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 2026  febbraio 09 Lunedì calendario

Intervista ad Annalisa Bruchi

«Volevo fare la giornalista da sempre. L’ho capito alle elementari – ero in quarta o in quinta ma ricordo ancora il banco in cui ero seduta – quando la maestra ci parlò dell’inviato di guerra: in quel momento mi sono innamorata follemente di questo mestiere».
Annalisa Bruchi è una delle voci più autorevoli del giornalismo economico. Abbinando rigore e chiarezza, attraversa la tv da 25 anni (il debutto come conduttrice nel 2009 con Big – La via del cuore) con programmi di approfondimento capaci di rendere accessibili temi complessi. Da sei anni conduce ReStart (da lunedì a venerdì alle 9.35 su Rai3), la trasmissione che riesce a declinare l’economia in chiave pop. Nata e cresciuta a Siena («ma sognavo di scappare»), mamma professoressa di ragioneria e papà medico («svenivo solo all’idea dell’odore dell’ospedale»), si è laureata in Giurisprudenza con il massimo dei voti.
Secchiona?
«Eh sì. Soffro di ansia da prestazione, e quindi per tranquillizzarmi devo sapere tutto».
Dal sogno di fare l’inviata di guerra a «inviata» economica: come ci è arrivata?
«Ho preso la strada panoramica. Appena laureata sono andata a vivere a Londra, mandavo il curriculum ad agenzie e giornali senza successo, finché ho trovato un master molto interessante alla London School of Economics, che metteva insieme tutto: media, comunicazione e un taglio molto economico».
Tesi sul ruolo dei media nel caso Berlusconi.
«Lo stratagemma fu quello di andare a intervistare i miei idoli. A partire dal numero uno, Minoli. Gli piacque il mio modo di lavorare e mi propose di andare a Mixer una volta finita la tesi».
È stata la svolta professionale.
«Non solo professionale. Ero già sposata, con una persona eccezionale ma sbagliata. Era scritto a pagina uno come sarebbe andata a finire. L’invito di Minoli mi ha salvato due volte: mi ha dato la possibilità non solo di fare il lavoro della mia vita, ma anche di separarmi senza troppi traumi».

