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 2026  febbraio 08 Domenica calendario

Datemi un baule, ci metto il mio mondo

Non sempre i bagagli di Louis Vuitton, a cui Arthur Dreyfus dedica un suggestivo volume, From Louis to Vuitton, riccamente illustrato per Assouline, contenevano solo abiti, scarpe e profumi costosi. Nel 1956 si era presentato a Ernest Hemingway, di passaggio al Ritz di Parigi, un cameriere dell’albergo con un baule Vuitton rimasto nel deposito dal 1928. Si trattava del baule che Vuitton gli aveva venduto in vista del suo ritorno negli Stati Uniti. Il ponderoso bagaglio, dotato di svariati cassetti, conteneva i suoi libri più cari, la macchina da scrivere Underwood e, ancora più importante, una serie di appunti degli anni 20, da cui sarebbe nato il suo libro più bello, Festa mobile, dedicato alla sua giovinezza a Parigi. Più tardi anche un’altra narratrice, Françoise Sagan, ne avrebbe comprato uno, ma una trousse LV dimenticata con una riserva di cocaina aveva rischiato di costarle molto cara.
Un grande fotografo, Nadar, amico di Louis Vuitton, se era fatto fare un baule cabina in tela damier creata nel 1888, sobria alternativa al tradizionale monogramma. Ormai quella marca contrassegnata da due iniziali sovrapposte, la L di Louis e la V del fondatore Vuitton, erano diventate il segno di riconoscimento di un’élite che spaziava dagli aristocratici agli artisti. «Dei passeggeri diversi dagli altri», osservava Simenon che era un grande estimatore della celebre casa, in grado di fabbricare valigie eleganti, leggere e resistenti. Un segno ancora più riconoscibile delle etichette colorate su cui i fattorini dei grandi alberghi riconoscevano i nomi e le immagini degli hotel precedenti e quindi la situazione finanziaria del cliente.
Vuitton aveva saputo trasformare le esigenze, a volte apparentemente eccentriche, della sua clientela internazionale in occasioni per realizzare nuovi capolavori. La filosofia implicita di quel grande produttore era che il vero lusso deve sempre essere abbinato alla sobrietà, rinunciando alle pesanti e fastose valigie di cuoio di Russia. Vuitton voleva dare al viaggiatore la sensazione di potere portare con sé il proprio mondo o, come nel caso di un grande esploratore, Savorgnan di Brazzà, un comodo letto pieghevole, estraibile da un’elegante valigia, perfetto per gli accampamenti africani. Era stato lo stesso Savorgnan a disegnarlo come a schizzare il baule scrivania su cui lavorava comodamente durante i suoi viaggi. Non a caso nel 1928 sui manifesti pubblicitari della casa pubblicati da Vogue c’era scritto: «Un baule Vuitton e parti tranquillo». Non sapendo ancora dove sarebbe andato e quanto sarebbe rimasto, Truman Capote faceva affidamento su montagne di bauli Vuitton.
Aperto a qualsiasi esigenza, LV aveva creato cappelliere per uomini damier in grado di ospitare un cappello a cilindro, una paglietta e un Panama sospesi a nastri speciali per evitare ogni rischio di deformazione nel trasporto. Nel baule ideale presentato nel 1905, molto apprezzato dai clienti americani, c’era posto per 6 completi, 18 camicie, un cappotto, 5 paia di scarpe oltre, ovviamente, a biancheria, fazzoletti, cravatte, guanti, un bastone da passeggio e un ombrello. Però quel bagaglio imprescindibile non era stato pensato per chi doveva affrontare la traversata dell’Atlantico per approdare in Europa, ma solo per un viaggio d’affari di una settimana. Inutile aggiungere che nel baule c’era posto anche per le mazze da golf.
Il transatlantico “Aquitania” era stato lanciato come «l’aristocratico dei mari», ideale per i long weekend. Perfetto, «se vi piace munirvi di un semplice completo di lana, di un paio di stivali, di un paio di pantofole e dell’abito da sera più elegante». Non per nulla era stato scelto dai raffinati coniugi Fitzgerald che viaggiavano con trenta colli di bagaglio, oltre a tutti i volumi dell’Enciclopedia britannica, nell’apposito baule Vuitton. D’altronde nella guida Pour voyager en paquebot si precisava che nelle lunghe traversate i viaggiatori della prima classe avevano diritto a portare bagagli fino a duecento chili.
Le celebrità facevano a gara per farsi fare un bagaglio apposito per le loro esigenze. Nel 1936 il baule-secrétaire del direttore d’orchestra Leopold Stokowski ospitava in un largo cassetto un imponente grammofono a 78 giri. Luchino Visconti trovava molto pratico avere le stesse iniziali della celebre ditta e aveva esibito nell’Innocente, una serie di bauli. Era di un festoso rosso l’interno del baule disegnato da Sharon Stone, successivamente aggiudicato all’asta a 16mila dollari.
Per non parlare delle farfalle che svolazzavano sui borsoni da viaggio di Damien Hirst, che aveva voluto un baule speciale per le sue muse: medicine e strumenti chirurgici. Resta però imbattibile Marlene Dietrich, volata a New York con 23 valigie di Vuitton. Nel 1927, Lindbergh, il trasvolatore dell’Atlantico, era tornato in patria via mare su un piroscafo Cunard con solo due bauli porta-abiti di Vuitton, ma per Simenon e signora ne erano bastati appena trenta.