il Fatto Quotidiano, 9 febbraio 2026
Tre milioni di utenti per il Fantacalcio, ecco perché la serie A vuole comprarselo
Contendersi all’ultimo rilancio i campioni, ma anche lo sconosciuto terzino di una neopromossa. Litigare con amici e colleghi. E poi rimanere incollati davanti alla tv fino al 90° del posticipo, nella speranza di un gol che ribalti il risultato, per cominciare la settimana di buonumore. Il gioco più amato dai tifosi italiani non è più soltanto un gioco: è un business che sfiora i 10 milioni di euro l’anno e 3 milioni di iscritti, più degli spettatori di un big match della Serie A. Quasi che il Fantacalcio sia diventato più importante e popolare del calcio stesso: per questo la Serie A vuole comprarselo.
In questi giorni in cui mezza Italia è impegnata nelle aste di riparazione, il piano della Lega Calcio è ancor più suggestivo. Tutti conosciamo bene il fantacalcio, meno ciò che si muove dietro le quinte del fenomeno. L’architettura societaria è piuttosto semplice: una Srl da 20 dipendenti, “Quadronica”, fondata nel 2008 e posseduta al 50% (tramite due ulteriori veicoli) da due imprenditori napoletani classe 1975, Nino Ragosta e Luigi Cutolo. È iniziata come passatempo fra amici alla fine degli Anni 90, è diventato un lavoro grazie a un’idea semplice, ma geniale: sviluppare un programma per gestire, e migliorare, un hobby che milioni di italiani praticavano con carta, penna e calcolatrici, infinite perdite di tempo e contestazioni. La app sul telefonino dove inserire formazioni e calcolare i risultati, la piattaforma per le aste, i voti “live” senza aspettare l’uscita dei quotidiani (infatti oggi Fantacalcio comprende pure una testata giornalistica da quasi 10 milioni di utenti unici al mese e firme prestigiose): tutte innovazioni che sono diventate indispensabili per gli appassionati e hanno finito per sbaragliare la concorrenza, colossi come Gazzetta, Repubblica, Sky, che ne hanno sottovalutato il potenziale.
Oggi Quadronica copre oltre il 90% del mercato: gli altri sono semplici fantasy game, il Fantacalcio sono loro. Letteralmente e legalmente. “Fantacalcio” infatti è un marchio registrato: per strapparlo a Gedi (che ne era proprietario con Repubblica), nel bilancio si scopre che Quadronica ha sborsato mezzo milione nel 2017. Sembrava una follia, invece è stata l’ennesima mossa azzeccata, che dopo una lunga operazione di rebranding (il vecchio nome era “Fantagazzetta”) ha contribuito al monopolio.
La crescita è stata esponenziale. Nel 2015, la società fatturava 1,2 milioni di euro, dieci anni dopo il bilancio chiuderà sopra i 9 milioni. Parte dei ricavi viene dagli iscritti, l’offerta premium (12 euro l’anno per alcune funzionalità extra) con un tasso di conversione ottimo, centinaia di migliaia di abbonati. Ma il vero salto di qualità è arrivato dalla raccolta pubblicitaria, anche qui grazie a un concept innovativo: meno tabellare (i fastidiosi banner) e più personalizzata. Sponsor sulle maglie delle fantasquadre, led a bordocampo nell’inserimento delle formazioni, inserti che non danneggiano l’esperienza dell’utente, ma offrono un’enorme platea digitale ad aziende del calibro di Eni, McDonald, Bancomat. Gli utili netti sfiorano ormai i 4 milioni. Una marginalità pazzesca, che ha cominciato ad attirare gli investitori.
In passato erano già arrivate offerte da alcuni fondi, rispedite al mittente perché i titolari non vogliono cedere la loro creatura. Diverso sarebbe con la Serie A: il partner naturale del fantacalcio, che non esisterebbe senza il campionato e al campionato porta un contributo importante (pensate tutti i tifosi che guardano una partita soltanto per seguire i giocatori della loro squadra). Il rapporto è simbiotico e infatti sono già uniti da accordi commerciali che equivalgono ad una partecipazione del 10%. L’idea dell’amministratore delegato della Lega, Luigi De Siervo, è quella di comprarsi il 51%: la valutazione della società sarebbe vicina ai 40 milioni di euro (quasi il doppio rispetto a quando se ne parlò un paio d’anni fa).
La visione di De Siervo è abbastanza chiara: costruire un prodotto integrato intorno alla Serie A. Avevamo anticipato sul Fatto il piano per una nuova sede, in cui realizzare un grande hub del calcio con uffici, studi tv, servizi di produzione e formazione. In questa direzione andrebbe anche l’acquisto di Fantacalcio: offrire un’esperienza in cui la visione della partita sia abbinata all’interazione con essa. Ciò che fa gola alla Serie A non è tanto (o solo) il business, ma il bacino d’utenza: i 6 milioni di iscritti, 2-3 di giocatori abituali (più dell’ascolto di un match di cartello), che farebbero terribilmente comodo nell’ipotesi neanche troppo remota di lanciare il famoso “canale della Serie A” nel 2029, quando scadrà il contratto con Dazn, se dal mercato non arriveranno offerte adeguate (le prospettive sono cupe). Non a caso la stessa Dazn potrebbe essere interessata all’affare.
La Serie A, infatti, come al solito è spaccata. Il piano è stato accolto in maniera tiepida in uno degli ultimi incontri, con una metà dei patron che nicchia. C’è chi è bastian contrario per principio (De Laurentiis, la Fiorentina). Chi probabilmente è mosso anche da un filo di risentimento personale: avallare l’affare sarebbe uno smacco per Urbano Cairo, che possiede il quotidiano sportivo più importante d’Italia e s’è lasciato sfuggire la gallina dalle uova d’oro. Ma l’argomento principale è sempre il solito: i presidenti non vogliono aprire il portafoglio. Chi non risica non rosica, però. Lo si impara proprio giocando al Fantacalcio.