Corriere della Sera, 9 febbraio 2026
Intervista a Donato Carrisi
Nell’ultimo best seller di Donato Carrisi, La bugia dell’orchidea, c’è una famiglia che si ritira nel bosco prima che una «famiglia nel bosco» compaia nelle pagine di cronaca. Nel penultimo, L’educazione delle farfalle, ci sono le fiamme che devastano uno chalet di montagna innevato, spezzando vite di figli, come a Crans-Montana.
Carrisi, come fa a intercettare le paure dell’immaginario collettivo quando ancora non sono realtà?
«Ormai, mi sono convinto che una società sia più propensa a generare determinati crimini. L’incendio di Crans-Montana, per esempio, non inizia con una candela su una bottiglia di champagne: inizia molto prima».
Banalizzo se dico che nasce dalla cultura dell’avidità?
«Dell’avidità e della compiacenza. Quello è un piccolo centro dove tutti proteggono tutti, come nella Vion dell’Educazione delle farfalle. Il caso della famiglia nel bosco, poi, è più comune di quanto si pensi: quanti genitori vorrebbero scappare coi figli immaginando chissà quale vita?».
Oggi, quali casi di cronaca segue di più?
«Piccole storie di omicidi-suicidi tra coniugi anziani, dietro ai quali può esserci un patto legato a vecchiaia e malattia. Ci raccontano che abbiamo bisogno di leggi sull’eutanasia e di più attenzione al dolore delle persone. Noi ce ne infischiamo del dolore degli altri, guardiamo solo il sangue».
Sta scrivendo in questo momento?
«Io scrivo sempre. Scrivo nella mia testa anche quando non scrivo con le mani. Se smettessi, morirei in pochissimo tempo».
Come sceglie lo spunto che diventerà un romanzo?
«È la storia che mi dice quando è il momento. La casa delle voci, con l’addormentatore di bambini Pietro Gerber, quando l’ho scritta, era già in me da tre anni ed è stato il libro della svolta, perché ho tolto il crime per fare il thriller psicologico. I lettori chiedono sempre di far tornare i personaggi del passato, ma se diventi schiavo del personaggio, è finita. Io devo sperimentare. Ora, per dire, sulla Bugia dell’orchidea, i lettori si scannano: è orrendo, no è bellissimo... Succede quando dai quello che meno ci si aspetta. Una lettrice mi ha scritto che non le è piaciuto niente, ma che, dopo giorni, continuava a pensarci e lì ha capito lo scopo: lo scopo è che i miei libri non devono diventare soprammobili, ma devono continuare a vivere fuori dalle pagine».
Lei ha raccontato di essere un fifone, ma che s’infila in avventure paurose per scrivere meglio. Qual è stata l’ultima?
«Parlare con un assassino che aveva scontato la sua pena: un coetaneo arrivato a una presentazione a Roma, che mi ha detto di aver imparato a leggere in carcere. L’ho invitato a prendere un caffè».
E ha avuto paura incontrandolo?
«Quando mi ha stretto la mano, ho visto un uomo consumato, ma guardandolo negli occhi, ho capito che le nostre strade si somigliavano: io ho fatto un percorso virtuoso, lui delittuoso. Eravamo la nemesi l’uno dell’altro. Mi ha detto: “Quando uccidi qualcuno, ti illudi di averlo eliminato, ma in realtà te lo metti accanto, te lo porti addosso, ti cammina accanto per strada”. Il fatto che non si possa davvero uccidere è la condanna peggiore per ogni assassino».
Da laureato in Giurisprudenza, pensa che il carcere sia la pena giusta per gli omicidi?
«No, per niente. Ha il nobile intento di riabilitare le persone, ma non ci riesce. Dovresti farle ricominciare da capo, farle tornare bambine: è impossibile. Perciò non dovremmo aspettarci la pena giusta, ma solo di avvicinarci alla giustizia».
Perché aumentano gli omicidi «a caso», per strada, senza motivo?
«Derivano dalla rabbia e dal sentirsi impuniti: se ti senti impunito per piccoli reati, è un’escalation».
Perché proliferano le baby gang?
«Perché la politica latita. Guardi le banlieue di Milano: i padri si spaccano la schiena, le madri restano a casa e non parlano neanche l’italiano, i figli imparano l’italiano ma non la lingua dei genitori. Ogni problema nasce quando una madre non riesce a comunicare col figlio. Conosco associazioni che insegnano l’italiano alle mamme e la lingua d’origine ai figli: è un modo sano di affrontare il problema. So che fa più scena fare le piste ciclabili, ma questo significa investire nella facciata. Poi, servono pene severe applicate davvero e, naturalmente, mettere soldi nella scuola».