Cosa le ha insegnato Minoli?
«Tante cose. Mi ha insegnato a tenere il punto se sei nel giusto – e lui l’ha pagato sulla sua pelle. Mi ha insegnato a fare tutte le domande indipendentemente da chi ti trovi davanti, anche quando sarebbe più comodo non farlo. E poi a non fermarsi mai alla prima risposta. E infine i tempi: se non hai sostanza e ritmo i telespettatori cambiano canale».
Quindi è approdata alla scuola di Maurizio Costanzo.
«Il suo era un approccio alle interviste diverso da quello di Minoli ma ugualmente efficace. Se il primo era incalzante, Costanzo invece entrava in sintonia diretta con l’interlocutore e carpiva cose che non avrebbe mai voluto dire. Non dico che leggesse nel pensiero, ma a volte mi è venuto proprio il dubbio. La sua era un’intervista molto profonda, più rilassata. Minoli invece non ti dava il tempo di pensare troppo alla risposta perché se hai meno tempo di riflettere devi dire la verità».
Quello dell’economia è un ambiente maschilista?
«Una volta ho intervistato un amministratore delegato molto importante di cui non faccio il nome, gli stavo spiegando i temi di cui avremmo parlato e lui mi disse: benissimo, interessanti, completi, ma chi gliel’ha preparati?».
Il pregiudizio sulle donne è ancora forte?
«Quello economico è un ambiente maschilista perché viviamo in una società maschilista, anche per questioni generazionali. Ma è un dato di fatto: le donne sono sempre presidenti, gli uomini fanno sempre gli amministratori delegati».
Ha due figli: quanto è stato complicato conciliare carriera e maternità?
«Per una donna non è mai facile. Io ho avuto la fortuna di avere capi illuminati, che hanno capito che avrei sempre portato a termine il lavoro che mi era stato assegnato. Veronica e Vieri sono i miei due grandi amori: anziché comprare loro una casa li ho mandati a studiare all’estero, ora però mi mancano molto».
Tra tante esperienze positive, Kronos invece non andò benissimo.
«Ricordo che alla prima puntata non funzionava nulla: non c’era un monitor con l’orario, non andavano gli auricolari, mandarono lo stesso filmato tre volte, fu un’esperienza drammatica. Ma non rinnego niente. Forse con il senno di poi una cosa l’ho imparata da quell’esperienza: a volte bisogna anche saper dire di no, se non hai le garanzie giuste devi tirarti indietro».
C’era anche Giuli, il ministro.
«Il titolo è stata una sua idea».
Le sue fisse neopagane... Ma lei capiva quello che diceva, perché a volte sembra perlomeno fumoso.
«Giuro che lo capivo sempre. Mi sono trovata benissimo con Alessandro, insieme abbiamo lavorato molto bene».
Quali talk guarda?
«Tutti. Li registro anche. Mi serve per capire se ci possono essere nuovi ospiti interessanti e vedere quali tematiche funzionano o quali meno».
Il suo slogan?
«Domande brevi e chiare. Chiunque da casa deve capire: il mio punto di riferimento è la casalinga di Voghera».
Renzi l’ha attaccata in diretta accusandola di «essere appiattita sulla Meloni».
«Chi guarda le mie trasmissioni sa che non è vero. Io non mi sono offesa, però mi ha dato fastidio che ogni volta lui sviasse dalle mie domande e parlasse della Meloni per vendere il suo libro. Se gli stipendi sono bloccati da 30 anni, tu non mi puoi dire che è solo colpa della Meloni».
I politici peggiori?
«Quelli che ti mettono i paletti oppure vogliono le domande in anticipo. Questo è un altro insegnamento di Minoli e Costanzo: mai dare le domande in anticipo».
I «migliori»?
«Ultimamente ho intervistato i ministri Piantedosi e Nordio: entrambi non mi hanno chiesto nulla, non volevano nemmeno sapere i temi che avremmo affrontato. Devo dire lo stesso di Landini, con il quale abbiamo fatto dei bei match dialettici. Ma sono così anche Tajani e Calenda».
A tutti manca sempre qualcosa. A lei? Un programma di intrattenimento, una prima serata?
Ride: «L’intrattenimento non fa per me e io non faccio per lui: non è proprio cosa mia... Mi piacerebbe fare qualche approfondimento in prima serata, qualcosa più legato alla macroeconomia che alla micro: meno soldi in tasca e più sistema».
La pressione della politica in Rai è aumentata da quando ha cominciato oppure è sempre la stessa?
«Quando lavoravo con Minoli le telefonate arrivavano a lui e neanche le sapevo. Oggi le telefonate arrivano anche a me, ma è sempre stato così. Inutile fingere. L’editore della Rai è la politica, c’è scritto anche nella legge adesso, per cui è proprio chiaro. Ma anche una volta era così. Già Bernabei diceva che in Rai dovevano ingaggiare due democristiani, un socialista, un comunista e uno bravo. Non spetta a me dire che sono brava. Sono una che studia però, che mette testa e cuore e che tiene moltissimo al servizio pubblico».
Di solito all’economia si associa anche il cinismo. Lei è cinica o sentimentale?
«Il mio programma di debutto – con Silvia Tortora, una donna straordinaria, che mi ha lasciato un vuoto umano e professionale immenso – era proprio giocato su questi opposti: lei faceva la parte del cuore, io la parte della ragione. Sono molto razionale, ma non credo che tra i miei difetti ci sia quello di essere cinica».
Un difetto vero?
«A volte sono troppo dura. Vado di corsa, mi distraggo e magari mi dimentico di dire grazie. E sono poco diplomatica, tanto da sembrare aggressiva. Sono una che parte in quarta, irruenta, il mio direttore Paolo Corsini lo sa: quando gli scrivo arrabbiata, non mi risponde e aspetta che sbollisca».
Di solito dopo l’irruenza uno si pente di quello che dice.
«Io mi pento non di quello che dico, ma del modo in cui lo dico».
I giornalisti sono spesso egoisti. Vale anche per lei?
«Nel lavoro, come nella vita privata, conta sempre la squadra. Nelle mie prime esperienze professionali ho capito l’importanza di lavorare bene, con persone che ti danno il cuore. Oggi è più difficile, sono cambiati i tempi, ma noi mangiavamo sempre insieme, andavamo in vacanza insieme, i “colleghi” erano punti di riferimento: era la vita, non era lavoro».