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 2026  febbraio 09 Lunedì calendario

Nuovi denti, nuovo menù: così lo squalo bianco cambia il morso per adattarsi

Forse non tutti sanno che il titolo originale del famoso film di Spielberg del ‘75, quello che noi conosciamo come “Lo squalo”, è Jaws (mascelle): esattamente lo stesso del romanzo bestseller di Peter Benchley da cui è tratto, e che vede come protagonista un grande squalo bianco. Non stupisce. Ma tralasciando il fascino retrò di un classico del terrore, le iconiche mascelle di questi predatori del mare hanno molto da raccontarci, scientificamente parlando. Per dirla con le parole di Emily Hunt e colleghi ecologisti dell’Università di Sydney, in Australia, la dentatura di Carcharodon carcharias (questo il nome della specie) è un vero capolavoro di ingegneria evolutiva, e studiarla può essere molto utile anche per migliorare le strategie di conservazione delle aree in cui vive.
Hunt è la prima autrice di uno studio da poco pubblicato su Ecology and Evolution, e che rappresenta forse l’analisi più completa finora condotta sulla variazione della forma dei denti dello squalo bianco, da quando è un cucciolo a quando arriva a superare i due metri di lunghezza, pinna caudale esclusa. Passando, per esempio, da denti aghiformi buoni per pesci piccoli e molluschi, a lame seghettate perfette per i mammiferi di stazza, come foche, delfini e altri cetacei. A cambiare, svela la ricerca, non è solo la forma, ma anche la mineralizzazione.
Come è noto, i denti dello squalo sono “usa e getta”, grazie a un sistema che funziona come un nastro trasportatore e che spinge in avanti un nuovo dente ogni poche settimane. Questo permette di fare dei veri e propri aggiornamenti del design durante la sua crescita, e di cambiare così il tipo di dieta. Come anticipato, da giovani, cioè sotto i 3 metri di lunghezza si nutrono soprattutto di pesci e calamari, scrivono gli autori anche su The Conversation. Per questo i loro denti sono sottili e dotati di piccole punte laterali chiamate cuspidi, perfette per afferrare prede scivolose. Superati i due metri, avviene il cambio: le cuspidi scompaiono, i denti diventano più larghi, triangolari e seghettati, e la mascella si rinforza con strati extra di cartilagine mineralizzata per permettere morsi potentissimi, necessari per carne densa e ossa. Insomma, si passa dalla precisione, alla forza.
Non solo: come quella di altri animali, come noi esseri umani, anche le mascelle dello squalo bianco sono divise per funzioni: i primi quattro denti centrali sono da impatto, cioè molto più spessi alla base per incassare la forza d’urto del morso iniziale, mentre dal settimo in poi diventano curvi e compressi, ideali per lacerare e sminuzzare. “Abbiamo anche riscontrato differenze consistenti tra la mascella superiore e quella inferiore – riportano gli scienziati – I denti inferiori sono progettati per afferrare e trattenere la preda, mentre quelli superiori sono progettati per affettare e smembrare: un sistema coordinato che trasforma il morso dello squalo bianco in uno strumento di alimentazione altamente efficiente”. E c’è anche un’altra particolarità: il terzo e quarto dente superiore sono più corti per lasciare spazio nel cranio al sistema olfattivo. I risultati riportati dai ricercatori si basano sull’analisi delle mascelle di 97 squali bianchi dell’Australia orientale deceduti in diverse fasi della loro crescita, e non mostrano differenze tra i due sessi, contrariamente a quanto osservato in altre popolazioni: questo suggerisce che maschi e femmine condividano lo stesso ruolo ecologico e le stesse risorse alimentari.
Sebbene lo studio si concentri sulla morfologia funzionale dei denti, può avere ricadute importanti anche per la conservazione di questa specie. Conoscere esattamente quando uno squalo cambia dieta, e quindi habitat, può aiutarci, per esempio, a gestire meglio le aree protette e le risorse alimentari di cui ha bisogno per crescere. Infine, può avere implicazioni anche per la sicurezza pubblica e per le analisi forense dei morsi, dal momento che lo squalo bianco è spesso coinvolto in incidenti con l’essere umano, e che questo influenza sia le politiche di conservazione sia la percezione che abbiamo di questa specie.