Domenicale, 8 febbraio 2026
Quante martellate per costruire un sogno
Mai pulire le ditate sugli interruttori e meglio lasciare la polvere sulle mensole. Sui set di Cinecittà molti concetti sono controintuitivi: l’industria del sogno e delle ombre deve coltivare le imperfezioni della vita. Per farlo, dietro le quinte, c’è una macchina concretissima: 32 persone, tra falegnami, pittori, elettricisti, macchinisti, assistenti, magazzinieri, manutentori di macchine, alla cui direzione dal 2020 c’è Simona Balducci, prima donna responsabile delle costruzioni scenografiche. Cinecittà è stata ed è la casa di migliaia di film dal 1937: qui hanno preso vita 8½ e Amarcord, Ben Hur e Cleopatra. Ma, soprattutto, è un pezzo portante dell’industria del cinema italiano oggi, scelta da produzioni internazionali per le professionalità interne – molti studios offrono solo il teatro di posa – e per alcuni sistemi avanguardistici, come uno dei ledwall tra i più grandi d’Europa, inaugurato da Angelina Jolie per Senza sangue.
Quaranta ettari in cui sorgono 20 studios, che con il Pnrr sono arrivati a 25. Venticinque sono anche i metri di altezza del teatro 22, che, permettendo l’allestimento di scenografie imponenti, hanno convinto Mel Gibson a girare a Cinecittà The Resurrection of the Christ, il sequel di The Passion, scippandolo alle lusinghe degli studios maltesi. «All’interno c’è una botola motorizzata che consente di costruire, per esempio, la cantina di un edificio a più piani», precisa Balducci. Vent’anni prima, per La finestra di fronte (Ferzan Özpetek, 2003), al Teatro 10 l’avevano dovuta materialmente scavare.
«Mescoliamo competenze tecniche e sicurezza – siamo assimilati ai cantieri edili –, a una vena artistica di sensibilità, sapori e scelte di materiali». Di fatto, il lavoro di Balducci è quello di tradurre in numeri i disegni dello scenografo e di essere in grado di trovare rapidamente professionalità competenti per progetti difficili. «Prima si identifica un preventivo, poi il numero di settimane necessarie per la realizzazione». Nel caso di Mel Gibson, l’impianto è stato terminato sei mesi prima della scadenza originaria.
Su queste magie e illusioni complesse all’ingresso della cittadella romana del cinema veglia l’enorme testa nera di Venusia del Casanova di Federico Fellini, che era di casa al Teatro 5, oggi restaurato. Possente, sotto pioggia e sole, inganna il visitatore: sembra pietrosa ma è in poliuretano, forgiata dalla ditta Corradini su progetto di Giantito Burchiellaro nel 1975. Poco lontano, ci sono il Buddha ridente di Gangs of New York (2002) di Martin Scorsese (scenografia di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo) e la carrozza della fatina di Pinocchio di Benigni (2002). Tutti firmati Cinecittà.
La falegnameria, guidata da Paolo Perugini, è un ambiente arioso dalle cui finestre piove la calda luce romana: è tutto un sibilo di lame, ronzii, ticchettii, piallate e colpi di martello. Qui gessi, legni, polistiroli, vetri, resine si trasformano in cornici e travi antiche, mosaici, tegole di tetto, piastrelle, marmi, lapidi con incisioni. Balducci, architetto, 64 anni, è l’unica donna – assieme a una dipendente del reparto pittura – del suo comparto. Arriva in cantiere alle 7.30 come i suoi artigiani, dal 1999, anno in cui Cinecittà l’ha risucchiata dal teatro dell’opera, cui era giunta dalla fucina dei grandi concerti di David Zard. Si inizia ogni giorno da capo, perché ogni progetto chiede la finalizzazione di un prototipo. Dietro c’è una manualità ben consolidata, che si impara in cantiere, “rubando” a chi ne sa di più e sperimentando. «Il nostro lavoro è un po’ quello dei funamboli: stai in equilibrio per cercare di non cadere».
Così è accaduto con il sottomarino Cappellini di Comandante (2023) di Edoardo De Angelis con Pierfrancesco Favino. Una delle sfide più ardite. «Una costruzione lunga 73 metri in ferro rivestito di lamiera che doveva galleggiare e navigare. Ho dovuto rispolverare le mie competenze di statica e scienze delle costruzioni. Abbiamo usato i pontoni galleggianti su cui si appoggiano le piattaforme petrolifere. Abbiamo assemblato il sottomarino in 22 settimane a Taranto, al bacino della Marina Militare che ha partecipato al progetto». Per questo risultato Balducci ha vinto “La pellicola d’oro”, un premio che valorizza i “mestieri” del cinema e della televisione. Tra le prove difficili, c’è anche il set di Tebe di Finalmente l’alba (di Saverio Costanzo, 2023 n.d.r.). «Undici settimane di lavori. Due pareti di roccia scolpita si erigevano ai lati di un palazzo lungo 60 metri, alto sei, con una scala larga undici, le cui mura erano di pietra decorata con geroglifici. La parte centrale era riempita di terra e sabbia. Le rocce, dove si arrampicava il popolo, sono state realizzate con praticabili in legno, la pietra era di polistirolo, usurata con spazzole particolari e schizzi di acetone».
Per la Cappella Sistina, stoccata in un magazzino e disponibile a chi la vuole noleggiare, Balducci e i suoi hanno inventato un know how che ancore si rivendono. «Abbiamo stampato le immagini ad alta definizione del mosaico, fornite dal Vaticano, direttamente sulla materia che avrebbe costituito il pavimento. Per le pareti, abbiamo incollato su uno spessore di legno con texture una leggera carta da parati con le immagini degli affreschi del Giudizio universale. Quando si sono asciugate siamo andati a ritoccarle con pennellate, correggendole con qualche abrasione per renderle più vere». Per le mattonelle in oro del reattore della centrale nucleare di Old Guard (serie Netflix di Gina Prince-Bythewood), invece, sono state utilizzate pellicole specchianti: 3.500 pezzi.
Non sempre tutto va in porto. Se lo ricorda bene il capo della sezione pittorica, Walter Pennese, per House of Gucci di Ridley Scott del 2021. Era stato costruito un meraviglioso chalet di legnaccio, trattato come se fosse rovere, per ottenere un effetto di pregio. A una settimana dalle riprese Ridley Scott fa ridipingere tutto, salvo il pavimento. Nel parcheggio di Cinecittà World per il Sol dell’Avvenire di Nanni Moretti è stato ricreato un quartiere rivestendo e intonacando i ponteggi che si usano per restaurare le facciate degli edifici. A Cinecittà è stato girato Portobello di Marco Bellocchio, su Enzo Tortora, interpretato da Fabrizio Gifuni, in onda dal 20 febbraio.
Il dispiacere incredibile è che tutto viene smantellato, tranne poche eccezioni. Per esempio, oltre alla Cappella Sistina, il parlamento della magnifica serie M di Joe Write, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati, con Luca Marinelli nei panni di Mussolini. Così anche alcuni elementi in stile antico Egitto e alcuni ambienti del teatro 14, tra cui un ospedale e un carcere. Fissa è la Roma Antica, che si estende su quattro ettari, costruita nel 2003 per la serie Rome e poi riutilizzata per le serie Those about to die, Domina e il film Roma elastica con Marion Cotillard.
La potenziale wunderkammer del cinema, dunque, è caduca quanto il teatro. Con un vantaggio: può rivivere bidimensionalmente in sala o a casa ogni volta che si preme play.