corriere.it, 9 febbraio 2026
Hong Kong, 20 anni di carcere a Jimmy Lai, l’editore che sosteneva la democrazia
Venti anni di carcere: è la condanna inflitta dall’Alta Corte di Hong Kong a Jimmy Lai, l’editore che aveva incarnato lo spirito democratico e ribelle dell’ex colonia tornata alla Cina nel 1997, con la garanzia di cinquant’anni almeno di libertà politiche e civili. Invece, nel 2020 Pechino ha imposto all’isola la Legge di sicurezza nazionale cinese, cancellando ogni forma di opposizione e calpestando la formula «Un Paese due sistemi».
I tre giudici che hanno scritto la sentenza, selezionati dal governo, avevano già deciso a dicembre la colpevolezza di Jimmy Lai per le accuse di «cospirazione con potenze straniere e pubblicazione di materiale sedizioso» sul suo giornale “Apple Daily”, costretto a chiudere nel 2021. Mancava l’entità della pena. La violazione della legge di sicurezza cinese prevede fino all’ergastolo e dunque, vent’anni di prigione sono lontani dal massimo della pena. Ma è una finzione cinica: perché il milionario hongkonghese ha compiuto 78 anni a dicembre e i quasi duemila giorni che ha già trascorso in cella hanno minato la sua salute. Soffre di diabete e ipertensione, è molto dimagrito, un’ombra rispetto all’uomo forte che fino al 2019 partecipava ai grandi cortei nelle strade di Hong Kong. Questa sentenza equivale a una condanna a morire in prigionia.
Lai, dal recinto degli imputati, ha salutato con le mani giunte i sostenitori presenti in aula, ha sorriso verso la moglie Teresa, che era accompagnata dal vecchio cardinale cattolico Joseph Zen, altro esponente del fronte democratico che nel 1999 aveva battezzato l’editore accogliendolo nella Chiesa. Alla lettura della pena Teresa è rimasta immobile, mentre dal fondo della zona riservata al pubblico si sono sentiti singhiozzi; la signora Lai è stata vista piangere solo dopo, fuori dal tribunale e dalla vista del marito che era già stato riportato in carcere.
Steve Li, sovrintendente capo per la sicurezza nazionale della polizia di Hong Kong (un tempo definita «la più bella dell’Asia» per la sua indipendenza da imposizioni politiche) ha commentato che la sentenza servirà da monito per altri e ha detto alla stampa locale che le notizie sulla salute declinante del detenuto sono «esagerate». Non la pensa così la famiglia, che ha denunciato le condizioni dure dei cinque anni di detenzione trascorsi nel carcere di massima sicurezza di Stanley: 23 ore di isolamento solitario e 50 minuti di «aria» al giorno, cure insufficienti per le sue patologie.
Jimmy Lai era stato arrestato nel 2020, processato una prima volta per aver partecipato a una veglia in ricordo dei caduti di Piazza Tienanmen, poi accusato di truffa per l’affitto dei locali del suo quotidiano “Apple Daily” e sulla base di questa imputazione amministrativa condannato a cinque anni e due mesi. Un espediente giudiziario per tenerlo in cella. Quella prima condanna, già assurda per una semplice infrazione amministrativa, sarà completamente scontata il prossimo giugno, ma i giudici dell’Alta Corte hanno detto che i cinque anni di detenzione non saranno scontati dalla nuova pena, «data la differente natura dei reati».
Durante i mesi del dibattimento il Ministero degli Esteri di Pechino ha definito Jimmy Lai «un agente e un lacchè delle forze anti-cinesi, il cospiratore numero uno nella sedizione antigovernativa». Secondo Mark Clifford, autore del saggio “The Troublemaker” su Jimmy Lai «il Partito comunista cinese si è accanito su quest’uomo mite e timido perché non si era mai trovato di fronte un personaggio con la sua combinazione di mezzi economici, forza della libera stampa, dedizione inflessibile ai principi».
Jimmy Lai, nato in Cina e rifugiato a Hong Kong quando era adolescente, ha costruito la sua fortuna dal nulla nell’allora colonia britannica, passando da operaio a industriale tessile, poi a editore di un giornale grintoso e libero che si batteva per la difesa della formula «Un Paese due Sistemi» che avrebbe dovuto garantire un governo quasi democratico al territorio fino al 2047. A giugno del 2021 il quotidiano “Apple Daily”, soffocato economicamente e con il proprietario in cella, fu costretto a chiudere con un ultimo numero che vendette in edicola un milione di copie. In una città di sette milioni di abitanti, quelle file interminabili all’edicola per portarsi a casa l’ultima edizione dimostrarono che il giornale non era «la mela marcia della sedizione» come ha sostenuto l’accusa, ma la voce delle istanze democratiche.
Jimmy Lai ha il passaporto britannico, avrebbe potuto scegliere l’esilio in una bella residenza londinese, avrebbe potuto tenere conferenze per un pubblico colto e sensibile. Invece ha scelto di restare a Hong Kong anche quando era ormai chiaro che il suo futuro sarebbe stato da imputato e detenuto. Perché questo sacrificio estremo? «Mio padre dice che Hong Kong gli ha dato l’opportunità di emergere quando arrivò fuggiasco dalla Cina e non ha voluto tradirla. Ha detto che se fosse andato via avrebbe fatto perdere al movimento democratico parte della sua integrità», ha spiegato al Corriere il figlio Sebastien.
Vent’anni sono la pena più dura inflitta a Hong Kong per violazione della legge sulla sicurezza nazionale: il professore Benny Tai, che aveva ispirato nel 2014 la «Rivolta degli ombrelli» ha ricevuto dieci anni. A Pechino nel 2009 Liu Xiaobo, il famoso dissidente cinese, era stato condannato a 11 anni per incitamento alla sovversione, aveva ricevuto il Nobel per la Pace e nonostante le campagne internazionali per la liberazione era stato lasciato morire di cancro in un ospedale penitenziario nel 2017.
Donald Trump ha promesso di fare del suo meglio per ottenere la liberazione del prigioniero. Il presidente americano sarà a Pechino da Xi il prossimo aprile e potrebbe tentare il «beau geste» dell’intercessione. Ma la clemenza politica non è nell’indole del presidente cinese.