Lei che ricordi formativi ha della scuola?
«Sono figlio di insegnanti: papà era anche vicepreside. Per me, la scuola non finiva mai. Ho avuto professori straordinari e pessimi e, per fortuna, sono riuscito a elaborare entrambe le lezioni. Se avessi seguito gli insegnamenti della mia prof di italiano al liceo, non avrei fatto lo scrittore».
Perché? Che cosa le insegnava?
«Ci faceva studiare la critica più delle opere e saltava la vita degli autori. Come fai a conoscere uno scrittore senza la sua biografia? Le bastava che citassimo i critici. Io me li inventavo, facevo il Dj e usavo nomi di cantanti: “Il Capossela dice di Leopardi…”. E lei: “Il Capossela? Mai sentito”. E io: “A casa, abbiamo investito in un’enciclopedia critica”».
E per conoscere Donato Carrisi, cosa dovremmo sapere della sua biografia?
«Bisognerebbe conoscere tutte le persone che ho incontrato, perché la vita è come il viaggio di Pinocchio, che ha uno slancio verso il miglioramento non quando trova la fatina, ma quando incontra Lucignolo. La fatina vuole proteggerti. Lucignolo no: dice “vieni, seguimi, mordi il mondo”».
I suoi Lucignoli?
«Il primo è Achille Manzotti, il produttore che mi portò a Roma, da Martina Franca, ventiseienne, a fare lo sceneggiatore. Era diabolico. Sono diventato regista grazie a lui, che a calci mi mandava sui set a fare le riprese minori. Poi, Luigi Bernabò, con la moglie Daniela: i miei primi agenti».
Furono loro nel 2009 a vendere in otto Paesi il suo primo romanzo, «Il suggeritore», prima ancora che uscisse.
«Poi, i Paesi sono diventati 48. Dopo di loro, Stefano Mauri: editore, mentore, amico. Mi ha dato la libertà creativa. L’ultimo libro era un rischio: doppia copertina, si dichiara scritto da un’altra persona… Una cosa da matti. Poi, sempre in Longanesi: Giuseppe Strazzeri, direttore editoriale; l’editor Fabrizio Cocco, pazzi come me. Un altro Lucignolo è il mio agente cinematografico Gianni Antonangeli: non ha il telefonino, lo raggiungi solo in segreteria. Richiama tipo durante il pranzo di Natale. È l’uomo che ha fatto di più per gli autori di cinema negli ultimi quarant’anni e a lui si aggiunge il suo braccio destro Concetta Gulino, con la sua forza gentile. Poi, c’è la mia agente letteraria attuale, Barbara Barbieri, della Nurnberg di Londra: senza di lei, sarei perso. E c’è “l’uomo dei consigli” Andrea Scrosati, un manager col pensiero avanti di dieci anni».
È capitato che i suoi Lucignoli le dicessero «questo fa schifo, cambialo»?
«Sì. E io, obbediente, ho cambiato. Per La casa delle voci, per esempio, Strazzeri e Cocco mi convocano e dicono “bellissimo, ma il finale non funziona”. Avevano ragione loro e l’idea che mi è venuta dopo era dieci volte meglio».
Di tutti i suoi libri nasce prima la sceneggiatura. Tre sono diventati film, con Dustin Hoffman, Jean Reno, Toni Servillo… A quando il quarto?
«Non lo so. Il cinema italiano ha il problema di riuscire di rado a varcare i confini».
Ma lei è venduto ovunque e ora ci sono le piattaforme.
«Che però non ti consentono l’ultima parola sull’opera e i cui algoritmi pretendono risultati immediati. Se posso dare un consiglio al ministro della Cultura Alessandro Giuli, gli direi rilanciare il cinema: se proteggi gli autori, proteggi l’humus su cui cresce il settore e investi sull’intelligenza dei cittadini. Quando mia madre voleva farmi capire qualcosa, mi portava al cinema o mi dava un libro».
Quando sarà pubblicato l’ultimo libro nella storia dell’umanità?
«Finché esisteranno esseri umani, ci sarà bisogno di raccontare storie. Io non mi preoccupo dell’oggetto libro, che si evolve. Mi preoccupo che ci sia qualcuno capace di capire quello che legge. Prima, si bruciavano i libri, adesso, si brucia la mente delle persone».
Ed è prossimo il momento in cui saremo così fulminati da non saper più leggere?
«Se non investiamo nella cultura, lo vedo imminente».