagina un cambiamento, e questa immaginazione viene nutrita dalle narrazioni, nel cinema, nei fumetti, nei libri, nelle canzoni. Credo che, soprattutto quando ero ragazzino, la mia adesione al mondo dei centri sociali e alle istanze politiche di cambiamento non è mai dipesa da volantini o da testi teorici, ma da suggestioni che mi venivano dalle canzoni dei 99 Posse, dai film di Ken Loach. Sono quelle cose là che mi hanno acceso un fuoco e, come a me, a un sacco di persone nella generazione mia, quindi secondo me la responsabilità che hanno le persone che lavorano con l’immaginario è proprio questa, provare ad aprire degli orizzonti che vadano oltre la fotografia del reale e del presente».
Hai creato un tipo di narrazione autobiografica che più che parlare di te ribadisce la tua onestà intellettuale verso chi legge. Perché sottolineare questo punto resta sempre essenziale?
«Allora, io parlo di cose che sono a volte molto divisive. Spesso c’è un dialogo, con i lettori e lettrici miei, anche aspro. Perché questo dialogo produca qualche effetto positivo, perché le persone vi si approccino con onestà intellettuale, devono sapere che anche io faccio lo stesso. Quando racconto non sto cercando di fregare nessuno e manco di convincere della giustezza di quello che dico, cerco solo di spiegare quali sono i passaggi che mi portano a sposare una certa posizione. Cioè, io non vorrei che le persone pensassero che io sto giocando zozzo con loro, non voglio essere uno strumento di propaganda, non voglio vendere aspirapolveri o materassi a nessuno. Mi va bene se non ci troviamo d’accordo sulla conclusione, però vorrei fosse trasparente il percorso che entrambi facciamo per arrivare a quelle posizioni là. L’onestà intellettuale che sta dietro alle discussioni è una delle cose che manca di più in questo momento qua».
Come hai vissuto e stai vivendo la popolarità dello Zerocalcare personaggio?
«Non me la sto vivendo bene, in generale. Prima lo sforzo mio era di disegnare un personaggio che somigliasse a quello che vivevo nella vita vera, adesso si sono invertite le cose, mi sembra di dover nella vita vera aderire al personaggio che ho disegnato e su cui le persone hanno proiettato il loro. Ma, con tutto che il mio personaggio non è un eroe senza macchia e senza paura, questa cosa è impossibile. La vita vera ti mette di fronte a molte più contraddizioni di quante ne potrai mai disegnare. Non riesco ad adempiere a quelle aspettative lì, è impossibile sostenere nella vita reale quel livello di integrità e purezza che le persone proiettano sul personaggio di finzione».
«A me se mi metti una matita in mano è come se mi ficchi du’ dita in gola, ormai», scrivi nel libro. È sempre stato così tormentato il tuo rapporto con il disegno?
«Prima pubblicare un fumetto mi metteva ansia perché ero insicuro rispetto alle mie capacità, pensavo “Questa roba farà schifo a tutti, non sono capace a disegnare, questa storia non si capisce…” Adesso sono, non vorrei manco dire terrorizzato, sono a metà tra lo stomacato e il disperato per le polemiche che so verranno fuori. So che qualsiasi cosa disegno darà vita a una rottura che non finirà mai, non solo con le storie che possono essere controverse come la vicenda di Maja T., e l’idea di doverla affrontare mi deprime. Mi so’ proprio rotto il cazzo. Se non ci fosse tutto questo carrozzone intorno, non sarebbe così. Il disegno in sé rimane la mia forma di espressione preferita».
Sei anche il curatore di una collana di fumetti, Cherry Bomb. Che significa per te lavorare in questa veste?
«La verità è che mi approccio a questa roba con zero professionalità, un po’ come il bifolco che entra nel museo e dice “questo me lo appenderei a casa e questo no”. Mi capitava di leggere dei fumetti bellissimi, soprattutto in francese, e di chiedermi perché non li avessero pubblicati in Italia, e di solito la risposta era che per una roba del genere non c’è un mercato, titoli troppo strani non venderebbero. Grazie a Bao ho potuto invece proporli in italiano. The Grocery di Singelin e Ducoudray e anche I nostri mondi perduti di Montaigne hanno venduto molto bene. Sono contento che le persone si siano fidate di leggere una cosa consigliata da me».
Nel tuo lavoro si distinguono la fermezza nel restare fedele a certi principi ma anche il desiderio di evolversi. Come ti senti a portare avanti queste due inclinazioni?
«Lacerato. Ci sono delle cose su cui mi sentivo molto più netto da ragazzino, era molto più semplice raccontare certe storie. Adesso mi sembra di dover fare uno sforzo in più, le cose sono molto più sfaccettate e mi sembra di dover restituire quella complessità anche a chi mi legge. Le cose che pensavo giuste prima sono ancora giuste, sono io che non posso più fare delle semplificazioni».
Da questa chiacchierata emerge un forte senso di responsabilità e una grande serietà nell’approcciarti al tuo lavoro. In tutto questo contesto, l’ironia...
«... è la cosa che mi salva. Io vivo soltanto di ansie, paletti, crepuscolo e pessimismo. Se non avessi sviluppato un linguaggio ironico e autoironico, la gente impazzirebbe piuttosto che leggere cose mie. Nella vita vera è un modo per cercare di non essere oggetto di prepotenza e bullismo, e nei fumetti serve a rendere potabili le cose che faccio».
Come chiuderebbe questa intervista l’amico Armadillo?
«Probabilmente chiedendoti di rifare tutto, perché adesso che sono finite le domande vorrei dare risposte diverse».