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 2026  febbraio 08 Domenica calendario

Piccoli negozi appesantiti dai costi fissi. Non chiudere conviene solo ai colossi

In Italia la discussione sulle aperture domenicali dei negozi torna ciclicamente, spesso ridotta a un confronto tra libertà d’impresa e diritto al riposo. Ma se si guarda ai numeri, si può porre anche un’altra questione: quanto conviene davvero, economicamente parlando, stare aperti la domenica? A chi conviene di più? E quale impatto c’è sulla composizione della forza lavoro? Un punto fermo c’è: gli studi indipendenti sul tema non abbondano. Bisogna risalire al 2018 per rintracciare un’analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) secondo cui l’apertura domenicale ha portato a un aumento del fatturato della grande distribuzione organizzata (Gdo), senza però generare un incremento significativo dei consumi complessivi: la spesa si è semplicemente redistribuita dal sabato e dagli altri giorni verso la domenica. Inoltre, la liberalizzazione ha favorito uno spostamento di quote di mercato dai piccoli negozi alle grandi superfici. Il quadro italiano si inserisce in una tendenza europea. Già uno studio della London School of Economics del 2015 condotto su 30 Paesi tra il 1999 e il 2013 mostrava che l’allentamento delle restrizioni sulle aperture domenicali aveva fatto sì crescere la spesa in alcuni comparti, ma soprattutto aveva cambiato la distribuzione dei benefici: a guadagnare, soprattutto, i formati più grandi e organizzati.
Per capire perché la domenica sia così contesa basta guardare alla struttura della Gdo italiana: circa 450mila addetti, oltre 54mila punti vendita e una redditività media stimata intorno all’1–2%. In un settore che ha margini così sottili, anche piccole variazioni di fatturato possono fare la differenza. In questo contesto circola spesso un dato secondo cui “circa il 55% degli italiani fa la spesa la domenica”. Non si tratta però di una stima indipendente, ma proveniente da sondaggi commissionati da associazioni della distribuzione o da catene della Gdo. Forse non a caso sono diversi i dati forniti da Coop, che oggi si dice pronta a fare un passo indietro sulle aperture festive: secondo le sue analisi, solo il 10% degli italiani sceglie la domenica per fare la spesa, mentre il giorno preferito resta il sabato (33%), seguito dal venerdì (18%). Numeri che ridimensionano l’idea di una “domenica imprescindibile” per i consumi. Per i centri commerciali, la domenica resta comunque il giorno di massimo afflusso: non solo spesa alimentare, ma anche abbigliamento, ristorazione, intrattenimento. L’apertura festiva consente di sfruttare al massimo strutture costose e di concentrare eventi e promozioni quando le famiglie hanno più tempo libero. In termini economici, la domenica può valere tra il 12% e il 18% del fatturato settimanale.
Diverso il discorso per i piccoli negozi. Qui i costi fissi pesano molto di più. La domenica può essere un buon giorno solo in aree urbane dense o turistiche; altrove diventa una scelta difensiva:
si resta aperti per non perdere clienti a favore delle grandi superfici. La liberalizzazione degli orari tende quindi a rafforzare chi è già grande, mentre mette sotto pressione chi ha meno scala e meno personale. Sul fronte del lavoro, il quadro è ambivalente. Sia la ormai datata analisi dell’Upb che studi internazionali convergono su un punto: la deregolamentazione ha portato a un aumento dell’occupazione nel commercio. Ma non è solo una questione di “più posti”: è cambiata anche la tipologia di lavoro. Le domeniche aperte hanno spinto verso un uso più intenso di part time, turni spezzati, lavoro serale e festivo. Studi francesi offrono un quadro solo in apparenza contraddittorio. Le analisi condotte tra il 2019 e il 2022 da Éric Maurin e Dominique Goux mostrano che i turni domenicali vengono coperti in misura sproporzionata da lavoratori con minore potere contrattuale: i giovani under 30 rappresentano il 35-40% di chi lavora la domenica, le donne tra il 55% e il 60%, e i lavoratori meno qualificati oltre il 50%. Inoltre, il part time risulta più frequente del 20–25% rispetto alla media nazionale.
Un studio successivo degli stessi autori, pubblicato nel 2025, arriva però a una conclusione complementare: l’aumento delle aperture domenicali non genera nuova occupazione complessiva, ma induce una riorganizzazione interna che penalizza proprio i gruppi più fragili. Dopo la liberalizzazione, la quota di lavoratori under 25 impiegati nel retail diminuisce sensibilmente, così come quella dei genitori single, mentre cresce il peso dei dipendenti più esperti e stabilizzati, considerati più affidabili
nella gestione autonoma del punto vendita. In sintesi, nel breve periodo la domenica attira giovani, donne e lavoratori meno tutelati; nel medio periodo, però, la deregolamentazione seleziona un “nocciolo duro” di personale più stabile, riducendo le opportunità per chi inizialmente aveva sostenuto l’aumento del lavoro festivo. I sindacati italiani descrivono in generale un quadro simile: più occupazione, ma più frammentata e meno conciliabile con la vita familiare.
Conviene dunque aprire la domenica? Per un grande centro commerciale o una catena della Gdo, probabilmente sì: la domenica porta volumi, ottimizza l’uso degli impianti e rafforza la posizione competitiva. Per un supermercato di quartiere o un piccolo negozio, molto meno: i costi possono erodere il margine e la domenica rischia di essere più un obbligo competitivo che un’opportunità. Resta un punto critico: mancano studi indipendenti recenti che misurino l’impatto postpandemia, l’effetto dell’ecommerce e dei nuovi formati ibridi. La tendenza, per ora, sembra dire che la domenica conviene soprattutto ai grandi, costa molto ai piccoli e, più che aumentare i consumi, ridisegna il lavoro in senso più frammentato e incerto.