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 2026  febbraio 09 Lunedì calendario

Intervista a Silvana Giacobini

Con la sua prima segretaria si sente ancora per gli auguri di Natale. Silvana Giacobini lo racconta quasi subito, appena salta fuori il paragone con la famigerata Miranda interpretata da Meryl Streep ne Il diavolo veste Prada. A quel confronto è abbastanza abituata. Ha trascorso più di trent’anni a dirigere settimanali popolari: Gioia, Chi, Diva e Donna, e si potrebbe continuare. Un po’ feroce, comunque, ammette di esserlo stata anche lei: «La determinazione aiuta a superare le difficoltà di questo lavoro» dice, seduta nel salotto di casa tra libri, quadri – un olio su tela la ritrae quasi a grandezza naturale – e fotografie insieme a una sfilza di papi e teste coronate.
Era feroce anche coi suoi giornalisti?
«No, con loro ho sempre avuto un rapporto paritario, e credo che nasca anche da quel confronto il successo di un settimanale».
Allora con chi?
«Contro i pregiudizi. Ero donna, giovane, bionda, bellina e facevo bene il mio lavoro: per certi maschi, il massimo dell’horror. Provavano a ridicolizzarmi, mi chiamavano “l’angelo del focolare"».
Come reagiva?
«Non mi sono mai demoralizzata. Da bambina amavo i western, una volta venne a trovarci a casa una famiglia americana: avevano un figlio, mio coetaneo, che giocava a spignattare; io invece armeggiavo con un piccolo arco degli indiani che mi ero costruita».
La scintilla per il giornalismo?
«Alle elementari iniziai a fare un mio “giornale": quattro pagine di foglio protocollo da vendere ai parenti. Mettevo il prezzo e, visto che facevano finta di darmi i soldi, scrissi sulla facciata che li volevo “veri"».

I suoi esordi però non sarebbero stati sulla carta stampata.
«Studiavo Legge, avevo una voce senza inflessioni dialettali. Feci il provino per la Rai, mi scelsero per un programma per la tv dei ragazzi, Giochiamo al teatro, con Maria Signorelli, la costumista e burattinaia con cui mosse i primi passi Carlo Verdone. Negli studi Rai c’erano molti personaggi noti che bazzicavano: potevano essere intervistati con facilità. Iniziai così».
In Albertone, la biografia che lei gli ha dedicato, racconta di essere stata corteggiata da Sordi.
«Eravamo tra gli ospiti in una villa a Spoleto, c’era anche Monica Vitti. Alberto iniziò con una corte garbata, che divenne meno discreta quando a notte fonda prese a bussare alla porta della mia stanza, chiedendomi di entrare. Finsi che la sua vociona baritonale non fosse riuscita a svegliarmi. L’indomani a colazione pensavo che – offeso per la figuraccia – non mi avrebbe salutata, invece con gran signorilità s’inchinò e con un baciamano mi scostò la sedia per farmi accomodare a tavola».

Il primo incarico di lavoro importante?
«A Gente, diretto da Antonio Terzi: alle cronache, una grande scuola di inquadramento. Ricordo ancora un articolo su una trans povera e bullizzata: una storia che mi fece capire l’importanza del rispetto delle diversità. Fu per Gente che mi trasferii da Roma, dove sono nata, a Milano».
Il suo arrivo in città?
«La nebbia, lo smog, tutta un’altra cosa rispetto alla solarità di Roma, dove già a febbraio andavo al mare. Da anni amo molto Milano, ma allora mi ci volle un po’, anche perché il clima in questi ultimi anni per fortuna è migliorato».
Proprio a Milano ebbe la prima direzione di un settimanale: Eva Express.
«Una scommessa di Edilio Rusconi: Eva vivacchiava, così lui decise di sparigliare. Andò bene: raddoppiammo le vendite».
Presto si ritrovò a dirigere Gioia: un altro femminile. C’erano molti pregiudizi?
«Non solo sui femminili: anche sulle donne e sulle giornaliste. Passavamo per gente che si occupava di uncinetto e cucina, invece quei giornali sono stati un mezzo straordinario nella transizione verso la parità acclarata. E io non ho mai pensato di dover rinunciare alla mia femminilità per guidare un gruppo di persone. Anche se a un certo punto ho cominciato a mettere solo i pantaloni».
Perché?
«A metà anni Novanta fui invitata a Washington a una serata di gala, alla presenza del presidente Bill Clinton e di Hillary. A fine cena, foto di rito sul palchetto: dopo le strette di mano, vidi i Clinton toccare un pannello basculante e sparire dietro una paratia. Nella mia testa ormai sfatta dalla stanchezza e dal fuso orario pensai di fare lo stesso. Mi ritrovai in un cunicolo pieno di bodyguard armati fino ai denti. Sembravo un topino di fronte a dei bulldog: mi dissero cose terribili, cercai di uscire, ma il vestito – uno straordinario Yves Saint Laurent – mi consentiva solo piccoli passetti. Anni dopo, lo raccontai a Hillary: mi disse che avevo rischiato di finire in carcere e di non poter tornare più negli Usa. Da allora mai più gonne ingombranti, solo pantaloni».
Aveva già fondato Chi?
«Sì. In Mondadori volevano chiamarlo Ecco, io però non demordevo: così ogni volta che Franco Tatò, l’allora temutissimo amministratore delegato, mi incontrava, mi prendeva in giro dicendomi “Chi-chi-chi”. Grazie a dio, Rizzoli uscì poco prima di noi con un settimanale che si chiamava proprio Ecco. Fu un flop».
Al contrario di Chi: fu un successo.
«Preceduto da un salto nel vuoto. La redazione era quella di un altro settimanale, Noi, che dopo la chiusura doveva essere ricollocata: dalla cronaca si trovarono tutti a fare glamour».
Di quella redazione faceva parte anche Alfonso Signorini.
«Un ottimo giornalista, si è sempre comportato in maniera corretta. Per questo, mi è dispiaciuto molto vederlo coinvolto nelle accuse di Fabrizio Corona: non vi riconosco l’Alfonso con cui ho lavorato per tanti anni. Ognuno merita rispetto».
Ha scritto che «il gossip è un racconto popolare». Qual è il confine che non va superato?
«L’invenzione. Il cosiddetto gossip è in realtà cronaca rosa, documentata e circostanziata. Ho sempre cercato di dimostrare che la notizia confermata non è l’insinuazione maligna, ma la verità corroborata dalle prove e dall’abilità del giornalista».
Oggi gran parte del gossip passa sui social.
«E la cosa grave è che sono saltate verifiche e intermediazioni. Per questo servirebbe innanzitutto eliminare l’anonimato, che è la premessa della violenza di gruppo. La mediazione umana è irrinunciabile: senza una faccia non c’è mai una storia da raccontare».