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 2026  febbraio 08 Domenica calendario

E lo scrittore fraintese il boom

Non è la prima volta in cui capita di imbattersi in libri che, nel ricostruire il passaggio di civiltà avvenuta tra anni 50 e 60 del Novecento, fanno trapelare quanto di anomalo e di anacronistico ci sia stato nelle reazioni di molti intellettuali italiani, anche tra i più celebrati del secolo scorso, di fronte a un cambiamento radicale e macroscopico come il boom economico. Leggiamo per esempio un frammento della lettera che Luciano Bianciardi spedì a un amico di Grosseto nel febbraio del 1961: «Nonostante il passare degli anni, la rabbia contro questa città cresce di continuo. È solo una gran macchina caotica, senza cielo sopra, e senza animo dentro. Andrebbe minata. Eppure tanti si ostinano a dire che è il cuore dell’Italia». La città di cui parla Bianciardi è ovviamente Milano, palcoscenico per il suo libro di maggiore successo, eppure sembra non accorgersi delle opportunità che il miracolo offrisse, preda come appare dell’ostilità verso ciò che egli stesso chiama «macchina caotica». Che quelli fossero anni di variazioni antropologiche nessuno può negarlo e che tali variazioni implicassero strappi, disorientamenti, cesure nel tessuto di una società ancora inadatta al moderno è un elemento su cui cinema e letteratura hanno costruito il loro paradigma. La domanda da porsi però è un’altra ed è un tema che, pur denunciando i limiti di un tempo controverso come il secolo scorso, riverbera sul nostro oggi: possibile che scrittori di indubbio talento come lo stesso Bianciardi o come Pasolini, Fortini, Calvino avessero malinteso la portata di quel fenomeno traendone soltanto una lezione conflittuale, in certi casi perfino disumanizzante?
Siamo ai preliminari di una discussione lunga e faticosa, forse si tratta di uno dei più complicati crocevia del Novecento ed è un tema così spinoso da mettere in dubbio ogni assioma interpretativo e generare un bisogno di chiarezza, riscriverne i risultati alla luce di quel ripensamento morale – chiamiamola anche necessità di aggiungere categorie – di cui oggi, teoricamente fuori dagli sguardi ideologici, si avverte con urgenza il bisogno.
L’occasione per operare questa riflessione viene fornita da tre saggi. Il primo, di Niccolò Amelii, ricostruisce l’immaginario letterario sorto intorno al mito della città. L’altro, di Dario Boemia, esplora il genere della recensione su un panorama di opere venute alla luce nel lasso di tempo tra ricostruzione e crisi petrolifera. L’ultimo, di Caterina Verbaro, celebra gli interessi antropologici di Pasolini, la figura più avvertita (e anche la più ostile) al pericolo della massificazione. Più che soffermarsi a sottolineare il pregio indiscusso di tali indagini, che non mancano di rigore, metodo, capacità di riscostruire e valutare, varrebbe la pena chiedersi se le forme del malessere, diciamo anche le epifanie del disagio che gli scrittori hanno restituito a noi attraverso romanzi o saggi, vantassero una loro legittimazione nelle controversie politiche che regolavano la società dell’epoca (siamo nel pieno della stagione ideologica) o se piuttosto le conclusioni a cui giungevano opere come La vita agra di Bianciardi, Marcovaldo di Calvino, Verifica dei poteri di Fortini, non fossero segnali di un deragliamento interpretativo: fraintendimenti, sviste, occasioni idonee per mettere a nudo quei pregiudizi anch’essi figli di pronunciamenti ideologici, probabilmente legittimati da un sentimento di inadeguatezza al cospetto del cambiamento, eppure così laceranti da favorire il dubbio sulla bontà del progresso e delle sue manifestazioni più eclatanti.
Sono proprio queste le anomalie di fronte alle quali verrebbe da domandarsi: i nostri intellettuali si sono mai sforzati di andare oltre la superficie dell’evidenza riuscendo a cogliere nel profondo la complessità del moderno? Chissà se a qualcuno di essi sia mai venuto in mente che l’umile Italia cercava di darsi un contegno dignitoso proprio attraverso i fenomeni del boom e, pur correndo il rischio di omologarsi, stava finalmente guadagnandosi il diritto di varcare, una volta e per sempre, la soglia di una civiltà migliore della precedente. Se questi sono i termini del ragionamento, non c’è da essere troppo convinti che dal velleitario duello ingaggiato dal signor Marcovaldo nei confronti del progresso egli ne fosse uscito vincitore, così come veniva derubricato nella recensione sull’«Unità» del 22 dicembre 1963. Sorge anzi il sospetto che dietro il suo vano inseguire in città i segni di una natura corrotta dal progresso – i funghi avvelenati, i fiumi inquinati, i pesci colorati di vernice, gli animali nutriti di veleno – si nascondesse un po’ dello snobismo arcadico e intellettualistico che dava una patina di antimodernità a gran parte della cultura novecentesca. Marcovaldo vive nel rimpianto, nella nostalgia, nell’illusione della campagna come mito di un eden felice e abbandonato. La sua voce è più incline a cantare Il ragazzo della via Gluck di Celentano anziché Com’è bella la città di Gaber e invece sta qui l’errore, non si rende conto cioè che solo dentro la modernità (non fuori) può compiersi la redenzione sua e della sua famiglia, realizzarsi il riscatto dalla condizione di subalternità. Tra accettazione e rifiuto ci sono margini. Marcovaldo non lo sapeva, ma già ai suoi tempi si sperimentavano forme di industrializzazione che solo adesso, lontani dal Novecento, abbiamo riassunto nel termine sostenibilità. È chiaro che sessant’anni fa i condizionamenti politici soffocavano qualsiasi elemento sfuggisse alla logica delle contrapposizioni e questo ha influito non poco sul tipo di sguardo, sul giudizio dei fatti, restituendo di quegli anni una narrazione colma di luoghi comuni. Gli stessi che segnarono negativamente l’accoglienza dei Sillabari di Goffredo Parise e costrinsero il loro autore a dichiarare, in un’intervista sul «Gazzettino» del 31 ottobre 1972: «Gli uomini d’oggi hanno più bisogno di sentimenti che di ideologie».