Corriere della Sera, 9 febbraio 2026
L’Europa un passo alla volta
Nonostante ciò che spesso ci raccontiamo le più importanti innovazioni sociali o politiche sono assai raramente il frutto di disegni deliberati. Sono per lo più figlie del caso. Nascono, quasi sempre, dall’incontro/scontro, dalle negoziazioni e dai conflitti, fra tanti (singole persone o gruppi che siano), ciascuno dei quali ha i suoi scopi particolari. Il risultato è spesso qualcosa di inaspettato, qualcosa che nessuna delle tante persone coinvolte aveva immaginato o prefigurato. È così che in America, ad esempio, nacque, poco più di due secoli fa, il federalismo: fu la conseguenza di un tiro alla fune, il punto di caduta, frutto di un compromesso, fra chi preferiva una confederazione di tipo tradizionale e chi preferiva una maggiore concentrazione del potere. Chi si sforza di osservare con obiettività lo stato del mondo, e la condizione dell’Europa oggi, non può che concordare con Mario Draghi: l’Europa avrebbe oggi bisogno di maggiore unità e la strada del «federalismo pragmatico» (si aggregano intorno a progetti comuni quelli che di volta in volta ci stanno) sembra la migliore che si possa percorrere. Però gli ostacoli sono davvero tanti e se, come sarebbe necessario, all’Europa serve più unità, le strade per arrivarci potrebbero essere assai arzigogolate, confuse, complicate. E forse anche segnate dall’ambiguità.
Gli ostacoli principali, come è noto, dipendono dalla resistenza degli Stati nazionali e dalla forza delle loro tradizioni.
Per fare un esempio, è estranea alla tradizione politico-culturale francese, a differenza di quella tedesca, l’idea di federalismo. L’ostacolo è anche rappresentato dal funzionamento della democrazia: in Europa sono gli elettorati nazionali a decidere la sorte dei capi politici, a decidere chi deve governare. Le ricadute di ciò sull’Unione europea sono evidenti. Si pensi alla questione dei dazi interni, quelli che rendono così imperfetto il mercato unico europeo. È facile dire che bisognerebbe abolirli e che la loro abolizione darebbe una forte spinta allo sviluppo economico europeo. Però quei dazi, quelle barriere, esistono perché le hanno volute, a propria tutela, vari gruppi di interesse che operano all’interno dei singoli Paesi europei. I governi possono concordare la loro abolizione o riduzione solo se ciascuno di essi ritiene che non ne ricaverebbe un danno eccessivo sul piano elettorale. È sperabile che ciò avvenga ma tutto comunque dipende dai calcoli elettorali dei vari governi.
Procedere in modo pragmatico significa favorire, da un lato, qualunque iniziativa inter-governativa che premi le aggregazioni e, dall’altro lato, strappare più spazio e libertà di manovra, a livello europeo, per i privati che vogliano agire, investire, fare impresa. Per esempio, se davvero la Germania, come pare, entrerà nella joint venture fra Italia, Gran Bretagna e Giappone impegnata nella costruzione del Gcap, il supercaccia che dovrebbe contribuire ad assicurare la difesa aerea del futuro, ciò potrebbe essere un passo nella direzione della difesa comune molto più importante di mille proclami. Così come andrà in quella direzione ogni sforzo che accrescerà il coordinamento fra le forze armate europee all’interno della Nato. Con il corollario che, più cresce tale coordinamento, più l’Unione europea, a sua volta, deve rafforzare la sua collaborazione con la Nato.
Ai governi è lecito chiedere di fare alcune cose. Così come è lecito chiedere loro di permettere ad altri di fare, di non intralciarli. È il tema della cosiddetta «sburocratizzazione» dell’Europa, la riduzione dei lacci legal-burocratici che impediscono alle imprese di crescere all’interno dello spazio europeo (è uno dei temi centrali nei rapporti Letta e Draghi). Anche in questo caso tutto dipenderà dai calcoli elettorali dei governi. Oltre che dalla loro capacità di piegare le resistenze della burocrazia di Bruxelles (ma anche di quelle nazionali).
Però, non conviene nascondersi dietro un dito. Quando si dice che delle due l’una, o le imprese europee verranno messe nelle condizioni di poter recuperare il ritardo rispetto alle corporation americane e cinesi nel campo della tecnologia high tech o l’Europa è destinata all’emarginazione e al declino economico, si dice il vero ma non si può sottovalutare la resistenza, culturale prima ancora che politica, di tutti coloro che non vorrebbero avere a che fare in Europa con gruppi economici con la forza di cui oggi dispongono i Musk o i Bezos. Il Parlamento europeo è riuscito persino a bloccare l’accordo di Mercosur. Figurarsi cosa sarebbe pronto a fare se le autorità europee cercassero di favorire la nascita di colossi del genere in Europa.
L’europeismo tradizionale ha sempre immaginato un’Europa federale che potesse nascere in virtù di una deliberata decisione politica, frutto dell’accordo fra i governi europei. L’esperienza ha dimostrato quanto sia arduo percorrere quella strada. Neppure la paura (che ora è tornata in Europa) della guerra sembra in grado di propiziare un salto verso l’unità politica. Anche se è indubbiamente vero che, a seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte dei russi e dello sfilacciamento dei rapporti euro-atlantici, tanti europei sono usciti o stanno uscendo dal letargo. Se più integrazione ci sarà, questa sarà dovuta al sommarsi, più o meno disordinato, di tante iniziative, dei governi come dei privati, volte ad accrescere le occasioni di cooperazione fra gli europei. Forse è lecito chiamare ciò «federalismo pragmatico».
Ne saranno senz’altro delusi coloro che pensano che occorra darsi collettivamente mete finali chiare, ambiziose e coerenti e perseguirle con continuità. Ma la storia non procede così. La scelta, in Europa, è fra immobilismo e azione: o restare fermi (in attesa di non si sa che cosa) oppure agire, operare in tante direzioni, nella speranza che ne esca qualcosa di buono. Meglio la seconda.