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 2026  febbraio 09 Lunedì calendario

Il Festival della politica

«Oggi accendi la tv e vedi di tutto, l’altro giorno ho messo Canale 5 e c’era uno che si faceva una pera: Martelli, che non lo sapeva, è andato fino in Kenya a farsi uno spinello». Beppe Grillo a Sanremo 1989 se la prende con cantanti, presentatori, organizzatori e poi fa una battuta anche sui socialisti, «almeno una, perché poi se non la faccio pensano che ce l’abbia con loro», e il riferimento è all’ironia in diretta su Craxi che un paio di anni prima lo ha fatto bandire dalla Rai («Se in Cina sono tutti socialisti, a chi rubano?»).
Il rapporto della politica con Sanremo è stretto – e turbolento – da subito e non potrebbe essere altrimenti con l’unico evento (esclusa la Nazionale e forse ormai nemmeno quella) che incolla alla tv praticamente tutto il Paese. E, soprattutto, che è trasmesso dalla tv pubblica. Succede dai tempi di Papaveri e Papere (ed è solo il secondo Festival, 1952): innocua favoletta o satira politica? Prevale la seconda lettura: i papaveri sarebbero i governanti e la papera impaperata il popolo che subisce. La Dc prova a ribaltarne la lettura: alle elezioni quell’anno i papaveri campeggiano sui suoi manifesti elettorali per simboleggiare la minaccia comunista, con una forbice intenta a tagliarli. Ma sono anche su quelli del Pci, che replica mettendo tra i fiori le teste di De Gasperi e Scelba.
Seguono anni di interrogazioni parlamentari per le spalle al pubblico di Celentano (1961), politici che tuonano per i capelloni in gara (1967), censure preventive (a Lucio Dalla: Gesù bambino diventa 4/3/1943, via i riferimenti a bestemmie e alla Madonna), ma da quando lo spettacolo di varietà ha preso il sopravvento sul concorso di canzoni, più o meno dagli Anni ’80, sono stati i comici a innescare le polemiche. Il corto circuito più eclatante è con Maurizio Crozza, Sanremo 2013 (il Fazio Terzo), che imita Silvio Berlusconi e fa battute su quello che in è quel momento l’ex Presidente del Consiglio. In carica c’è Monti, ma si è in pieno clima elettorale, si voterà ad aprile. «Quante belle signore eleganti, anche io faccio le cene eleganti ma qui siete diversi, siete tutti vestiti», dice il Crozza-Silvio. Parte della platea lo fischia all’urlo «Vattene», «No politica» e Fazio è costretto a intervenire a difenderlo a metà monologo.
Il bunga-bunga viene evocato da Luca e Paolo a Sanremo 2011, i due prendono di mira anche i dissidi tra Berlusconi e Fini cantando «Ti sputtanerò» (parodia del brano sanremese di Gianni Morandi e Barbara Cola), ma non disdegnano battute su Santoro e Saviano, considerati totem della sinistra, una par condicio che vale al duo la definizione di «più furbi della Riviera» da parte del Giornale della famiglia Berlusconi. Il vero caso di quel Sanremo è Roberto Benigni: all’annuncio del suo intervento il centrodestra insorge contro la sua bestia nera dai tempi dell’«editto bulgaro», la Lega si indigna per il cachet da 200 mila euro (che il comico devolverà poi in beneficenza). Benigni entrerà a cavallo e farà una battuta abbastanza innocua sul cavaliere. La sceneggiata è analoga a quella di un paio di anni prima, sempre Sanremo, sempre Benigni, sempre un cachet reputato eccessivo: ma il Festival ha sponsor milionari e Benigni garantisce in quel periodo ascolti vertiginosi.
I comici sono invisi al potere, si sa, ma da un po’ di tempo anche i cantanti rivendicano diritto di parola e dopo decenni di esibizioni innocue portano un po’ di istanze all’Ariston, senza aspettare l’eroismo sospetto del (comunque compianto) Pippo Baudo che va a «salvare» il disoccupato che minaccia di buttarsi dalla balaustra (1995). Ghali a Sanremo 2024 chiude il brano dicendo «Stop al genocidio», l’ambasciatore israeliano protesta, Gasparri invoca interventi riparatori e li ottiene: l’ad Rai Sergio interviene la sera dopo per ribadire la «convinta solidarietà al popolo di Israele». Lo stesso anno Dargen D’Amico manda in tilt Domenica In, nel tradizionale appuntamento dall’Ariston post-Sanremo: comincia a parlare di migranti e Mara Venier impanicata gli porta via il microfono, non c’è tempo, non è il contesto giusto (dice lei). E ricordate i nastri arcobaleno? È il 2016, si discute della legge sulle unioni civili, all’Ariston molti decidono di sostenerle indossando i nastri con i colori simbolo delle lotte LGBTQI+. Da destra si leva ancora l’invocazione a tenere la politica fuori da Sanremo, per quella bizzarra idea che un cantante debba limitarsi a intonare sole, cuore e amore e poi via, avanti il prossimo. Un principio sospeso in via eccezionale per il solo Povia che cantava la reazionaria Luca era gay (2009) facendo uno show con tanto di cartelli: con lui la destra si appellava al diritto di parola, un po’ come con Pucci, mentre la sinistra (ma non solo) insorgeva per decenni di lotte per i diritti sepolti sotto un secondo posto sul podio. E la linea torna a Roma (come sempre).